Ma che cazzo è ‘st’Occidente, e perché dicheno che more?

Affresco dei Carracci: Romolo guida un aratro tirato da un toro e da una vacca e traccia il solco che segna il confine di Roma
Romolo spinge l’aratro dietro un toro e una vacca e incide nella terra il confine della città che ancora non c’è. Agostino, Annibale e Ludovico Carracci, Storie della fondazione di Roma, Palazzo Magnani, Bologna, 1590-92. Pubblico dominio, Wikimedia Commons

Ogni tanto pure tu senti dì che l’Occidente è morto. Poraccio, pensi, anche se nun l’hai mai conosciuto. Ma la cosa strana è che lo ripeteno de continuo, e alla fine te scappa: ma quante vorte more questo, aò?

A scola t’aveveno spiegato, più o meno, che a est c’è l’Oriente e a ovest l’Occidente. Chi so’ ‘sti due, però, nun l’hai mai capito. Nun ce fai la spesa e nun ce paghi le bollette. Ognuno p’a strada sua.

Poi esci de casa, specie a Roma, e de Oriente ne trovi a ogni angolo. Cinesi, coreani, bangladini, pakistani, er minimarket sotto casa, er banco d’a frutta ar mercato. E pensi: nun so che è ‘st’Oriente, ma sta qua. E noi saressimo l’Occidente, quello morto. Morto de che? Quelli che scriveno li libbri te danno la lista: le culle vote e la gente che ariva da fori.

Io, pe’ dì, stasera tornavo a casa co’ la metro, e du’ o tre regazzini hanno zompato er tornello pe’ nun pagà. Tiettela a mente, ‘sta scena. Alla fine te faccio vedé che c’entra co’ Romolo.

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La macchina teatrale di Riccardo III, uno e trino

Francesco Montanari in Storia di un cinghiale, variazione su Riccardo III, seduto con un teatrino in miniatura in braccio
Francesco Montanari seduto sul bordo della pedana, le braccia su un teatrino in miniatura; alle sue spalle, sul ceppo, la parrucca che indossava poco prima, e intorno corde, sacchi di zavorra e tralicci della scena di Paolo Di Benedetto. Teatro India, 24 aprile 2026. Foto di Giuseppe Vitale

Quante porte ti hanno chiuso in faccia prima che smettessi di bussare?

Non parlo di sfortuna. Parlo di persone. Quelle che ti hanno guardato una volta e hanno deciso che eri di troppo, di meno, di fuori. Quelle che ti hanno cucito addosso un’etichetta, e tu te la sei portata in giro per anni come una gobba.

La sera del 24 aprile, dopo uno spettacolo, ho scritto cinque righe sul telefono. Credevo di aver scritto una recensione. Ci ho messo cinque mesi a capire di chi parlavano. Te le leggo alla fine. Prima devi conoscere Riccardo III, il duca storpio di Shakespeare, e tre attori che gli hanno prestato il corpo.

Lo spettacolo era Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, testo e regia dell’uruguaiano Gabriel Calderón, con Francesco Montanari solo in scena al Teatro India. Da lì sono andato a ritroso. Al Pacino nel 1996. Carmelo Bene nel 1977. Tre uomini che non si somigliano in niente e che, a un certo punto della vita, hanno scelto lo stesso mostro.

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Meglio una scossa che pensare

Una donna ferma sulla banchina della metro mentre un treno le sfreccia alle spalle e le scompiglia i capelli: immagine dell'articolo su Stanislav Petrov e sul fermarsi a pensare
Una donna in cappotto scuro resta immobile sulla banchina della metropolitana, i capelli sollevati dallo spostamento d’aria, mentre alle sue spalle passa un treno ridotto a una scia. Foto di Donny Jiang su Unsplash

Quand’è l’ultima volta che sei rimasto cinque minuti senza fare niente, con il telefono in tasca?

Il 26 settembre 1983, poco dopo mezzanotte, in un bunker a sud di Mosca, un ufficiale sovietico, Stanislav Petrov, ha avuto pochi minuti per decidere se dire ai suoi superiori che gli Stati Uniti avevano appena lanciato un attacco nucleare. Com’è finita lo sai: sei qui a leggere. Cosa ha fatto in quei minuti te lo racconto più avanti, perché quei minuti li hai anche tu, tutti i giorni.

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Lettera a un Tommaso di cinque anni

Una busta chiusa con un francobollo, appoggiata su vecchie pagine scritte a mano
Una busta di carta ruvida con un francobollo e i timbri postali, posata su fogli scritti a mano in corsivo antico, nella luce bassa di un tavolo di legno. Foto di Olha Vilkha su Unsplash

Sai qual è la parola più magica del mondo? È piccola piccola: «perché».

Il giorno che sei nato ti ho scritto una lettera. Dentro ci ho messo una cosa, una sola, e non te l’ho ancora detta. Te la dico alla fine di questa. La prima lettera è ancora al suo posto, e quando saprai leggere bene la troverai.

Quella lettera porta la data di un settembre di cinque anni fa. Cinque, come le dita di una mano. Questa invece è una lettera a un bambino di cinque anni, e quel bambino sarai tu tra poco.

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La dura vita e l’onore di Charny

Armatura in penombra con l’elmo chiuso e la visiera a fessure, immagine per l’articolo su Geoffroi de Charny
Elmo chiuso e spalliera di un’armatura illuminati di lato nel buio, con l’asta di una lancia sulla destra. Foto di Natasa Grabovac su Unsplash

Quando è stata l’ultima volta che hai avuto freddo per il tuo lavoro?

Tieni da parte la risposta. Un uomo di nome Geoffroi de Charny ha scritto il manuale di questo mestiere nel Trecento, e alla fine ti dico l’unica cosa su cui, in tutta la vita, ha taciuto.

Domenica 6 settembre, ad Arezzo, in Piazza Grande, i quattro quartieri corrono la Giostra del Saracino. È la giostra di settembre, quella che pesa, e ci arrivano cavalli veri, lance vere e una città intera in piedi. Charny quella cosa lì l’avrebbe messa all’ultimo posto.

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L’attore e il teologo fanno lo stesso mestiere

Sala dorata di un teatro barocco con volte dipinte e lampadari accesi, il luogo dove attore e teologo si somigliano
Interno dorato di una sala barocca: volte dipinte, colonne scanalate e lampadari a candele accesi. Foto di William Dmytrow su Unsplash

Ti hanno mai chiesto di piangere a comando?

Non in scena. A un funerale che non ti toccava, davanti a un obiettivo, in una stanza piena di gente che si aspettava una faccia che tu non avevi. Sai già com’è andata. Hai fatto la faccia. Sotto non c’era niente, e per un secondo hai avuto paura che si vedesse.

Alla fine di questo articolo ti dico chi ha risolto quel problema per primo, e non era un attore. Intanto tieni una parola: persona. Oggi la usiamo per dire quello che uno è davvero. In latino voleva dire un’altra cosa: la maschera di legno che l’attore si metteva sulla faccia. Chi l’ha portata via dal teatro non lo ha fatto per parlare di teatro. Gli serviva per dire chi è Dio. Tienila lì, quella parola. Ci torniamo alla fine.

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Il tema di terza media di Mauro Ceruti

La prima pagina di Repubblica con il richiamo all’intervista a Mauro Ceruti e il titolo Non c’è problema più urgente
Il richiamo di prima pagina de la Repubblica del 17 agosto 2026: sotto l’occhiello L’intervista, il titolo Il filosofo Ceruti, Non c’è problema più urgente, con il ritratto del filosofo e la firma di Luca Fraioli che rimanda a pagina 3. Foto di Giuseppe Vitale

Cosa scrivevi nei temi delle medie?

Io lo so cosa scrivevo. C’era una frase che infilavo in fondo a ogni tema, sempre quella, e funzionava: voto alto, ogni volta. Te la dico alla fine. Prima ti porto dove l’ho ritrovata stamattina, aperta sul tavolo della colazione: la prima pagina di Repubblica, in bocca a Mauro Ceruti, filosofo di settantatré anni.

Lunedì 17 agosto, pagina tre. Luca Fraioli lo intervista: professore emerito alla Iulm, dove dirige il centro di ricerca sui sistemi complessi. In prima pagina il richiamo è di cinque parole: non c’è problema più urgente. Dentro, il titolo dice che siamo sull’orlo dell’abisso e che la politica è assente.

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L’ottava finestra di Roma

Monitor acceso su Piazza San Pietro in diretta nella reception di un hotel di Roma, con un orologio a lancette sopra
Il monitor della reception di un hotel di Roma con la diretta di Piazza San Pietro sul canale di Vatican Media: la piazza vuota, la basilica, l’obelisco e il colonnato, e sopra lo schermo un orologio a lancette che segna le sei e mezza. Foto di Giuseppe Vitale

Quando aspetti, dove guardi?

In una reception di Roma ho contato venti secondi. Un uomo con il trolley già in mano, fermo davanti a un monitor dove non stava succedendo niente. Alla fine di questo pezzo ti dico perché quei venti secondi valgono più di un’ora di fila al Colosseo, e perché Piazza San Pietro in diretta è l’unica immagine che il tempo non consuma.

È successo in questi giorni, agosto, all’ora in cui si consegnano le chiavi e si aspetta il taxi.

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Il santo che perseguitò il teatro

La sommità del palazzo del Sedile a Oria con le statue di San Barsanofio e Carlo Borromeo ai lati dell'orologio
Le due statue in cima al palazzo del Sedile a Oria, ai lati del campanile a vela con la campana e l’orologio; più sotto lo stemma cittadino consumato dal tempo. Foto di Giuseppe Vitale

Pensa a chi ti ha ostacolato di più.

Non ti aveva capito? O ti aveva capito troppo bene?

Ci arrivo. Ma prima devo portarti sotto un palazzo del mio paese che ho guardato mille volte. E l’ho pure fotografato: l’immagine qui sopra è mia. A destra c’è la statua di Carlo Borromeo, un santo che per vent’anni ha provato a cancellare il mestiere che faccio io. Alla fine di questo articolo saprai perché questo personaggio è il complimento più grande mai fatto a un attore.

O almeno penso. Da un anno vivo a Roma, città che tra poco rientrerà in questo articolo, tra l’altro. Ma spesso il mio pensiero torna ai tesori di quella città che tra una pausa e l’altra, durata a volte anni, mi ha visto tra le sue strade da quando sono nato. E tra di essi c’è lui.

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La pericolosa banalità di Ultimo

Si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata?

Tienila lì, la domanda. Ci torno alla fine. Intanto un fatto: io Ultimo non l’ho mai sentito. Non conosco una sua canzone, non saprei riconoscerne la voce. E non mi interessa. Anzi, più tutti ne parlano, più mi passa la voglia di cercarlo. Funziona così, con me: il rumore attorno a una cosa è un motivo per stare dall’altra parte.

C’è chi qui si indigna: “Allora non puoi giudicare”. E invece sì. Ho tutto il diritto di dire che non mi attira, che di un ragazzo che scrive canzoni d’amore non me ne importa niente. Non è un dovere civico ascoltare quello che ascoltano tutti. E soprattutto non serve aver sentito una nota per parlare di quello che voglio dirti. Perché non è la sua musica.

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