L’attore, tra la porta e il muro

Una porta socchiusa su una stanza spoglia, con una sedia impagliata vuota davanti al muro: immagine della pratica dell'attore
Una sedia impagliata vuota davanti a una parete bianca, vista dalla soglia di una porta socchiusa. Immagine generata con ChatGPT

Che fai quando nessuno ti risponde?

Mia nonna mi diceva sempre: che Dio ti apra tutte le porte. Ci ho messo una vita a capire cosa mi stava augurando davvero, e te lo dico alla fine. Intanto la risposta sta appoggiata a un muro, e ha a che fare con la pratica dell’attore.

Poi impari che quasi tutte le porte restano chiuse.

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Le pietre di Leonardo, a cinque anni dalla morte

La Corsia Agonale su Corso del Rinascimento, davanti a Palazzo Madama, dove disegnava il madonnaro Leonardo Vitale
L’imbocco della Corsia Agonale su Corso del Rinascimento, davanti a Palazzo Madama, a Roma.

Cosa resta di quello che fai, quando smetti di farlo?

Mio padre ha disegnato migliaia di Madonne. Non ne è rimasta nemmeno una. Una cosa però è rimasta, ed è ancora al suo posto. Ci arrivo alla fine.

Oggi sono cinque anni che non c’è più. Si chiamava Leonardo Vitale e ha fatto il madonnaro per trentasei anni, dal 1985 al 2021.

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Attraversare Roma

Largo di Torre Argentina a Roma, l'Area Sacra con i resti dei templi
Foto di Alex Zhernovyi.

Sai dove hanno ucciso Giulio Cesare?

Quasi tutti rispondono il Foro, o il Senato sul Campidoglio. Sbagliano. Il posto giusto ce l’hai sotto gli occhi ogni volta che passi in centro, e da tre anni ci puoi camminare dentro. Ci arrivo in fondo.

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La luce alla Festa del cinema di Roma

Il red carpet della Festa del cinema di Roma nel 2010, visto da dietro: Giuseppe Vitale in giacca scura saluta con il cast di Come se fosse facile
Il red carpet all’Auditorium Parco della Musica, Festival internazionale del film di Roma 2010: il cast di Come se fosse facile visto da dietro, con Giuseppe Vitale in giacca scura che saluta. Foto dall’archivio di Giuseppe Vitale

Hai tredici giorni di Festa e i soldi per tre biglietti. Dove li spendi?

La mia risposta viene da una sera del 2010 e da un bosco giapponese girato nel 1950, dove un regista fece con la luce una cosa che i fotografi del suo tempo evitavano. Come ci riuscì te lo dico in fondo. Prima devi sapere da dove la guardo, questa Festa del cinema di Roma.

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Ma che cazzo è ‘st’Occidente, e perché dicheno che more?

Affresco dei Carracci: Romolo guida un aratro tirato da un toro e da una vacca e traccia il solco che segna il confine di Roma
Romolo spinge l’aratro dietro un toro e una vacca e incide nella terra il confine della città che ancora non c’è. Agostino, Annibale e Ludovico Carracci, Storie della fondazione di Roma, Palazzo Magnani, Bologna, 1590-92. Pubblico dominio, Wikimedia Commons

Ogni tanto pure tu senti dì che l’Occidente è morto. Poraccio, pensi, anche se nun l’hai mai conosciuto. Ma la cosa strana è che lo ripeteno de continuo, e alla fine te scappa: ma quante vorte more questo, aò?

A scola t’aveveno spiegato, più o meno, che a est c’è l’Oriente e a ovest l’Occidente. Chi so’ ‘sti due, però, nun l’hai mai capito. Nun ce fai la spesa e nun ce paghi le bollette. Ognuno p’a strada sua.

Poi esci de casa, specie a Roma, e de Oriente ne trovi a ogni angolo. Cinesi, coreani, bangladini, pakistani, er minimarket sotto casa, er banco d’a frutta ar mercato. E pensi: nun so che è ‘st’Oriente, ma sta qua. E noi saressimo l’Occidente, quello morto. Morto de che? Quelli che scriveno li libbri te danno la lista: le culle vote e la gente che ariva da fori.

Io, pe’ dì, stasera tornavo a casa co’ la metro, e du’ o tre regazzini hanno zompato er tornello pe’ nun pagà. Tiettela a mente, ‘sta scena. Alla fine te faccio vedé che c’entra co’ Romolo.

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La macchina teatrale di Riccardo III, uno e trino

Francesco Montanari in Storia di un cinghiale, variazione su Riccardo III, seduto con un teatrino in miniatura in braccio
Francesco Montanari seduto sul bordo della pedana, le braccia su un teatrino in miniatura; alle sue spalle, sul ceppo, la parrucca che indossava poco prima, e intorno corde, sacchi di zavorra e tralicci della scena di Paolo Di Benedetto. Teatro India, 24 aprile 2026. Foto di Giuseppe Vitale

Quante porte ti hanno chiuso in faccia prima che smettessi di bussare?

Non parlo di sfortuna. Parlo di persone. Quelle che ti hanno guardato una volta e hanno deciso che eri di troppo, di meno, di fuori. Quelle che ti hanno cucito addosso un’etichetta, e tu te la sei portata in giro per anni come una gobba.

La sera del 24 aprile, dopo uno spettacolo, ho scritto cinque righe sul telefono. Credevo di aver scritto una recensione. Ci ho messo cinque mesi a capire di chi parlavano. Te le leggo alla fine. Prima devi conoscere Riccardo III, il duca storpio di Shakespeare, e tre attori che gli hanno prestato il corpo.

Lo spettacolo era Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, testo e regia dell’uruguaiano Gabriel Calderón, con Francesco Montanari solo in scena al Teatro India. Da lì sono andato a ritroso. Al Pacino nel 1996. Carmelo Bene nel 1977. Tre uomini che non si somigliano in niente e che, a un certo punto della vita, hanno scelto lo stesso mostro.

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Meglio una scossa che pensare

Una donna ferma sulla banchina della metro mentre un treno le sfreccia alle spalle e le scompiglia i capelli: immagine dell'articolo su Stanislav Petrov e sul fermarsi a pensare
Una donna in cappotto scuro resta immobile sulla banchina della metropolitana, i capelli sollevati dallo spostamento d’aria, mentre alle sue spalle passa un treno ridotto a una scia. Foto di Donny Jiang su Unsplash

Quand’è l’ultima volta che sei rimasto cinque minuti senza fare niente, con il telefono in tasca?

Il 26 settembre 1983, poco dopo mezzanotte, in un bunker a sud di Mosca, un ufficiale sovietico, Stanislav Petrov, ha avuto pochi minuti per decidere se dire ai suoi superiori che gli Stati Uniti avevano appena lanciato un attacco nucleare. Com’è finita lo sai: sei qui a leggere. Cosa ha fatto in quei minuti te lo racconto più avanti, perché quei minuti li hai anche tu, tutti i giorni.

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Lettera a un Tommaso di cinque anni

Una busta chiusa con un francobollo, appoggiata su vecchie pagine scritte a mano
Una busta di carta ruvida con un francobollo e i timbri postali, posata su fogli scritti a mano in corsivo antico, nella luce bassa di un tavolo di legno. Foto di Olha Vilkha su Unsplash

Sai qual è la parola più magica del mondo? È piccola piccola: «perché».

Il giorno che sei nato ti ho scritto una lettera. Dentro ci ho messo una cosa, una sola, e non te l’ho ancora detta. Te la dico alla fine di questa. La prima lettera è ancora al suo posto, e quando saprai leggere bene la troverai.

Quella lettera porta la data di un settembre di cinque anni fa. Cinque, come le dita di una mano. Questa invece è una lettera a un bambino di cinque anni, e quel bambino sarai tu tra poco.

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La dura vita e l’onore di Charny

Armatura in penombra con l’elmo chiuso e la visiera a fessure, immagine per l’articolo su Geoffroi de Charny
Elmo chiuso e spalliera di un’armatura illuminati di lato nel buio, con l’asta di una lancia sulla destra. Foto di Natasa Grabovac su Unsplash

Quando è stata l’ultima volta che hai avuto freddo per il tuo lavoro?

Tieni da parte la risposta. Un uomo di nome Geoffroi de Charny ha scritto il manuale di questo mestiere nel Trecento, e alla fine ti dico l’unica cosa su cui, in tutta la vita, ha taciuto.

Domenica 6 settembre, ad Arezzo, in Piazza Grande, i quattro quartieri corrono la Giostra del Saracino. È la giostra di settembre, quella che pesa, e ci arrivano cavalli veri, lance vere e una città intera in piedi. Charny quella cosa lì l’avrebbe messa all’ultimo posto.

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L’attore e il teologo fanno lo stesso mestiere

Sala dorata di un teatro barocco con volte dipinte e lampadari accesi, il luogo dove attore e teologo si somigliano
Interno dorato di una sala barocca: volte dipinte, colonne scanalate e lampadari a candele accesi. Foto di William Dmytrow su Unsplash

Ti hanno mai chiesto di piangere a comando?

Non in scena. A un funerale che non ti toccava, davanti a un obiettivo, in una stanza piena di gente che si aspettava una faccia che tu non avevi. Sai già com’è andata. Hai fatto la faccia. Sotto non c’era niente, e per un secondo hai avuto paura che si vedesse.

Alla fine di questo articolo ti dico chi ha risolto quel problema per primo, e non era un attore. Intanto tieni una parola: persona. Oggi la usiamo per dire quello che uno è davvero. In latino voleva dire un’altra cosa: la maschera di legno che l’attore si metteva sulla faccia. Chi l’ha portata via dal teatro non lo ha fatto per parlare di teatro. Gli serviva per dire chi è Dio. Tienila lì, quella parola. Ci torniamo alla fine.

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