Quando l’intelligenza artificiale scrive al posto tuo

Quanto è faticoso a volte leggere un articolo o un libro, vero?

E scrivere è proprio dura, giusto? Perché non lasciarlo fare a una intelligenza artificiale al posto nostro? Ce ne sono alcune che ti riassumono tutto quello che vuoi e risparmi pure tempo, no? E in quanto a scrivere basta dire a ChatGPT, Gemini, Claude e altre di farlo al posto nostro. Chiedi, copi e incolli, ed è fatta. Vero?

Peccato che questa è la strada del declino cognitivo e del fallimento. Perché pensare le parole che leggiamo e scriviamo è il modo in cui costruiamo il nostro pensiero. Senza le parole il nostro cervello sparisce. E se leggi fino alla fine capirai, se ne hai ancora voglia, il perché.

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La trappola dell’impegno in chi deve sempre dimostrare qualcosa

E se stessi distruggendo tutto proprio mentre stai dando il massimo?

Quello che stai per leggere potrebbe mettere in crisi una delle convinzioni più radicate che hai. Cinque minuti. Potrebbero cambiare il modo in cui lavori, studi, crei.

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Come e perché gli artisti prendono appunti

Che cosa fanno gli artisti prima di creare?

Molti artisti hanno idee brillanti. Pochi riescono a trasformarle in opere. La differenza spesso sta in qualcosa di invisibile: gli appunti di lavoro. Si tratta di veri e propri strumenti per chiarire, decidere, costruire. Ed è proprio qui la grande differenza tra chi ha molte idee e chi riesce a trasformarle in opere.

Un attore annota cosa vuole il personaggio e come ottenerlo. Uno sceneggiatore dispone schede su un tavolo per vedere se la storia regge. Un regista traduce ogni scena in una lista di inquadrature, prima ancora di accendere la camera. Un fotografo segna luce e impostazioni per migliorare lo scatto successivo. Un pittore riempie pagine di bozzetti prima di toccare la tela.

In tutti questi casi gli appunti non sono un dettaglio minore. Sono il laboratorio dove l’opera prende forma.

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Come non farti fregare dal bisogno

Hai mai chiesto qualcosa a qualcuno facendogli capire che ne avevi bisogno? Fermati. Rileggi la domanda. Non parlo solo di lavoro. Parlo anche di quella persona che ti interessava. Di quel rapporto che volevi tenere vivo. Di quella relazione in cui hai iniziato a spiegare troppo, a giustificarti, a renderti troppo disponibile. Cosa è successo dopo?

Questo articolo non serve a farti coraggio. Serve a mostrarti dove stai perdendo posizione senza accorgertene. Se continui a leggere, non troverai formule magiche. Troverai una regola che vale ovunque: il bisogno va usato dietro le quinte, non portato in scena. E per chi ha poco margine, sul lavoro o nella vita, spesso è l’unico modo per non peggiorare le cose.

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Chi fa da sé fa Peppereppè – soprattutto quando ha l’acqua alla gola

Sei con l’acqua alla gola… e hai deciso che era il momento giusto per fare tutto da soli?

Fermati. Respira. E leggi fino in fondo.
Perché se in questo momento sei in affanno, in ritardo con lo studio, nel caos più totale e hai pensato che il coaching è una perdita di tempo
allora sei proprio la persona che deve leggere questo articolo. Ora. Subito.

Ogni riga che segue potrebbe evitarti settimane di fatica inutile, errori evitabili, frustrazione crescente.
Non servono ore libere. Servono scelte giuste nel momento sbagliato. E questa, credimi, è una di quelle.

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Svelato il segreto per capire bene e subito qualsiasi testo: l’arco della frase

Ti ritrovi mai a fissare la pagina di un libro senza capirci granchè e senza ricordare nulla di ciò che stai leggendo? Quel momento frustrante in cui, nonostante ore di lettura, tutto sembra svanire dalla memoria come sabbia tra le dita. Non sei l’unica persona a cui succede. Molti costruiscono il proprio sapere come una casa di carte: bella da vedere, ma destinata a crollare al primo soffio di vento.

C’è però un metodo rivoluzionario che ho affinato dopo anni di coaching per l’apprendimento e che voglio condividere con te: l’arco della frase. Questa tecnica, che ho sviluppato dopo un lungo periodo di ricerca e sperimentazione, trasforma in modo radicale il modo in cui assimili le informazioni. Una volta padroneggiata, non solo comprenderai ciò che leggi, ma lo farai tuo, costruendo fondamenta di conoscenza indistruttibili. Se vuoi conoscerla pù da vicino puoi prenotare una chiacchierata gratuita con me. Intanto qui di seguito ti spiego come funziona.

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Come affrontare la disorganizzazione con il Problem Telling

Foto di Steve Johnson: https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-ravvicinata-di-occhiali-vicino-a-documenti-sgualciti-963056/

Ti è mai capitato di sentirti sopraffatto dagli impegni, con mille cose da fare e nessuna idea da dove iniziare? Marco, un libero professionista con una carriera solida, una famiglia e tanti progetti in corso, ha vissuto questa sensazione per anni. Ogni giorno ha accumulato compiti, ha cercato di gestire troppe cose contemporaneamente e, nonostante la buona volontà, ha finito sempre per sentirsi in ritardo, stressato e frustrato.

Ha provato a risolvere il problema con agende, app di produttività e liste di cose da fare, ma nulla ha funzionato davvero. Il motivo? Non era la gestione del tempo il vero ostacolo, ma il modo in cui si raccontava la sua difficoltà.

Marco si ripeteva spesso frasi come: “Non sono capace di organizzarmi”, “Non ho tempo per pianificare”, “Ho provato di tutto, ma nulla funziona con me”. Questo modo di pensare ha creato un circolo vizioso che ha alimentato ancora di più il caos.

Quando ha scoperto il Problem Telling, ha capito che non bastava cercare strategie di produttività: doveva cambiare il modo in cui percepiva e raccontava la sua situazione. Attraverso questo metodo ha imparato a trasformare il suo problema in una storia diversa, con lui come protagonista e non più come vittima.

In questo caso studio vedremo come ha ribaltato il suo approccio e ha trovato una soluzione efficace per la sua disorganizzazione.

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La soluzione è in ciò che ci diciamo

Anche tu hai mille impegni a cui far fronte e ti sembra di essere in trappola, in una spirale di stress e frustrazione? Ti capita mai di sfogarti con frasi come «Non ce la faccio più» o «Non è possibile fare tutto»? Ada, che partecipa ai miei corsi individuali, si sentiva proprio così. Durante una delle nostre lezioni, ha pronunciato una frase che racchiudeva tutto il suo disagio: «Non è facile gestire il tutto.» Quelle parole, che erano un grosso un peso per la sua mente e il suo cuore, si sono rivelate una risorsa preziosa.

In meno di un’ora, quella frase si è trasformata in un messaggio potenziante che ha cambiato il suo punto di vista. Il metodo che abbiamo utilizzato è semplice e alla portata di chiunque. Ecco come siamo riusciti a farlo, quali teorie lo spiegano e come anche tu puoi applicarlo per trasformare le frasi che ti tormentano in una guida per le tue giornate

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Il libro per prendere appunti come Leonardo

Immagine generata da Grok con promt: Leonardo Da Vinci che prende appunti nel suo studiolo.

Non trucchi, ma segreti (nel senso giusto)

C’è una fotografia che tengo in mente ogni volta che qualcuno mi chiede un metodo per prendere appunti. Non è una foto: è una pagina di Leonardo. Scrittura rovesciata, da destra a sinistra, che per leggerla ti serve uno specchio; disegni di macchine che nessuno avrebbe costruito per secoli; liste della spesa accanto a intuizioni di anatomia. Migliaia di pagine così. Nessuna app. Una penna, un occhio, e una mano che, mentre scriveva, pensava.

Quando parlo di segreti degli appunti non intendo trucchi per battere qualcuno, né misteri da iniziati. Un segreto, nel senso che gli do io, è qualcosa che stava lì, davanti a tutti, e che nessuno ti aveva ancora mostrato con chiarezza — non perché lo nascondesse, ma perché nessuno lo insegna davvero. Prendere appunti, del resto, non è vincere: è restare. È il modo che abbiamo di non perdere ciò che ci attraversa e che, come diceva più o meno Calvino, se non lo fermi in una forma leggera scivola via col resto della giornata.

Ti mostro quattro di questi segreti — quelli che ho visto funzionare su di me e su chi accompagno.

Ascoltare, non trascrivere

Chi copia parola per parola non sta prendendo appunti: sta facendo il fotocopiatore, e male, perché il fotocopiatore almeno non si distrae. L’appunto nasce nel momento in cui rinunci a prendere tutto e scegli. Scegliere è già capire. Se alla fine della pagina hai scritto meno di quello che è stato detto, probabilmente hai capito di più.

La parola che fa da gancio

Non frasi intere: parole che, come una calamita, riportano su tutto il resto quando le rileggi. Una parola giusta è un gancio a cui resta appeso un intero pomeriggio. È qui che l’appunto smette di essere cronaca e diventa tuo: perché la parola che scegli tu non è quella che sceglierei io.

Dare una forma allo spazio

Mappe, per chi pensa a raggiera; il vecchio schema di Cornell, per chi ama l’ordine — una colonna stretta a sinistra per le domande, una larga a destra per gli appunti, una striscia in basso per il riassunto. Non è una mia invenzione: lo mise a punto Walter Pauk alla Cornell University più di sessant’anni fa, e regge ancora, il che dovrebbe dirti qualcosa su quanto contino davvero gli strumenti nuovi. La forma non serve a far bello: serve a lasciare, sulla pagina, il posto vuoto dove tornerai a pensare.

Il metodo Cornell è solo uno dei ventuno segreti che ho raccolto in un libro. I 21 segreti per appunti geniali è disponibile su Kindle: prendilo qui.

Tornarci subito, finché la brace è viva

L’appunto ha una finestra breve. Se lo rileggi a caldo, entro poche ore, mentre l’aria di quel momento è ancora nella stanza, lo fissi. Se aspetti una settimana, rileggi geroglifici. La memoria non è un magazzino, è un fuoco: va soffiato quando la brace è ancora viva.

E l’intelligenza artificiale?

Te lo dico con la franchezza di chi ci lavora ogni giorno. Un’assistente artificiale può riordinarti gli appunti, riassumerteli, interrogarli. Ma non può prenderli al posto tuo, perché l’appunto non è l’informazione: è la traccia del tuo incontro con l’informazione. Nel momento in cui deleghi la mano, non stai risparmiando fatica — stai regalando via il pezzo che ti apparteneva. Usa la macchina dopo, se vuoi, come si usa uno specchio per rileggere la scrittura di Leonardo. Ma la riga sulla pagina scrivila tu. È tutta la differenza tra un manoscritto e un umanoscritto: non chi impugna la penna, ma chi ci mette dentro un pensiero che prima non c’era.

Un piccolo Nuovo Rinascimento

Non un ritorno nostalgico alla carta contro il digitale — mi annoia quella guerra. È qualcosa di più antifragile: tenere per te il gesto che ti rende autore, e delegare solo ciò che non ti costa nulla perdere. Chi fa così non teme il prossimo strumento, qualunque sia, perché non ha appoggiato lì la sua parte insostituibile.

Ti lascio con la domanda che mi faccio io, ogni volta che apro un taccuino nuovo: degli appunti di oggi, tra un anno, cosa vorrai ritrovare — quello che è stato detto, o quello che tu hai pensato mentre lo ascoltavi?

I ventuno segreti, per esteso

Se la seconda ti pizzica più della prima, siamo già d’accordo. Questo articolo è un assaggio: i pochi segreti che ti ho mostrato qui — l’ascolto che sceglie, la parola-gancio, la mano che pensa — sono la punta di un metodo molto più ampio. L’ho raccolto in un libro, I 21 segreti per appunti geniali — Dal segno rupestre al taccuino digitale: ventuno cose che stavano lì, davanti a tutti, e che nessuno ti aveva mostrato con chiarezza. Un arco di trentaseimila anni, dalla parete della grotta di Chauvet allo schermo del telefono, che passa per il metodo Cornell, le mappe di Buzan, lo Zettelkasten di Luhmann. Un saggio narrativo, non un manuale: ti porta dentro la storia dell’annotare e poi ti mette in mano gli strumenti per usarla già domani mattina.

È uscito il 28 luglio 2026 ed è su Kindle da subito. Un acquisto nei primi giorni, per chi scrive, non è un dettaglio da libreria: è il segnale che decide se un libro si vede o resta un file. Se qualcosa, in questa pagina, ti ha fatto annuire, il modo più concreto per dirmelo è uno solo.

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