Le due statue in cima al palazzo del Sedile a Oria, ai lati del campanile a vela con la campana e l’orologio; più sotto lo stemma cittadino consumato dal tempo. Foto di Giuseppe Vitale
Pensa a chi ti ha ostacolato di più.
Non ti aveva capito? O ti aveva capito troppo bene?
Ci arrivo. Ma prima devo portarti sotto un palazzo del mio paese che ho guardato mille volte. E l’ho pure fotografato: l’immagine qui sopra è mia. A destra c’è la statua di Carlo Borromeo, un santo che per vent’anni ha provato a cancellare il mestiere che faccio io. Alla fine di questo articolo saprai perché questo personaggio è il complimento più grande mai fatto a un attore.
O almeno penso. Da un anno vivo a Roma, città che tra poco rientrerà in questo articolo, tra l’altro. Ma spesso il mio pensiero torna ai tesori di quella città che tra una pausa e l’altra, durata a volte anni, mi ha visto tra le sue strade da quando sono nato. E tra di essi c’è lui.
Si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata?
Tienila lì, la domanda. Ci torno alla fine. Intanto un fatto: io Ultimo non l’ho mai sentito. Non conosco una sua canzone, non saprei riconoscerne la voce. E non mi interessa. Anzi, più tutti ne parlano, più mi passa la voglia di cercarlo. Funziona così, con me: il rumore attorno a una cosa è un motivo per stare dall’altra parte.
C’è chi qui si indigna: “Allora non puoi giudicare”. E invece sì. Ho tutto il diritto di dire che non mi attira, che di un ragazzo che scrive canzoni d’amore non me ne importa niente. Non è un dovere civico ascoltare quello che ascoltano tutti. E soprattutto non serve aver sentito una nota per parlare di quello che voglio dirti. Perché non è la sua musica.
Tienila lì, questa domanda. Ci arrivo, ma prima portami con me in una strada di Roma. Corso Rinascimento. Una delle vie più belle della città, dritta, larga, ariosa, che prende il nome dalla stagione in cui l’uomo si rimise al centro del mondo. Ci passo spesso. E ogni volta mi fermo sullo stesso pensiero: come fa una ragazza a sparire qui? In una strada che porta il nome della rinascita, l’ultimo posto dove qualcuno l’ha vista viva.
La ragazza è Emanuela Orlandi. Il 22 giugno 1983 esce da una lezione di musica, accenna a una piccola proposta di lavoro, e da quel punto, da Corso Rinascimento, non arriva più a casa. Da quarantatré anni di lei resta una cosa sola: l’assenza. Non una pista, non un colpevole, non una tomba. Un vuoto. E tutto quello che è venuto dopo, le telefonate, i comunicati, le confessioni, i libri, i documentari, è ciò che gli adulti hanno versato dentro quel vuoto per non lasciarlo vuoto.
Hanno parlato in tanti. Più di un papa, un attentatore, i boss di una banda, un fotografo che si autoaccusa da oltre dieci anni. Tutti hanno avuto la loro versione. Lei no. Lei è l’unica, in questa storia, che non ha mai potuto dire nemmeno una parola.
Oggi, nel giorno dell’anniversario, esce una canzone che parte proprio da qui. Dall’assenza, e da chi quell’assenza l’ha riempita parlando al posto suo. Si intitola Chi cercate uomini lassù, ed è il motivo per cui torno a scrivere di questo caso dopo averne già scritto tre volte. Ma prima di arrivarci, lascia che faccia il punto. Perché non è un pezzo nato dal nulla: è l’ultimo gradino di una scala che salgo da tre anni. Una scala che porta proprio a quel vuoto.
Quanto può essere importante un appunto scritto di nascosto?
Oggi è la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore. Questo articolo è un estratto dal mio ebook I 21 segreti per appunti geniali, adesso su Amazon, e racconta una storia che tiene insieme entrambe le parole della giornata: il libro e il diritto.
Tieni a mente quella domanda. Ci torneremo alla fine, quando capirai perché un foglio scritto a matita in una cella di museo nel 1941 ha cambiato il destino di decine di migliaia di famiglie ottant’anni dopo.
Che cosa è successo a Emanuela subito dopo che è stata vista per l’ultima volta?
Forse la verità non è nascosta nelle telefonate misteriose né nelle piste internazionali né nella lunga ombra dei depistaggi. Forse tutto comincia in un pomeriggio di giugno, quando una ragazza esce da scuola, parla di un piccolo lavoro e poi sparisce senza lasciare una scena di pericolo. È lì che bisogna tornare, a quelle prime ore che nessuno ha guardato con la cura che meritano.
Questo è il senso delle nuove indagini della procura che torna a indagare su una figura centrale, il cosiddetto “uomo Avon”, secondo l’identikit della persona che sarebbe stata vista parlare con Emanuela. Ho già affrontato una serie di narrazioni sul caso. E poi ho avuto uno scambio di commenti con Pino Nicotri, il giornalista che più di tutti ha capito che non si è trattato di rapimento, di recente ascoltato anche dalla commissione bicamerale che lavora sul caso. E qui voglio allora tornare al punto zero di questa storia, una volta sgomberato il campo da tanti, eccessivi depistaggi.
E se nel caso Orlandi, per quarant’anni, avessimo guardato il film sbagliato? È una domanda secca e inevitabile. E diventa ancora più scomoda quando si mettono a confronto due mondi: il thriller costruito dagli adulti e un semplice appunto scritto da una ragazza di quindici anni. “Il Montaggio delle Attrazioni” è il nome di un cineforum sulla Cassia che Emanuela Orlandi aveva annotato prima di sparire.
Nel mio articolo precedente ho raccontato come cinema, televisione e media abbiano progressivamente trasformato la sua storia in un racconto spettacolare. Questo nuovo pezzo ne è lo sviluppo naturale: un ritorno a ciò che Emanuela era davvero, fuori dal grande film che è stato montato attorno a lei.
Quando i sampietrini brillano come squame di pesce sotto la luna e dalle finestre chiuse sembra uscire il respiro di chi non c’è più. Quando ogni palazzo diventa un corpo che ricorda, e tu, che cammini solo, senti che qualcuno ti segue — ma è solo il tuo secolo che si è perso per strada.
Quello che stai per leggere non è solo un itinerario. È un patto.
Sette tappe. Sette segreti. Se arrivi fino in fondo, scoprirai dove Scipione Borghese nascose il cuore pulsante della sua Roma barocca — e dove ancora oggi, tra l’ombra e la pietra, quel cuore batte.
Ma devi camminare con me. Tappa per tappa. Senza saltare. Per ogni luogo trovi il link a Google Maps. Cliccaci sopra e segui il percorso così come lo descrivo nell’articolo.
Te lo chiedo davvero, perché è una domanda che mi faccio da anni mentre ascolto sempre le stesse analisi. Lucio Caracciolo, Dario Fabbri, Marta Dassù, Nathalie Tocci: tutti descrivono un’Europa in crisi, incapace di parlare con una sola voce, subordinata agli Stati Uniti. Anche dall’altra parte dell’oceano, analisti come Max Bergmann o Gideon Rachman ripetono che l’Europa “non sa difendersi” e “ha perso fiducia in se stessa”. È una narrazione così consolidata che nessuno osa metterla in discussione. Ma se fosse tutta sbagliata? Se la debolezza che vediamo fosse in realtà la sua più grande forza?
Lo veneriamo sugli altari per evitare di capirlo. Lo abbiamo ridotto a un santino con le pecorelle, gi uccelli perché fa “grazioso”, fa “buono”. Così evitiamo i dubbi e i tormenti che quest’uomo ha avuto. E ogni anno il 4 ottobre ognuno tira il suo saio dalla parte che gli fa più comodo. C’è chi lo brandisce come simbolo di pace o di ecologia, chi lo cita per convenienza politica.
Ma Francesco non era un’icona da usare: era un uomo in lotta con Dio e con la Chiesa. È questo che Alessandro Barbero, in San Francesco, fa emergere con precisione chirurgica — le contraddizioni, le omissioni, le biografie manipolate, la costruzione di un’immagine utile al potere.
Aldo Cazzullo, invece, con Francesco. Il primo italiano, lo risantifica per l’ennesima volta: il santo perfetto, l’italiano ideale, la pace fatta persona. È l’ennesimo trucco narrativo: toglie la polvere ma anche la verità. Io sto con Barbero, con chi riporta l’uomo al centro, non il mito.
«Anche tu ti senti impotente, triste, e provi rabbia?» Lavori ma non ci sei. Fai tutto quello che fai ogni giorno — dormi, bevi il caffè, rispondi ai messaggi — ma resta un vuoto dentro. Un grido ti dice che è ingiusto. Vorresti agire, ma ti senti inerte in questa tragedia. Ti informi, guardi immagini, leggi articoli e ti chiedi: fino a quando durerà? Fino a dove possono spingersi? E non trovi pace.
Io non ho soluzioni in tasca. Forse mi sbaglio in tutto, forse vedo le cose attraverso i miei stessi abbagli. Ma provo a dire la mia, perché tacere sarebbe come accettare che niente può cambiare. E se anche non sei d’accordo con me, magari queste righe ti spingeranno a riflettere un po’ più a fondo.