Quasi tutti rispondono il Foro, o il Senato sul Campidoglio. Sbagliano. Il posto giusto ce l’hai sotto gli occhi ogni volta che passi in centro, e da tre anni ci puoi camminare dentro. Ci arrivo in fondo.
Il red carpet all’Auditorium Parco della Musica, Festival internazionale del film di Roma 2010: il cast di Come se fosse facile visto da dietro, con Giuseppe Vitale in giacca scura che saluta. Foto dall’archivio di Giuseppe Vitale
Hai tredici giorni di Festa e i soldi per tre biglietti. Dove li spendi?
La mia risposta viene da una sera del 2010 e da un bosco giapponese girato nel 1950, dove un regista fece con la luce una cosa che i fotografi del suo tempo evitavano. Come ci riuscì te lo dico in fondo. Prima devi sapere da dove la guardo, questa Festa del cinema di Roma.
Romolo spinge l’aratro dietro un toro e una vacca e incide nella terra il confine della città che ancora non c’è. Agostino, Annibale e Ludovico Carracci, Storie della fondazione di Roma, Palazzo Magnani, Bologna, 1590-92. Pubblico dominio, Wikimedia Commons
Ogni tanto pure tu senti dì che l’Occidente è morto. Poraccio, pensi, anche se nun l’hai mai conosciuto. Ma la cosa strana è che lo ripeteno de continuo, e alla fine te scappa: ma quante vorte more questo, aò?
A scola t’aveveno spiegato, più o meno, che a est c’è l’Oriente e a ovest l’Occidente. Chi so’ ‘sti due, però, nun l’hai mai capito. Nun ce fai la spesa e nun ce paghi le bollette. Ognuno p’a strada sua.
Poi esci de casa, specie a Roma, e de Oriente ne trovi a ogni angolo. Cinesi, coreani, bangladini, pakistani, er minimarket sotto casa, er banco d’a frutta ar mercato. E pensi: nun so che è ‘st’Oriente, ma sta qua. E noi saressimo l’Occidente, quello morto. Morto de che? Quelli che scriveno li libbri te danno la lista: le culle vote e la gente che ariva da fori.
Io, pe’ dì, stasera tornavo a casa co’ la metro, e du’ o tre regazzini hanno zompato er tornello pe’ nun pagà. Tiettela a mente, ‘sta scena. Alla fine te faccio vedé che c’entra co’ Romolo.
Il monitor della reception di un hotel di Roma con la diretta di Piazza San Pietro sul canale di Vatican Media: la piazza vuota, la basilica, l’obelisco e il colonnato, e sopra lo schermo un orologio a lancette che segna le sei e mezza. Foto di Giuseppe Vitale
Quando aspetti, dove guardi?
In una reception di Roma ho contato venti secondi. Un uomo con il trolley già in mano, fermo davanti a un monitor dove non stava succedendo niente. Alla fine di questo pezzo ti dico perché quei venti secondi valgono più di un’ora di fila al Colosseo, e perché Piazza San Pietro in diretta è l’unica immagine che il tempo non consuma.
È successo in questi giorni, agosto, all’ora in cui si consegnano le chiavi e si aspetta il taxi.
Si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata?
Tienila lì, la domanda. Ci torno alla fine. Intanto un fatto: io Ultimo non l’ho mai sentito. Non conosco una sua canzone, non saprei riconoscerne la voce. E non mi interessa. Anzi, più tutti ne parlano, più mi passa la voglia di cercarlo. Funziona così, con me: il rumore attorno a una cosa è un motivo per stare dall’altra parte.
C’è chi qui si indigna: “Allora non puoi giudicare”. E invece sì. Ho tutto il diritto di dire che non mi attira, che di un ragazzo che scrive canzoni d’amore non me ne importa niente. Non è un dovere civico ascoltare quello che ascoltano tutti. E soprattutto non serve aver sentito una nota per parlare di quello che voglio dirti. Perché non è la sua musica.
Le chiome scure dei pini marittimi si aprono come un sipario sopra i templi repubblicani. Sullo sfondo, le facciate romane illuminate raccontano la città che vive, mentre sotto, silenziosa, dorme quella che è stata.
Ti è mai capitato di dimenticare dove stavi andando?
Non per distrazione. Perché un posto ti blocca, ti rapisce, ti ferma in mezzo al marciapiede. Un incrocio che credevi di conoscere ti guarda e sembra chiederti: «Ma tu chi sei davvero?» Ecco, per me Largo di Torre Argentina a Roma è proprio così. Ti do sette buone ragioni per fermarti lì. Non quelle da guida turistica, ma quelle che ti entrano sotto la pelle e cambiano il modo in cui cammini per Roma. Quelle che ti fanno tornare anche quando non hai niente da fare lì.
Da fuori, Largo Argentina sembra solo traffico: autobus, gente che corre, rovine al centro. Ma se ti fermi tre minuti – solo tre – capisci che è uno dei punti più densi della città. Templi antichi, il fantasma di Cesare, un teatro storico, una libreria gigantesca, pini altissimi e gatti selvatici convivono nello stesso quadrato di mondo.
Questo è quello che io chiamo Macondia: il rapporto ostinato tra chi cammina e una città che conosce solo a metà. Una città che guardi, ascolti, fraintendi e in cui continui a tornare. Mentre leggi, pensa a un tuo posto di Roma che funziona così. Alla fine, se ti va, raccontamelo: voglio conoscere le tue Macondie.
Ma non ti rompi le palle a camminare per le solite strade di Roma, piene di turisti, souvenir fasulli e panini illustrati? C’è un serpentone ormai per tutta la città che, da dove passa, ha fatto scappare i romani, ha riempito le vie di tavolini, camerieri di ogni nazionalità, gelaterie, negozi di abbigliamento, di scarpe, di borse, di bottigliette d’acqua e ombrelli venduti alle prime avvisaglie di pioggia.
E i turisti tutti contenti affollano questi luoghi con l’aria del viaggio della loro vita, con gli occhi di chi ha sognato per anni di passeggiare in posti ormai cadaverici, morti, svuotati di ogni significato e senso. Seguimi e ti parlerò della Roma ancora viva.
Ma come è possibile che crolli una torre antica, così?
Una torre che ha attraversato otto secoli di guerre, scosse e restauri, e cade ora — in pieno centro di Roma, nel 2025.
La mattina del 3 novembre, un collega mi dice: «Hai visto che c’è stato un crollo qui vicino?» Più tardi, all’hotel in via Cavour, arrivano due turisti argentini. Hanno appena visto la polvere. «¿Se derrumbó algo?» — È crollato qualcosa? — mi chiedono. «Sí, una torre», rispondo.
Il giorno dopo scopro che non è solo una torre a essere caduta. È morto Octay Stroici, 66 anni, l’ultimo dei quattro operai coinvolti. Era lì dopo il primo cedimento. Poi è arrivato il secondo.
Oggi, 4 novembre, provo a capire. Non per trovare un colpevole — questo in Italia lo facciamo fin troppo bene — ma per capire dove si è interrotto il dialogo tra chi costruisce, chi vigila e chi decide. Perché il problema non è il singolo errore, ma il vuoto di coordinamento, la somma di frammenti che non si parlano. Eppure, a Roma, un tempo era proprio la collaborazione a tenere in piedi le pietre.
Ecco sette cose che ho imparato guardando la polvere di una torre medievale. Puoi leggerle in ordine o saltare. Ma se resti fino alla fine, ti chiederò una cosa semplice.
Ti sei accorto che Roma è cambiata? Non nei monumenti, ma nel modo in cui il mondo la guarda. In pochi giorni, ha ospitato funerali simbolici, intronizzazioni, incontri segreti e processioni pubbliche. Il potere globale è tornato qui, in silenzio, ma con intenzione. Questo articolo racconta sette segni precisi di una trasformazione in atto. Ti invito a leggerli tutti: perché se Roma si risveglia davvero, allora qualcosa – nel potere, nella pace, nella visione – si sta già muovendo.