Il richiamo di prima pagina de la Repubblica del 17 agosto 2026: sotto l’occhiello L’intervista, il titolo Il filosofo Ceruti, Non c’è problema più urgente, con il ritratto del filosofo e la firma di Luca Fraioli che rimanda a pagina 3. Foto di Giuseppe Vitale
Cosa scrivevi nei temi delle medie?
Io lo so cosa scrivevo. C’era una frase che infilavo in fondo a ogni tema, sempre quella, e funzionava: voto alto, ogni volta. Te la dico alla fine. Prima ti porto dove l’ho ritrovata stamattina, aperta sul tavolo della colazione: la prima pagina di Repubblica, in bocca a Mauro Ceruti, filosofo di settantatré anni.
Lunedì 17 agosto, pagina tre. Luca Fraioli lo intervista: professore emerito alla Iulm, dove dirige il centro di ricerca sui sistemi complessi. In prima pagina il richiamo è di cinque parole: non c’è problema più urgente. Dentro, il titolo dice che siamo sull’orlo dell’abisso e che la politica è assente.
Se il 2026 finisse come la tua ultima settimana del 2025, ci metteresti la firma?
Questa non è una domanda motivazionale, è una verifica di realtà. Gli anni non si perdono perché mancano idee, talento o buone intenzioni; si perdono perché alcune abitudini restano intatte, silenziose, automatiche, mentre tutto il resto cambia. Ogni gennaio promettiamo di fare di più, quasi mai decidiamo cosa smettere.
Il tempo non viene divorato da grandi errori, ma da gesti ripetuti che non producono conseguenze, da scelte rimandate che sembrano innocue, da soluzioni che tranquillizzano nel breve e bloccano nel lungo. È così che un anno scivola via senza fare rumore, identico a quello precedente.
Questo articolo non ti chiede di aggiungere un piano, né di reinventarti, né di crederci di più. Ti chiede una cosa sola, molto più scomoda: guardare cosa stai facendo che ti costa un anno alla volta e decidere di non farlo più. Il 2026 non ha bisogno di nuove promesse, ha bisogno di meno cose sbagliate. Se non vuoi perdere un altro anno, si comincia da qui.
Foto di Steve Johnson: https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-ravvicinata-di-occhiali-vicino-a-documenti-sgualciti-963056/
Ti è mai capitato di sentirti sopraffatto dagli impegni, con mille cose da fare e nessuna idea da dove iniziare? Marco, un libero professionista con una carriera solida, una famiglia e tanti progetti in corso, ha vissuto questa sensazione per anni. Ogni giorno ha accumulato compiti, ha cercato di gestire troppe cose contemporaneamente e, nonostante la buona volontà, ha finito sempre per sentirsi in ritardo, stressato e frustrato.
Ha provato a risolvere il problema con agende, app di produttività e liste di cose da fare, ma nulla ha funzionato davvero. Il motivo? Non era la gestione del tempo il vero ostacolo, ma il modo in cui si raccontava la sua difficoltà.
Marco si ripeteva spesso frasi come: “Non sono capace di organizzarmi”, “Non ho tempo per pianificare”, “Ho provato di tutto, ma nulla funziona con me”. Questo modo di pensare ha creato un circolo vizioso che ha alimentato ancora di più il caos.
Quando ha scoperto il Problem Telling, ha capito che non bastava cercare strategie di produttività: doveva cambiare il modo in cui percepiva e raccontava la sua situazione. Attraverso questo metodo ha imparato a trasformare il suo problema in una storia diversa, con lui come protagonista e non più come vittima.
In questo caso studio vedremo come ha ribaltato il suo approccio e ha trovato una soluzione efficace per la sua disorganizzazione.
Sicuro che il tuo problema è che non ti sai organizzare? Che non hai capacità di pianificare la giornata e i compiti da svolgere? E se ti dicessi che sì, d’accordo, avere un buon programma e svolgerlo è importante ma che a monte di tutto questo c’è dell’altro? Insomma, e se il tuo problema fosse diverso da quel che credi? Esiste la soluzione al 90% dei tuoi problemi e ne parliamo in questo articolo.
Quante cose hai lasciato a metà perché ne è arrivata una più bella?
Io ho la risposta pronta: quattro libri nel cassetto. Scritti a metà, mollati appena un dettaglio non mi convinceva e un’altra idea mi chiamava da un’altra stanza, più nuova, più facile da iniziare. Ci arrivo, a come ne sto uscendo. Ma prima ti dico da dove venivo.
C’è un solo metodo per risolvere i problemi: occuparsene, curarsene. Ci fanno una capa tanta su strategie, trucchi, metodi ecc. Io stesso ho elaborato un approccio innovativo del quale ho parlato per anni e che ho in animo di riprendere. Ma spesso trascuriamo la base di tutto: ci devi essere, devi restare a bordo prima di tutto. Mi risuonano ancora nelle orecchie le parole dell’ufficiale Gregorio De Falco nella telefonata con il comandante Schettino dopo l’incidente a nave Concordia: «Torni subito a bordo, cazzo!».
Tu capisci qualcosa di surf? Io nulla, guardo solo di sfuggita i surfisti. Però grazie a una notizia che ho visto online mi si è aperto un mondo sul nostro modo di affrontare le tempeste della vita.
Molti problemi che incontriamo hanno una soluzione ovvia e facile. Sarà bene, quindi, diminuire le analisi, le valutazioni, il rimuginare su qualche questione. Meglio privilegiare ciò che è ovvio e diretto. La parola d’ordine, allora, è semplificare, ridurre ai minimi termini ogni situazione. Così diventa più facile affrontarla e l’ansia, lo spavento e persino il panico sono messi da parte. Infatti tendiamo a complicarci la vita. Complicare vuol dire rendere confuso, intricato, difficile qualcosa perché s’introducono elementi estranei e dannosi.