La macchina teatrale di Riccardo III, uno e trino

Francesco Montanari in Storia di un cinghiale, variazione su Riccardo III, seduto con un teatrino in miniatura in braccio
Francesco Montanari seduto sul bordo della pedana, le braccia su un teatrino in miniatura; alle sue spalle, sul ceppo, la parrucca che indossava poco prima, e intorno corde, sacchi di zavorra e tralicci della scena di Paolo Di Benedetto. Teatro India, 24 aprile 2026. Foto di Giuseppe Vitale

Quante porte ti hanno chiuso in faccia prima che smettessi di bussare?

Non parlo di sfortuna. Parlo di persone. Quelle che ti hanno guardato una volta e hanno deciso che eri di troppo, di meno, di fuori. Quelle che ti hanno cucito addosso un’etichetta, e tu te la sei portata in giro per anni come una gobba.

La sera del 24 aprile, dopo uno spettacolo, ho scritto cinque righe sul telefono. Credevo di aver scritto una recensione. Ci ho messo cinque mesi a capire di chi parlavano. Te le leggo alla fine. Prima devi conoscere Riccardo III, il duca storpio di Shakespeare, e tre attori che gli hanno prestato il corpo.

Lo spettacolo era Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, testo e regia dell’uruguaiano Gabriel Calderón, con Francesco Montanari solo in scena al Teatro India. Da lì sono andato a ritroso. Al Pacino nel 1996. Carmelo Bene nel 1977. Tre uomini che non si somigliano in niente e che, a un certo punto della vita, hanno scelto lo stesso mostro.

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L’attore e il teologo fanno lo stesso mestiere

Sala dorata di un teatro barocco con volte dipinte e lampadari accesi, il luogo dove attore e teologo si somigliano
Interno dorato di una sala barocca: volte dipinte, colonne scanalate e lampadari a candele accesi. Foto di William Dmytrow su Unsplash

Ti hanno mai chiesto di piangere a comando?

Non in scena. A un funerale che non ti toccava, davanti a un obiettivo, in una stanza piena di gente che si aspettava una faccia che tu non avevi. Sai già com’è andata. Hai fatto la faccia. Sotto non c’era niente, e per un secondo hai avuto paura che si vedesse.

Alla fine di questo articolo ti dico chi ha risolto quel problema per primo, e non era un attore. Intanto tieni una parola: persona. Oggi la usiamo per dire quello che uno è davvero. In latino voleva dire un’altra cosa: la maschera di legno che l’attore si metteva sulla faccia. Chi l’ha portata via dal teatro non lo ha fatto per parlare di teatro. Gli serviva per dire chi è Dio. Tienila lì, quella parola. Ci torniamo alla fine.

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Il segreto di Hannibal Lecter che nemmeno Anthony Hopkins ha recitato

Hopkins non ha capito fino in fondo Lecter.

So che è una frase forte. L’attore americano ci ha anche vinto un Oscar come miglior attore protagonista con quel ruolo. Tutti ricordiamo Il silenzio degli innocenti, una delle pellicole meglio riuscite di tutta la storia del cinema. Quindi io come faccio a dire una cosa del genere?

Ti chiedo solo di seguire un po’ il mio ragionamento. Niente di più. A partire dal fatto che Hannibal Lecter non è un villain. Il villain o cosiddetto “cattivo” vuole qualcosa di riconoscibile. Potere, vendetta, denaro, sopravvivenza. Ha un obiettivo che capiamo anche quando lo condanniamo. Sta dall’altra parte di una linea che sappiamo dove si trova.
Lecter no. Non vuole niente di quello che vogliamo noi. Non ha paura di niente che temiamo noi. Non ha bisogno di niente che ci serve a noi. Sta fuori da qualsiasi categoria che abbiamo costruito per contenere le persone pericolose.

E allora cos’è?

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Il risveglio dell’attore nell’era dell’intelligenza artificiale

Pia Lanciotti, Ivana Chubuck (al centro) e Alvaro Moretti durante le foto di rito.

Ti addormenti mai davanti a un film considerato un capolavoro? Succede più spesso di quanto si dica, e puoi rilassarti: non è colpa tua.

Qualcosa nel nostro modo di guardare le storie si è inceppato. Ogni volta che scorri TikTok, ogni volta che passi da un video all’altro, ogni volta che abbandoni un film dopo dieci minuti, il cervello si abitua a ritmi sempre più veloci. La soglia di attenzione scivola verso il basso, la pazienza narrativa sparisce, la fame di stimoli cresce.

Le piattaforme lo sanno, e per questo stanno reinventando il cinema prima ancora che il regista dica «Azione». Gli algoritmi studiano quando distogli lo sguardo, quando perdi interesse, quando stai per saltare la scena. Decidono colori, tagli, tempi, movimenti. Perfino le micro-espressioni degli interpreti vengono modellate per trattenerti un istante in più.

L’IA non sta arrivando nel cinema: ci vive già. E sta riscrivendo le regole mentre nessuno guarda.

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Come vivere d’arte: la via dell’artista antifragile

Si può campare facendo l’artista?

Domanda semplice, brutale. La più antica di tutte. E anche la più urgente, oggi che tutto ti costringe a scegliere: o la sopravvivenza o la vocazione. Per anni mi ci sono aggrappato, come a una corda sfilacciata. Tra un turno di lavoro e un provino, tra un conto da pagare e un sogno da inseguire. Pensavo che l’artista vero dovesse vivere solo d’arte, che accettare un “lavoro normale” fosse un tradimento. Invece era solo ignoranza — economica, psicologica e perfino spirituale.

Ho scritto questo articolo per raccontare che sì, si può campare facendo l’artista. Ma solo se impari a non stare nel mezzo. Non parlo di compromessi o di realismo rassegnato, parlo di una strategia lucida, quasi spietata: il Barbell dell’artista. Una via che ti permette di vivere con stabilità e libertà creativa insieme. Di guadagnare mentre cresci, di non elemosinare più tempo o rispetto.

Voglio mostrarti come si costruisce davvero un artista antifragile: uno che non teme i lavori di mantenimento, che non si piega al disincanto, che trasforma ogni errore, ogni turno, ogni attesa in capitale creativo. Se resti fino alla fine, scoprirai che la risposta non è “sì” o “no”. È molto più interessante: si può campare facendo l’artista, ma solo se impari a usare la realtà come alleata.

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Chi giudica Trump lo rafforza e ripete un errore storico

Più lo condannano, più diventa forte. Donald Trump non cresce nonostante l’odio: cresce grazie all’odio. Ogni volta che un attore lo insulta, che un politico lo chiama “minaccia”, che un giornalista lo descrive come un disastro morale, la sua figura si ingrandisce.

Non è magia, è meccanismo. Ogni giudizio morale finisce per rafforzarlo, perché chi lo giudica non condanna solo lui: condanna anche chi lo segue. E chi si sente giudicato non cambia, si chiude.

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Bergoglio e il cinema, la storia che nessuno ti ha raccontato

Nessun Papa ha amato e usato il cinema e il teatro come Francesco.

Non solo li ha seguiti da spettatore appassionato, ma li ha trasformati in strumenti vivi del suo pontificato. Non c’è altro pontefice che abbia dialogato con così tanti registi, attori, comici. Nessun altro è apparso in così tanti film e documentari da vivo, e nessun altro ha parlato così chiaramente della bellezza come via spirituale. Allora vale la prioprio la pena di parlare di Bergoglio e il cinema.

Questa è la prima volta che quel legame viene messo a fuoco in modo chiaro, diretto, e con uno sguardo ampio ma profondo. In queste righe ti racconto, senza fronzoli, come Francesco ha rivoluzionato il rapporto tra fede e arti sceniche.

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I 9 strati del tuo perché

Un venditore durante una riunione d’affari carica di tensione, mentre presenta il suo pitch in un ambiente urbano. L’immagine cattura il momento di massima concentrazione e determinazione, simbolo di una negoziazione ad alto rischio.
Crediti immagine:
Generata con DALL-E AI, basata su una descrizione dettagliata della scena.

Perché parliamo alle persone? Che cosa cerchiamo di ottenere? Qual è il bisogno che ci spinge a farlo? Se la valigia è troppo pesante in treno, parliamo alla persona più vicina per aiutarci a caricarla. Se i figli hanno qualche problema a scuola, il motivo potrebbe essere il cercare di aiutarli. Fin qui tutto più o meno facile.

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Perché l’ossessione per la genialità ti blocca

“Attori bloccati dalla pressione della perfezione, simbolo della lotta interiore tra autenticità e aspettative irraggiungibili. La paura di sbagliare può paralizzare la creatività e fermare il progresso.”
Crediti:
Illustrazione realizzata da DALL-E

Ti stai ancora sforzando di essere geniale in scena?

Se sì, fermati. Che tu sia un attore o un’attrice, inseguire la genialità può bloccare il tuo vero potenziale. Prendendo ispirazione dalle parole di Seth Godin, ho adattato il suo concetto al mondo del cinema e del teatro. In questo post, esploreremo perché “ben interpretato” può essere la chiave del successo, mentre il mito della perfezione potrebbe frenarti.

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Come reagire ai rifiuti nella tua carriera da attore

Un attore durante un provino riceve un rifiuto dal casting director. Immagine creata da ChatGPT tramite DALL-E.

Hai mai ricevuto un rifiuto che ti ha fatto dubitare del tuo percorso? Nel mondo della recitazione, sentirsi dire “no” è normale, ma può scoraggiare, soprattutto all’inizio. Questo articolo, che fa parte della serie sui 40 problemi di un attore a inizio carriera, ti aiuta a capire come affrontare queste delusioni. I rifiuti non sono la fine del viaggio, ma possono diventare occasioni di crescita e miglioramento. L’obiettivo è mostrarti come ogni battuta d’arresto possa rafforzare la tua determinazione e il tuo impegno verso la carriera artistica.

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