L’assenza di Emanuela Orlandi

Creata con chatGPT:

Cosa dicono di te quando non puoi rispondere?

Tienila lì, questa domanda. Ci arrivo, ma prima portami con me in una strada di Roma. Corso Rinascimento. Una delle vie più belle della città, dritta, larga, ariosa, che prende il nome dalla stagione in cui l’uomo si rimise al centro del mondo. Ci passo spesso. E ogni volta mi fermo sullo stesso pensiero: come fa una ragazza a sparire qui? In una strada che porta il nome della rinascita, l’ultimo posto dove qualcuno l’ha vista viva.

La ragazza è Emanuela Orlandi. Il 22 giugno 1983 esce da una lezione di musica, accenna a una piccola proposta di lavoro, e da quel punto, da Corso Rinascimento, non arriva più a casa. Da quarantatré anni di lei resta una cosa sola: l’assenza. Non una pista, non un colpevole, non una tomba. Un vuoto. E tutto quello che è venuto dopo, le telefonate, i comunicati, le confessioni, i libri, i documentari, è ciò che gli adulti hanno versato dentro quel vuoto per non lasciarlo vuoto.

Hanno parlato in tanti. Più di un papa, un attentatore, i boss di una banda, un fotografo che si autoaccusa da oltre dieci anni. Tutti hanno avuto la loro versione. Lei no. Lei è l’unica, in questa storia, che non ha mai potuto dire nemmeno una parola.

Oggi, nel giorno dell’anniversario, esce una canzone che parte proprio da qui. Dall’assenza, e da chi quell’assenza l’ha riempita parlando al posto suo. Si intitola Chi cercate uomini lassù, ed è il motivo per cui torno a scrivere di questo caso dopo averne già scritto tre volte. Ma prima di arrivarci, lascia che faccia il punto. Perché non è un pezzo nato dal nulla: è l’ultimo gradino di una scala che salgo da tre anni. Una scala che porta proprio a quel vuoto.

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ll lato oscuro della luna

Cosa succederebbe se il sole smettesse di esistere? La fisica ha una risposta precisa: otto minuti di luce residua, poi il buio assoluto. Otto minuti in cui non sappiamo ancora nulla. In cui tutto sembra normale. E poi il freddo, lento e irreversibile. Ma questa non è una domanda di astrofisica. È una domanda che riguarda te.

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La noia di Angelina Mango l’avevo scritta io. Quasi.

Ti hanno mai rubato un’idea prima ancora di conoscerti? È un colpo strano. Ti senti insieme tradito e compreso, come se il mondo avesse ascoltato i tuoi pensieri in anticipo. È quello che mi è successo con La noia di Angelina Mango.

Nel 2022 avevo scritto un articolo intitolato La noia degli artisti. Dicevo che la noia è come una danza, il tempo sospeso in cui le cose si preparano. Due anni dopo, Angelina Mango porta la noia a Sanremo e ne fa una cumbia. Non la spiega. La balla. Quel vuoto diventa ritmo, festa, un modo per non farsi fermare. Io la scrivevo in silenzio. Lei la metteva in musica. Quando l’ho sentita, il primo pensiero è stato: mi ha copiato. Il secondo: impossibile. Il terzo: allora che cos’è successo davvero?

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Storie e parole, tra poesia e algoritmi

Foto di Seej Nguyen: https://www.pexels.com/it-it/foto/microfono-a-condensatore-d-oro-vicino-al-computer-portatile-755416/

Cosa resta di una storia se nessuno la racconta più? E cosa succede quando la voce umana incontra il linguaggio degli algoritmi?

La poesia è suono, ritmo, memoria collettiva. È voce che attraversa il tempo e le generazioni. Ma in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, possiamo ancora parlare di poesia nel senso più puro?

Nell’ultimo episodio di Radio Terrazzo, abbiamo esplorato il legame tra la parola orale, la scrittura e il digitale, cercando di capire come l’arte possa evolversi senza perdere la sua essenza. Se vuoi scoprire come dialetti, poesia e tecnologia si intrecciano in un viaggio unico tra passato e futuro, continua a leggere e lasciati sorprendere.

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Cristicchi, la memoria e la paura della morte

Può una canzone davvero raccontare il dolore o resta solo una finzione emotiva? L’arte dovrebbe raccontare la verità, ma cosa succede quando si limita a sfiorarla senza davvero coglierla? Questa domanda mi è sorta leggendo una conversazione sulla mia bacheca Facebook scaturita dalla canzone Quando sarai piccola di Simone Cristicchi. Il brano affronta il tema della vecchiaia e della perdita di memoria, ma lo fa con un linguaggio che sembra più costruito per commuovere che per rappresentare l’esperienza reale di chi ha vissuto questo dolore.

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Ugolino: teatro e rock demenziale

Hai mai pensato a quanto possa essere dissacrante una canzone orecchiabile? Ugolino, con il suo brano Ma che bella giornata (guardacaso quasi lo stesso titolo di un film di Checco Zalone), riuscì a farlo in modo magistrale. Due versi che lo dimostrano sono: “in sette minuti mi lavo la faccia e prendo il caffè con un po’ di focaccia” e il disilluso “m’illude che vivo e invece son morto”. Ugolino, cantautore italiano che è stato attivo negli anni sessanta e settanta, precursore di Rino Gaetano e Jannacci, usava melodie leggere per svelare con ironia l’assurdità della vita moderna. L’ho scoperto stamattina, sto ascoltando tutte le sue canzoni, e ne sono stregato. Perciò ora voglio parlartene.

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Il regno dei cieli di Lisa

Lisa reclama la sua mamma e vive in Venezuela. È figlia di una mia amica che si trova in Colombia, invece, per lavoro. Insieme alla sorella e al fratello è stata affidata alla nonna che però è molto malata. Lisa, a sei anni, chiede alla madre di trovare un “remedio” per quella che chiama “mamàn”, dicendo nei suoi messaggi vocali che da un momento all’altro può morire. E chiede a sua mamma come farà per andare a scuola, dal momento che già ora quasi non ci sta andando.

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L’azzurra estate in paese

Domenica d’agosto in paese, in periferia. Tutto tace tranne la ventola a tutta forza del ventilatore che mi sta rosolando con aria calda e umida. Sotto le mie mani sento il ticchettio di una tastiera nera comprata dai cinesi, tanto grande quanto dura: su ogni tasto ci vuole una pressione di chili e chili perché vada giù. E a volte occorre pigiare più volte un tasto perché funzioni. Così faccio ginnastica per le mani. Sono solo in casa. Lo so che stai pensando: perché non vado al 🌊 mare come tutti, o quasi. C’è già stata per me una stagione, da bambino, in cui m’incantavo a vedere la distesa azzurra già da lontano. Ora sono una creatura che intanto non ama il caldo. Semmai me ne andrei in ⛰ montagna. E prima o poi lo farò. Credo che le cime delle Alpi ma anche degli Appennini abbiano molto da raccontarmi.

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La poesia del culo e del cuore

Foto di Foto di Наталья Макарова.

Che cosa ci salva certe volte della noia e dal bombardamento di iinformazioni, post, pubblicità, social che ci intontisce ogni giorno? L’acqua passa e nulla resta, nulla di nulla. Qualsiasi cosa venga detta, annunciata, ribadita, promossa rischia di scivolarci addosso. Per fortuna ogni tanto ci imbattiamo in un qualche capolavoro come Il tuo culo e il tuo cuore, di Roberto Vecchioni.

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