Il santo che perseguitò il teatro

La sommità del palazzo del Sedile a Oria con le statue di San Barsanofio e Carlo Borromeo ai lati dell'orologio
Le due statue in cima al palazzo del Sedile a Oria, ai lati del campanile a vela con la campana e l’orologio; più sotto lo stemma cittadino consumato dal tempo. Foto di Giuseppe Vitale

Pensa a chi ti ha ostacolato di più.

Non ti aveva capito? O ti aveva capito troppo bene?

Ci arrivo. Ma prima devo portarti sotto un palazzo del mio paese che ho guardato mille volte. E l’ho pure fotografato: l’immagine qui sopra è mia. A destra c’è la statua di Carlo Borromeo, un santo che per vent’anni ha provato a cancellare il mestiere che faccio io. Alla fine di questo articolo saprai perché questo personaggio è il complimento più grande mai fatto a un attore.

O almeno penso. Da un anno vivo a Roma, città che tra poco rientrerà in questo articolo, tra l’altro. Ma spesso il mio pensiero torna ai tesori di quella città che tra una pausa e l’altra, durata a volte anni, mi ha visto tra le sue strade da quando sono nato. E tra di essi c’è lui.

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La Giornata del Teatro e la Presenza

Quante sedie vuote riesci a sopportare prima di voler scappare dal palco?

Quattro. Di numero. Non dieci, non venti. Quattro persone in sala, sedute nel silenzio di un teatro comunale mentre sei già in costume, il sipario è aperto e le luci accese.

È successo a me. Recitavo a Torre Santa Susanna, un piccolo comune vicino Brindisi, nell’ambito del progetto Teatri Abitati, un progetto bellissimo che porta il teatro nei paesi dove il teatro quasi non esiste più. Quella sera, però, il paese non era venuto. E io ero lì, con un pubblico di quattro anime, davanti a un deserto di velluto rosso.

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Grazie 100 Dario anche se arrivo in ritardo

Quando è stata l’ultima volta che hai riso di qualcuno che conta davvero?

Non del tizio che inciampa in TV. Non dello sfigato di turno. Di qualcuno che ha potere. Di qualcuno che potrebbe farla pagare.

Se ci devi pensare troppo, forse è il momento giusto per parlare di Dario Fo.

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I tre ladri di quel gran ladrone di Scarpetta

Maschera di Pulcinella in cuoio nero, già appartenuta ad Antonio Petito e indossata da Ettore Petrolini.
Mostra Eduardo Scarpetta. Il teatro come dinastia (1925–2025), Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

E se l’arte, soprattutto a teatro, fosse solo un furto riuscito?

Prima di rispondere, facciamo un patto. Leggi questo articolo fino in fondo e alla fine dimmi se hai mai rubato qualcosa a qualcuno. Non parlo di oggetti. Parlo di un gesto, una voce, un modo di stare al mondo che hai visto fare e che da quel giorno non ti ha più lasciato.

Se arrivi fino alla fine e scopri che non hai mai rubato niente a nessuno, forse non hai mai davvero creato niente. Ma se arrivi fino alla fine e capisci da chi hai rubato, allora forse hai capito come funziona davvero la tradizione.

Cominciamo.

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Francesco, da santo a uomo

Lo veneriamo sugli altari per evitare di capirlo. Lo abbiamo ridotto a un santino con le pecorelle, gi uccelli perché fa “grazioso”, fa “buono”. Così evitiamo i dubbi e i tormenti che quest’uomo ha avuto. E ogni anno il 4 ottobre ognuno tira il suo saio dalla parte che gli fa più comodo. C’è chi lo brandisce come simbolo di pace o di ecologia, chi lo cita per convenienza politica.

Ma Francesco non era un’icona da usare: era un uomo in lotta con Dio e con la Chiesa. È questo che Alessandro Barbero, in San Francesco, fa emergere con precisione chirurgica — le contraddizioni, le omissioni, le biografie manipolate, la costruzione di un’immagine utile al potere.

Aldo Cazzullo, invece, con Francesco. Il primo italiano, lo risantifica per l’ennesima volta: il santo perfetto, l’italiano ideale, la pace fatta persona. È l’ennesimo trucco narrativo: toglie la polvere ma anche la verità. Io sto con Barbero, con chi riporta l’uomo al centro, non il mito.

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Perché cercare ancora Franca e Dario

C’è qualcuno che cerchi ancora, anche se non c’è più? Non per amore, non solo per affetto. Ma perché ti ha aperto mondi?

Quando vidi un uomo e una donna soli, capaci di incarnare tutti i ruoli e tutti i personaggi, e perfino di inventare lingue diverse, intravidil’apice del senso spettacolare. Non era solo teatro: era un universo che prendeva forma davanti ai miei occhi. Shakespeare mi sembrava lì, presente, eppure superato da una potenza che neppure il cinema hollywoodiano riusciva a darmi.

In quel momento capii che il teatro non è imitazione, ma creazione. Che un solo attore può contenere il mondo.

Ecco perché oggi scrivo: per raccontare perché continuo a cercare Dario e Franca, cosa ho trovato ieri al Circo Massimo e come questo bisogno di affabulazione riguarda ancora tutti noi.

Non è solo un ricordo, non è nostalgia. È una ricerca viva che ti riguarda da vicino: se resterai fino in fondo, scoprirai perché senza i giullari la nostra voce rischia di spegnersi.

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Roma, cosmopolita o confusa?

Roma accoglie o sopporta gli stranieri? Questa è la domanda scomoda che pochi hanno il coraggio di affrontare. Accogliere è riconoscere, dialogare, costruire. Sopportare è tollerare a denti stretti, senza visione, fino all’esplosione. E Roma, oggi, sembra molto vicina a una deflagrazione sociale.

In questo articolo ti porto in un viaggio a otto tappe: niente teoria astratta, solo esperienza viva. Ti racconto cosa significa essere cosmopoliti, quando le culture si scontrano, e come si può evitare che le differenze diventino barriere. E soprattutto ti spiego perché posso permettermi di parlarne: perché l’ho vissuto sulla pelle, nelle relazioni, nel lutto. Alla fine, ti lascio un invito: costruire insieme uno spazio nuovo. Imperfetto, certo. Ma possibile. E nostro. Se vuoi ne possiamo parlare subito.

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Bergoglio e il cinema, la storia che nessuno ti ha raccontato

Nessun Papa ha amato e usato il cinema e il teatro come Francesco.

Non solo li ha seguiti da spettatore appassionato, ma li ha trasformati in strumenti vivi del suo pontificato. Non c’è altro pontefice che abbia dialogato con così tanti registi, attori, comici. Nessun altro è apparso in così tanti film e documentari da vivo, e nessun altro ha parlato così chiaramente della bellezza come via spirituale. Allora vale la prioprio la pena di parlare di Bergoglio e il cinema.

Questa è la prima volta che quel legame viene messo a fuoco in modo chiaro, diretto, e con uno sguardo ampio ma profondo. In queste righe ti racconto, senza fronzoli, come Francesco ha rivoluzionato il rapporto tra fede e arti sceniche.

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Il fico secco: la voce dimenticata di Giuda Iscariota

Giuda Iscariota: il nome stesso è un marchio d’infamia. Da duemila anni è il simbolo del tradimento, l’uomo che ha venduto il Maestro per trenta denari, l’ombra scura della Passione di Cristo. Ma chi era davvero? E se la sua storia fosse più complessa di quanto ci abbiano sempre raccontato?

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Perché l’ossessione per la genialità ti blocca

“Attori bloccati dalla pressione della perfezione, simbolo della lotta interiore tra autenticità e aspettative irraggiungibili. La paura di sbagliare può paralizzare la creatività e fermare il progresso.”
Crediti:
Illustrazione realizzata da DALL-E

Ti stai ancora sforzando di essere geniale in scena?

Se sì, fermati. Che tu sia un attore o un’attrice, inseguire la genialità può bloccare il tuo vero potenziale. Prendendo ispirazione dalle parole di Seth Godin, ho adattato il suo concetto al mondo del cinema e del teatro. In questo post, esploreremo perché “ben interpretato” può essere la chiave del successo, mentre il mito della perfezione potrebbe frenarti.

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