Una sedia impagliata vuota davanti a una parete bianca, vista dalla soglia di una porta socchiusa. Immagine generata con ChatGPT
Che fai quando nessuno ti risponde?
Mia nonna mi diceva sempre: che Dio ti apra tutte le porte. Ci ho messo una vita a capire cosa mi stava augurando davvero, e te lo dico alla fine. Intanto la risposta sta appoggiata a un muro, e ha a che fare con la pratica dell’attore.
Poi impari che quasi tutte le porte restano chiuse.
Elmo chiuso e spalliera di un’armatura illuminati di lato nel buio, con l’asta di una lancia sulla destra. Foto di Natasa Grabovac su Unsplash
Quando è stata l’ultima volta che hai avuto freddo per il tuo lavoro?
Tieni da parte la risposta. Un uomo di nome Geoffroi de Charny ha scritto il manuale di questo mestiere nel Trecento, e alla fine ti dico l’unica cosa su cui, in tutta la vita, ha taciuto.
Domenica 6 settembre, ad Arezzo, in Piazza Grande, i quattro quartieri corrono la Giostra del Saracino. È la giostra di settembre, quella che pesa, e ci arrivano cavalli veri, lance vere e una città intera in piedi. Charny quella cosa lì l’avrebbe messa all’ultimo posto.
Una mano tiene un pennello piatto carico di rosso appoggiato su una tela dipinta di rossi, gialli e colature bianche. Foto di Simoné Stander su Unsplash
Chi si prende il merito, quando il lavoro lo fate in due?
Tieni da parte la tua risposta. Alla fine ti dico come si divide il merito nel mio mestiere, e perché l’attore è un mezzo artista anche quando è la cosa migliore che si vede in scena.
Il 2 settembre si apre l’ottantatreesima Mostra di Venezia e il Leone d’oro alla carriera va a George Clooney, che quella metà la conosce dalle due parti: sta davanti alla macchina da presa da trent’anni e dietro da più di venti, dal suo primo film da regista nel 2002. Un premio alla carriera dato a uno che sta su tutti e due i lati del set è l’occasione buona per guardare come si divide il lavoro.
Immagine generata da Dall-e 2 con input: “Un’immagine nello stile delle illustrazioni per i libri delle scuole superiori di un attore in scena, con un libro di filosofia aperto accanto a lui”.
«Ma tu che vuo’ fa’, l’attore o er filosofo? Te devi decide Peppino mio perché da mo’ che nun sei più un pischello!». Mi chiamo Giuseppe, sono del 1974 e in effetti non mi sono mai deciso tra queste due figure, fra le quali oscilla tutta la mia esistenza. Spesso mi sono sembrati due poli opposti e inconciliabili. Il senso comune, tra l’altro, non vede di buon occhio un attore che fa er filosofo e un filosofo che prova a fa’ l’attore. L’uno scoccia. L’artro nun è bono!
Un uomo solo su un palcoscenico buio, il fascio di luce cade dietro di lui nel fumo. Foto di Luis Morera su Unsplash
Ti è mai capitato di guardare un film e pensare, per un attimo: questo qui sta recitando?
Quel pensiero è già una condanna. I migliori attori di sempre non si riconoscono da quel pensiero: si riconoscono da quando quel pensiero non ti viene. Tienilo da parte, perché in fondo a questa pagina ti chiedo di rifare il tuo giudizio su un attore con una domanda sola, e non è quella che credi.
Ieri sera si è chiusa la settantanovesima edizione del Locarno Film Festival. Il Pardo per la migliore interpretazione lo consegnano in due copie uguali, senza dividere maschile e femminile: nel concorso internazionale sono andati a Kim Minhee, per «Nowhere to Lay My Eyes», e a Monica Bellucci, per «Ketticè» di Giovanni Tortorici. Nessun primo, nessun secondo. Non hanno incoronato due attrici: hanno indicato due prove.
C’è un momento, in ogni ristrutturazione, in cui la casa è più brutta di quando hai cominciato. I muri scrostati, la polvere ovunque, i mobili accatastati sotto teli di plastica, un cavo che pende dal soffitto come una domanda senza risposta. Chi ci abita, in quei giorni, cammina in tondo tra le stanze semivuote e si chiede se ne è valsa la pena. È lì, non nel prima lucido né nel dopo perfetto ma in quel guado di calcinacci, che capisci cosa significa davvero ristrutturare.
Ho pensato a lungo a questa parola. La usiamo per le case, ma la teniamo a distanza quando riguarda noi. Diciamo “mi rimetto in gioco”, “cambio vita”, “riparto”: formule pulite, da brochure. Ristrutturare è più onesto, perché contiene la polvere. Dice che per rifare bisogna prima disfare, che c’è una fase di macerie che non puoi saltare, e che la casa nuova nascerà proprio da dove stava la vecchia: stesse fondamenta, stesso indirizzo, altra vita.