La pericolosa banalità di Ultimo

Si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata?

Tienila lì, la domanda. Ci torno alla fine. Intanto un fatto: io Ultimo non l’ho mai sentito. Non conosco una sua canzone, non saprei riconoscerne la voce. E non mi interessa. Anzi, più tutti ne parlano, più mi passa la voglia di cercarlo. Funziona così, con me: il rumore attorno a una cosa è un motivo per stare dall’altra parte.

C’è chi qui si indigna: “Allora non puoi giudicare”. E invece sì. Ho tutto il diritto di dire che non mi attira, che di un ragazzo che scrive canzoni d’amore non me ne importa niente. Non è un dovere civico ascoltare quello che ascoltano tutti. E soprattutto non serve aver sentito una nota per parlare di quello che voglio dirti. Perché non è la sua musica.

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Perché dimentichi tutto quello che vivi (e non te ne accorgi)

Quante cose hai già dimenticato di oggi?

Non di ieri. Di stamattina.

Prova a ricostruire le ultime tre ore. Quello che hai pensato sotto la doccia. Quello che hai guardato per dieci secondi e scrollato via. Le cose che ti hanno attraversato e non hai trattenuto.

Quasi nulla.

Non perché fosse irrilevante. Perché non hai fatto nulla per fermarlo.

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Come vivere d’arte: la via dell’artista antifragile

Si può campare facendo l’artista?

Domanda semplice, brutale. La più antica di tutte. E anche la più urgente, oggi che tutto ti costringe a scegliere: o la sopravvivenza o la vocazione. Per anni mi ci sono aggrappato, come a una corda sfilacciata. Tra un turno di lavoro e un provino, tra un conto da pagare e un sogno da inseguire. Pensavo che l’artista vero dovesse vivere solo d’arte, che accettare un “lavoro normale” fosse un tradimento. Invece era solo ignoranza — economica, psicologica e perfino spirituale.

Ho scritto questo articolo per raccontare che sì, si può campare facendo l’artista. Ma solo se impari a non stare nel mezzo. Non parlo di compromessi o di realismo rassegnato, parlo di una strategia lucida, quasi spietata: il Barbell dell’artista. Una via che ti permette di vivere con stabilità e libertà creativa insieme. Di guadagnare mentre cresci, di non elemosinare più tempo o rispetto.

Voglio mostrarti come si costruisce davvero un artista antifragile: uno che non teme i lavori di mantenimento, che non si piega al disincanto, che trasforma ogni errore, ogni turno, ogni attesa in capitale creativo. Se resti fino alla fine, scoprirai che la risposta non è “sì” o “no”. È molto più interessante: si può campare facendo l’artista, ma solo se impari a usare la realtà come alleata.

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Roma Barocca e Maconda

Il respiro del marmo. Roma guarda, ma non parla.

Roma ti ha mai guardato negli occhi?

Non di giorno, no. Di notte.

Quando i sampietrini brillano come squame di pesce sotto la luna e dalle finestre chiuse sembra uscire il respiro di chi non c’è più. Quando ogni palazzo diventa un corpo che ricorda, e tu, che cammini solo, senti che qualcuno ti segue — ma è solo il tuo secolo che si è perso per strada.

Quello che stai per leggere non è solo un itinerario. È un patto.

Sette tappe. Sette segreti. Se arrivi fino in fondo, scoprirai dove Scipione Borghese nascose il cuore pulsante della sua Roma barocca — e dove ancora oggi, tra l’ombra e la pietra, quel cuore batte.

Ma devi camminare con me. Tappa per tappa. Senza saltare. Per ogni luogo trovi il link a Google Maps. Cliccaci sopra e segui il percorso così come lo descrivo nell’articolo.

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La noia di Angelina Mango l’avevo scritta io. Quasi.

Ti hanno mai rubato un’idea prima ancora di conoscerti? È un colpo strano. Ti senti insieme tradito e compreso, come se il mondo avesse ascoltato i tuoi pensieri in anticipo. È quello che mi è successo con La noia di Angelina Mango.

Nel 2022 avevo scritto un articolo intitolato La noia degli artisti. Dicevo che la noia è come una danza, il tempo sospeso in cui le cose si preparano. Due anni dopo, Angelina Mango porta la noia a Sanremo e ne fa una cumbia. Non la spiega. La balla. Quel vuoto diventa ritmo, festa, un modo per non farsi fermare. Io la scrivevo in silenzio. Lei la metteva in musica. Quando l’ho sentita, il primo pensiero è stato: mi ha copiato. Il secondo: impossibile. Il terzo: allora che cos’è successo davvero?

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La Giornata dell’Artista per dire grazie a tutti gli artisti

I festival e gli eventi culturali sono diventati sfilate di celebrità.
Sempre gli stessi nomi, sempre gli stessi volti: attori di successo, registi consacrati, musicisti già applauditi. Ogni anno la stessa passerella, la stessa retorica, lo stesso applauso garantito.

Ma l’arte non è fatta solo di chi ce l’ha fatta.
L’arte vive perché migliaia di artisti anonimi rischiano, cadono, ricominciano, senza mai ricevere un invito né un grazie. Sono loro che tengono in piedi la baracca, mentre i festival si accontentano di celebrare chi è già celebrato.

È un paradosso feroce: la comunità respira grazie ai sacrifici dei non famosi, ma sceglie di dimenticarli. Nessuna targa, nessuna memoria, nessun palco.
E allora la domanda è bruciante: quanto ancora possiamo tollerare festival che si auto-incensano e non restituiscono dignità a chi davvero alimenta la cultura?

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L’ingegneria dello sfondo nell’arte e nella vita

Che noia dover colorare lo sfondo, ricordi? Da piccolo facevi dei disegni pieni di tanti colori ma poi al momento di riempire le zone di colore l’operazione si rivelava un po’ noiosa, soprattutto quando la superficie era grande, vero?

Di solito queste zone erano lasciate per ultime e spesso non completate. Specie quando erano tutte dello stesso colore, per esempio: azzurro come il cielo o verde come un prato. In effetti è un lavoro un po’ meccanico e ripetitivo, e quindi privo di stimoli.

Nelle botteghe d’arte di un tempo veniva lasciato agli allievi. Quando non si trattava della Vergine delle rocce o della Monna Lisa di Leonardo da Vinci altre mani se ne occupavano. In quei due casi lo sfondo era un capolavoro a sé che richiedeva molti passaggi, molte velature, sfumature, ecc.

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Le 10 lezioni madonnare di Leonardo Vitale

Quarant’anni fa mio padre fece la sua più importante scelta di vita, dopo quella del matrimonio. Diventare madonnaro. In questi giorni a Oria, suo paese di adozione, ne viene ricordata la figura, a tre anni e sette mesi dalla sua scomparsa, attraverso il Primo Raduno di Primavera dei Madonnari il 3 e 4 maggio 2025, tra Piazza Donnolo e via Dragonetti Bonifacio, intitolato appunto a Leonardo Vitale. Luogo significativo, tra l’altro, perché costituisce una delle location da lui predilette durante le festività oritane.

Nel mio blog ho dedicato più di un articolo a lui. Infatti ho parlato della sua arte viaggiante, del libro che gli è stato dedicato, delle pietre d’inciampo, di alcune iniziative per ricordarlo. Per questa occasione mi sono venute in mente le dieci principali lezioni che mi ha trasmesso con la sua arte. E facendo un po’ il verso alle Lezioni Americane di Italo Calvino, voglio qui proporre le sue dieci lezioni madonnare.

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Bergoglio e il cinema, la storia che nessuno ti ha raccontato

Nessun Papa ha amato e usato il cinema e il teatro come Francesco.

Non solo li ha seguiti da spettatore appassionato, ma li ha trasformati in strumenti vivi del suo pontificato. Non c’è altro pontefice che abbia dialogato con così tanti registi, attori, comici. Nessun altro è apparso in così tanti film e documentari da vivo, e nessun altro ha parlato così chiaramente della bellezza come via spirituale. Allora vale la prioprio la pena di parlare di Bergoglio e il cinema.

Questa è la prima volta che quel legame viene messo a fuoco in modo chiaro, diretto, e con uno sguardo ampio ma profondo. In queste righe ti racconto, senza fronzoli, come Francesco ha rivoluzionato il rapporto tra fede e arti sceniche.

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