
Quanto è faticoso a volte leggere un articolo o un libro, vero?
E scrivere è proprio dura, giusto? Perché non lasciarlo fare a una intelligenza artificiale al posto nostro? Ce ne sono alcune che ti riassumono tutto quello che vuoi e risparmi pure tempo, no? E in quanto a scrivere basta dire a ChatGPT, Gemini, Claude e altre di farlo al posto nostro. Chiedi, copi e incolli, ed è fatta. Vero?
Peccato che questa è la strada del declino cognitivo e del fallimento. Perché pensare le parole che leggiamo e scriviamo è il modo in cui costruiamo il nostro pensiero. Senza le parole il nostro cervello sparisce. E se leggi fino alla fine capirai, se ne hai ancora voglia, il perché.
Curriculum scartati e strafalcioni di massa
È notizia di qualche giorno fa il fatto che sempre più curriculum siano scritti da una IA e scartati senza pietà dai selezionatori. Lo racconta Adnkronos: curriculum pieni di errori, parole vuote, dettagli mancanti. Esperienze gonfiate. Posizioni inventate di sana pianta. E il colmo: a volte manca persino il numero di telefono o l’email.
Come è possibile? Semplice. Il candidato ha chiesto al chatbot di scrivere il cv. Il chatbot ha sputato fuori una versione. Il candidato ha copiato e incollato. Il selezionatore se ne accorge in dieci secondi e lo butta nel cestino.
Se li lasci fare al posto tuo, smetti di esserci.
Risciacquare non è lavare
Per lavare un piatto serve sapone. Acqua calda. Una mano che strofina nei punti dove il cibo si è seccato. La risciacquatura è il gesto finale, quello che porta via la schiuma. Se ti fermi lì, il piatto resta sporco.
Ed è quello che succede oggi. Uno chiede al chatbot. Il chatbot risponde. L’altro copia e incolla. Crede di aver lavato. Ha solo bagnato.
Lavorando alla mia tesi sul Menabò di Italo Calvino e Elio Vittorini, una volta ho letto una stroncatura di Calvino a un altro scrittore. Calvino diceva che la scrittura di quel collega era come la risciacquatura dei piatti sporchi. Bastava quella per pulirli? Manco per il cavolo.
Quando Calvino lo scriveva, la risciacquatura era una scelta stilistica di un singolo scrittore. Oggi è una procedura di massa. Il candidato risciacqua il proprio cv. Lo studente risciacqua il proprio compito. Il professionista risciacqua il proprio post su LinkedIn. L’azienda risciacqua la propria comunicazione. Tutti puliti, tutti finti puliti, tutti sporchi sotto.
Dove ce la caviamo meglio di loro
Su diversi aspetti ce la caviamo noi meglio di loro.
Una macchina non sa quale esperienza della tua vita conta davvero per il lavoro a cui ti stai candidando. Lo sai tu.
Una macchina non sa cogliere il tono giusto per quel selezionatore lì, in quell’azienda lì. Lo sai tu.
Una macchina non sa quando una virgola va tolta perché spezza il ritmo. Non sa quando una parola suona finta. Lo sai tu, se ti fermi ad ascoltare.
I chatbot producono dieci versioni della stessa frase in tre secondi. Ricordano regole che noi avevamo dimenticato. Ma il giudizio su cosa è tuo, su cosa è vero, su cosa è giusto dire in quel momento, quello resta nostro. A meno che non lo regaliamo noi.
Il nome sbagliato di una tecnologia fraintesa
Lo scrivo da tempo: il nome “intelligenza artificiale” è sbagliato.
I sistemi in giro non sono intelligenti. L’intelligenza è degli animali, non dei microchip. E neanche artificiale è giusto, perché non sono costruiti come il nostro cervello. Sono tutta un’altra cosa. Tanto che oggi qualcuno arriva a chiedersi se anche noi pensiamo davvero. Io li voglio rassicurare: noi pensiamo. Le macchine processano dati e calcolano probabilità. Non è la stessa cosa.
Lo spremiagrumi e il torchio
Hai presente quando spremi un limone a mano? Per tirargli fuori tutto il succo devi premere forte e a lungo. Ecco. Per tirare fuori qualcosa di buono da un chatbot lo devi mettere sotto torchio.
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L’altra immagine è il torchio del vino. Le prime versioni che ti dà il chatbot non valgono niente. Sono mosto torbido. Il vino buono viene dopo. Quando hai chiesto, riscritto, corretto, ripetuto. Quando ci hai messo le mani.
Il paradigma dell’umanoscritto
Si chiama umanoscritto. È un paradigma. Il testo come frutto di una fusione tra mente umana e macchina. Una fusione, attenzione. Non una risciacquatura.
La firma come traccia di una mano
Il rimedio si chiama firma. Firmare non vuol dire mettere il proprio nome in fondo. Vuol dire averlo pensato fino in fondo, quel testo. Essere passati per il sudore freddo di non sapere cosa scrivere e poi averlo trovato. Aver riletto, tagliato, riscritto, dubitato, ricominciato.
La firma non è un’etichetta. È la traccia di una mano umana che ha lavorato.
Quando un selezionatore butta via un cv scritto dalla macchina, non sta giudicando lo strumento. Sta giudicando l’assenza di mano. Sta dicendo: dietro questo testo non c’è nessuno. E io non posso assumere nessuno.
Lo studente che si gioca tutto
Lo studente, in particolare, si gioca tutto. Perché il compito risciacquato gli arriva in classe il giorno dopo, e all’interrogazione non ci va il chatbot. Ci va lui.
Lo vedo ogni settimana nei ragazzi che mi arrivano per il coaching. Una mia studentessa di liceo, qualche tempo fa, aveva consegnato un tema di italiano fatto bene. Voto alto. Settimana dopo, interrogazione. La professoressa le chiede di spiegare un passaggio. Lei guarda il foglio. Riguarda il foglio. Rilegge la sua frase, una di quelle che era piaciuta tanto alla professoressa. Niente. Non sa cosa stava dicendo. Non lo sa perché non lo aveva mai pensato. Aveva risciacquato il chatbot. Si era presentata in classe pulita ma vuota.
I ragazzi che vedo non hanno bisogno di studiare di più. Hanno bisogno di studiare in un modo che lasci traccia. Se è il tuo caso, o quello di un ragazzo che conosci, qui puoi prenotare una sessione gratuita con me e capire come si costruisce un metodo che resista anche all’epoca dei chatbot.
La domanda
Qual è stato l’ultimo testo che hai mandato, consegnato, pubblicato senza rileggerlo davvero? Non per controllare i refusi. Per sentire se era tuo.
La risposta è la misura della tua libertà mentale residua. Se non te la ricordi, è il momento di riprenderla. Apri il foglio. Senti la fatica. Resta lì dentro. Esci con qualcosa che porta la tua firma.
E se sei uno studente, o un genitore di uno studente, e questa fatica ti sembra troppo grande da affrontare da solo, una sessione gratuita di coaching è il punto da cui partire. Si comincia sempre da una conversazione.
L’intelligenza artificiale usata senza rilettura è solo il primo dei tre abusi che stiamo facendo di queste macchine. Il secondo è più nascosto. Riguarda tutte quelle cose che dovremmo fare noi e basta, senza chiedere aiuto a nessuno. Te ne parlo la prossima settimana.
E lì si vede tutto.
Hai lavato, o hai solo risciacquato?
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