Il monitor della reception di un hotel di Roma con la diretta di Piazza San Pietro sul canale di Vatican Media: la piazza vuota, la basilica, l’obelisco e il colonnato, e sopra lo schermo un orologio a lancette che segna le sei e mezza. Foto di Giuseppe Vitale
Quando aspetti, dove guardi?
In una reception di Roma ho contato venti secondi. Un uomo con il trolley già in mano, fermo davanti a un monitor dove non stava succedendo niente. Alla fine di questo pezzo ti dico perché quei venti secondi valgono più di un’ora di fila al Colosseo, e perché Piazza San Pietro in diretta è l’unica immagine che il tempo non consuma.
È successo in questi giorni, agosto, all’ora in cui si consegnano le chiavi e si aspetta il taxi.
Le due statue in cima al palazzo del Sedile a Oria, ai lati del campanile a vela con la campana e l’orologio; più sotto lo stemma cittadino consumato dal tempo. Foto di Giuseppe Vitale
Pensa a chi ti ha ostacolato di più.
Non ti aveva capito? O ti aveva capito troppo bene?
Ci arrivo. Ma prima devo portarti sotto un palazzo del mio paese che ho guardato mille volte. E l’ho pure fotografato: l’immagine qui sopra è mia. A destra c’è la statua di Carlo Borromeo, un santo che per vent’anni ha provato a cancellare il mestiere che faccio io. Alla fine di questo articolo saprai perché questo personaggio è il complimento più grande mai fatto a un attore.
O almeno penso. Da un anno vivo a Roma, città che tra poco rientrerà in questo articolo, tra l’altro. Ma spesso il mio pensiero torna ai tesori di quella città che tra una pausa e l’altra, durata a volte anni, mi ha visto tra le sue strade da quando sono nato. E tra di essi c’è lui.
Si può parlare di una cosa senza averla mai ascoltata?
Tienila lì, la domanda. Ci torno alla fine. Intanto un fatto: io Ultimo non l’ho mai sentito. Non conosco una sua canzone, non saprei riconoscerne la voce. E non mi interessa. Anzi, più tutti ne parlano, più mi passa la voglia di cercarlo. Funziona così, con me: il rumore attorno a una cosa è un motivo per stare dall’altra parte.
C’è chi qui si indigna: “Allora non puoi giudicare”. E invece sì. Ho tutto il diritto di dire che non mi attira, che di un ragazzo che scrive canzoni d’amore non me ne importa niente. Non è un dovere civico ascoltare quello che ascoltano tutti. E soprattutto non serve aver sentito una nota per parlare di quello che voglio dirti. Perché non è la sua musica.
Tienila lì, questa domanda. Ci arrivo, ma prima portami con me in una strada di Roma. Corso Rinascimento. Una delle vie più belle della città, dritta, larga, ariosa, che prende il nome dalla stagione in cui l’uomo si rimise al centro del mondo. Ci passo spesso. E ogni volta mi fermo sullo stesso pensiero: come fa una ragazza a sparire qui? In una strada che porta il nome della rinascita, l’ultimo posto dove qualcuno l’ha vista viva.
La ragazza è Emanuela Orlandi. Il 22 giugno 1983 esce da una lezione di musica, accenna a una piccola proposta di lavoro, e da quel punto, da Corso Rinascimento, non arriva più a casa. Da quarantatré anni di lei resta una cosa sola: l’assenza. Non una pista, non un colpevole, non una tomba. Un vuoto. E tutto quello che è venuto dopo, le telefonate, i comunicati, le confessioni, i libri, i documentari, è ciò che gli adulti hanno versato dentro quel vuoto per non lasciarlo vuoto.
Hanno parlato in tanti. Più di un papa, un attentatore, i boss di una banda, un fotografo che si autoaccusa da oltre dieci anni. Tutti hanno avuto la loro versione. Lei no. Lei è l’unica, in questa storia, che non ha mai potuto dire nemmeno una parola.
Oggi, nel giorno dell’anniversario, esce una canzone che parte proprio da qui. Dall’assenza, e da chi quell’assenza l’ha riempita parlando al posto suo. Si intitola Chi cercate uomini lassù, ed è il motivo per cui torno a scrivere di questo caso dopo averne già scritto tre volte. Ma prima di arrivarci, lascia che faccia il punto. Perché non è un pezzo nato dal nulla: è l’ultimo gradino di una scala che salgo da tre anni. Una scala che porta proprio a quel vuoto.
Babilonia: l’eterna promessa. 🏛️✨ La città sospesa tra mito antico e futuro ludico, dove il desiderio incontra il proibito. Credits: Concept iniziale di ChatGPT; evoluzione storica, pittorica e rendering finale a cura di Gemini.
Perché le cose proibite ci attraggono sempre?
Tieni in mente questa domanda. Ci torneremo alla fine. E quando lo faremo, avrai una risposta che non ti aspetti.
Per arrivarci dobbiamo cominciare dagli anni Ottanta. In quel periodo sentivo un’espressione che sembrava uscita da un libro di storia antica. Non si trovava in un documentario, ma nei telegiornali, pronunciata con la gravità di una condanna. La usava un uomo con una lunga barba bianca e l’indice alzato: l’Ayatollah Khomeini. Definiva l’America il Grande Satana. E i commentatori, per descrivere quel contrasto tra rigore teocratico e opulenza occidentale, evocavano spesso l’immagine della Nuova Babilonia.
Era un insulto. Almeno, era costruito per esserlo. Eppure io, e ogni ragazzo europeo della mia generazione, avevo nel cuore quegli americani. Pensavo alla liberazione dal nazifascismo, a Michael Jackson, a Madonna. Sognavo di scorrazzare con la macchina di Hazzard. Avevo davanti la faccia tumefatta di Rocky che urlava “Adrianaaaa”. Khomeini indicava un peccato. Noi vedevamo una promessa.
Ba-bi-lò-nia. Ho ancora quella parola nelle orecchie. Le due “b” sembrano archi, portali che si aprono uno dentro l’altro. La “l” scivola come l’acqua di un fiume tra sponde di pietra. La “nia” finale risuona come un’eco che si espande. Dentro quella parola c’era già una città. E dentro la città, una civiltà intera.
Maschera di Pulcinella in cuoio nero, già appartenuta ad Antonio Petito e indossata da Ettore Petrolini. Mostra Eduardo Scarpetta. Il teatro come dinastia (1925–2025), Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
E se l’arte, soprattutto a teatro, fosse solo un furto riuscito?
Prima di rispondere, facciamo un patto. Leggi questo articolo fino in fondo e alla fine dimmi se hai mai rubato qualcosa a qualcuno. Non parlo di oggetti. Parlo di un gesto, una voce, un modo di stare al mondo che hai visto fare e che da quel giorno non ti ha più lasciato.
Se arrivi fino alla fine e scopri che non hai mai rubato niente a nessuno, forse non hai mai davvero creato niente. Ma se arrivi fino alla fine e capisci da chi hai rubato, allora forse hai capito come funziona davvero la tradizione.
Che cosa è successo a Emanuela subito dopo che è stata vista per l’ultima volta?
Forse la verità non è nascosta nelle telefonate misteriose né nelle piste internazionali né nella lunga ombra dei depistaggi. Forse tutto comincia in un pomeriggio di giugno, quando una ragazza esce da scuola, parla di un piccolo lavoro e poi sparisce senza lasciare una scena di pericolo. È lì che bisogna tornare, a quelle prime ore che nessuno ha guardato con la cura che meritano.
Questo è il senso delle nuove indagini della procura che torna a indagare su una figura centrale, il cosiddetto “uomo Avon”, secondo l’identikit della persona che sarebbe stata vista parlare con Emanuela. Ho già affrontato una serie di narrazioni sul caso. E poi ho avuto uno scambio di commenti con Pino Nicotri, il giornalista che più di tutti ha capito che non si è trattato di rapimento, di recente ascoltato anche dalla commissione bicamerale che lavora sul caso. E qui voglio allora tornare al punto zero di questa storia, una volta sgomberato il campo da tanti, eccessivi depistaggi.
Pia Lanciotti, Ivana Chubuck (al centro) e Alvaro Moretti durante le foto di rito.
Ti addormenti mai davanti a un film considerato un capolavoro? Succede più spesso di quanto si dica, e puoi rilassarti: non è colpa tua.
Qualcosa nel nostro modo di guardare le storie si è inceppato. Ogni volta che scorri TikTok, ogni volta che passi da un video all’altro, ogni volta che abbandoni un film dopo dieci minuti, il cervello si abitua a ritmi sempre più veloci. La soglia di attenzione scivola verso il basso, la pazienza narrativa sparisce, la fame di stimoli cresce.
Le piattaforme lo sanno, e per questo stanno reinventando il cinema prima ancora che il regista dica «Azione». Gli algoritmi studiano quando distogli lo sguardo, quando perdi interesse, quando stai per saltare la scena. Decidono colori, tagli, tempi, movimenti. Perfino le micro-espressioni degli interpreti vengono modellate per trattenerti un istante in più.
L’IA non sta arrivando nel cinema: ci vive già. E sta riscrivendo le regole mentre nessuno guarda.
Le chiome scure dei pini marittimi si aprono come un sipario sopra i templi repubblicani. Sullo sfondo, le facciate romane illuminate raccontano la città che vive, mentre sotto, silenziosa, dorme quella che è stata.
Ti è mai capitato di dimenticare dove stavi andando?
Non per distrazione. Perché un posto ti blocca, ti rapisce, ti ferma in mezzo al marciapiede. Un incrocio che credevi di conoscere ti guarda e sembra chiederti: «Ma tu chi sei davvero?» Ecco, per me Largo di Torre Argentina a Roma è proprio così. Ti do sette buone ragioni per fermarti lì. Non quelle da guida turistica, ma quelle che ti entrano sotto la pelle e cambiano il modo in cui cammini per Roma. Quelle che ti fanno tornare anche quando non hai niente da fare lì.
Da fuori, Largo Argentina sembra solo traffico: autobus, gente che corre, rovine al centro. Ma se ti fermi tre minuti – solo tre – capisci che è uno dei punti più densi della città. Templi antichi, il fantasma di Cesare, un teatro storico, una libreria gigantesca, pini altissimi e gatti selvatici convivono nello stesso quadrato di mondo.
Questo è quello che io chiamo Macondia: il rapporto ostinato tra chi cammina e una città che conosce solo a metà. Una città che guardi, ascolti, fraintendi e in cui continui a tornare. Mentre leggi, pensa a un tuo posto di Roma che funziona così. Alla fine, se ti va, raccontamelo: voglio conoscere le tue Macondie.
E se nel caso Orlandi, per quarant’anni, avessimo guardato il film sbagliato? È una domanda secca e inevitabile. E diventa ancora più scomoda quando si mettono a confronto due mondi: il thriller costruito dagli adulti e un semplice appunto scritto da una ragazza di quindici anni. “Il Montaggio delle Attrazioni” è il nome di un cineforum sulla Cassia che Emanuela Orlandi aveva annotato prima di sparire.
Nel mio articolo precedente ho raccontato come cinema, televisione e media abbiano progressivamente trasformato la sua storia in un racconto spettacolare. Questo nuovo pezzo ne è lo sviluppo naturale: un ritorno a ciò che Emanuela era davvero, fuori dal grande film che è stato montato attorno a lei.