Quell’idiota di san Francesco e la sete di conoscenza

Hai mai conosciuto qualcuno così puro da sembrare stupido?

Francesco d’Assisi lo era davvero, e non per mancanza d’intelligenza. Aveva conosciuto il lusso del padre mercante, la vanità delle feste, la violenza delle guerre. Quando si spogliò nudo davanti al vescovo, non fu un gesto teatrale ma un atto radicale: tagliare via tutto ciò che lo teneva prigioniero. Dopo aver rinunciato a ogni ricchezza, intuì che anche il sapere poteva diventare una forma di potere. Per questo rifiutò libri, scuole e dispute, dicendo che al frate bastavano la tonaca e le mutande. Si definiva “idiota et simplex”: un analfabeta per scelta, un uomo che preferiva toccare la vita piuttosto che descriverla.

Non disprezzava la cultura, ma la guardava con sospetto. Aveva visto troppi uomini citare Dio come un argomento invece di respirarlo. Per lui conoscere significava vivere, non dimostrare. La sua povertà era un metodo: togliere finché non restava che l’essenziale, un cuore nudo davanti alla verità. Diffidava della logica perché sapeva che la mente può costruire prigioni dorate. Scelse invece l’ignoranza come libertà, la semplicità come forma suprema di intelligenza. Si sentiva un umile uomo, non quel santo che veneriamo.

Eppure, poco dopo la sua morte, i suoi stessi seguaci fecero il contrario: entrarono nelle università, studiarono Aristotele, crearono la logica moderna. Da quella “ignoranza sacra” nacque una nuova sete di conoscenza che avrebbe incendiato l’Europa, fino ad arrivare — secoli dopo — al Guglielmo da Baskerville di Umberto Eco. È lì, tra Francesco che rinuncia e i francescani che studiano, che comincia la nostra storia: la battaglia eterna tra chi teme il sapere e chi lo abbraccia come via per capire Dio e se stesso.

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Le 7 fallacie logiche della decontestualizzazione

Hai mai pensato a quante volte una frase, strappata dal suo contesto, diventa una condanna? È quello che è successo a María Corina Machado, sulla quale ieri ho pubblicato un articolo. Una sua frase detta anni fa — «Israele è un genuino alleato della libertà» — ora è riesplosa come una granata mediatica per contestarla, proprio nel momento in cui riceve il Nobel per la Pace. Quel frammento, estratto da un discorso più ampio, è bastato per dividerla in due agli occhi del mondo: per alcuni simbolo di coerenza occidentale, per altri prova del suo cinismo.

Ma quasi nessuno si è fermato a chiedere quando, perché e in quale contesto lo disse. La verità? La frase è vera, il senso no. È l’effetto più sottile e pericoloso della decontestualizzazione: quando le parole sopravvivono al loro momento e vengono usate come proiettili. Dietro tutto questo non c’è solo malafede: ci sono sette fallacie logiche che distorcono il nostro modo di vedere, giudicare e reagire. Sette trappole della mente che trasformano l’informazione in spettacolo e l’opinione in sentenza.

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Venezuela, libertà e un Nobel che scuote il mondo

Ti è mai capitato di abbassare la testa per paura di perdere qualcosa?
Un lavoro, un’amicizia, una posizione, una briciola di pace. A Maria Corina Machado no. Le hanno tolto tutto: candidabilità, protezione, sicurezza, ma non ha mai smesso di parlare.

Il Nobel per la pace dato a lei è uno schiaffo a chi si gira dall’altra parte, a chi giustifica il silenzio, a chi dice «non mi riguarda». Riguarda eccome. Perché ogni volta che stai zitto davanti a un’ingiustizia, stai dicendo che va bene così. E se domani toccasse a te, chi parlerebbe?

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Hai mai giocato a giocare un gioco?

Hai mai provato a giocare a un gioco senza conoscerne tutte le regole? Se non leggi fino alla fine, ti dico già: perderai la parte più importante. Perché questa non è una storia sui bambini, ma su di te.

Poco fa ho visto una scena: un padre propone ai figli di giocare a 1, 2, 3 stella. Il bambino, quattro anni al massimo, si appoggia al muro e comincia a contare: «uno, otto, dieci, quattro, undici, tre…». La sorellina, un anno e mezzo, crede si tratti del nascondino e si infila dietro il padre. Lui ride, prova a correggere, ma loro continuano, felici, nel caos perfetto.

Ti sembra una sciocchezza? Aspetta. Perché proprio lì, tra quell’errore e quella libertà, si nasconde la chiave di qualcosa che noi adulti abbiamo perso. Ti spiego cosa nel prossimo paragrafo — ma ti avverto: una volta capito, non riuscirai più a guardare un gioco allo stesso modo.

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Francesco, da santo a uomo

Lo veneriamo sugli altari per evitare di capirlo. Lo abbiamo ridotto a un santino con le pecorelle, gi uccelli perché fa “grazioso”, fa “buono”. Così evitiamo i dubbi e i tormenti che quest’uomo ha avuto. E ogni anno il 4 ottobre ognuno tira il suo saio dalla parte che gli fa più comodo. C’è chi lo brandisce come simbolo di pace o di ecologia, chi lo cita per convenienza politica.

Ma Francesco non era un’icona da usare: era un uomo in lotta con Dio e con la Chiesa. È questo che Alessandro Barbero, in San Francesco, fa emergere con precisione chirurgica — le contraddizioni, le omissioni, le biografie manipolate, la costruzione di un’immagine utile al potere.

Aldo Cazzullo, invece, con Francesco. Il primo italiano, lo risantifica per l’ennesima volta: il santo perfetto, l’italiano ideale, la pace fatta persona. È l’ennesimo trucco narrativo: toglie la polvere ma anche la verità. Io sto con Barbero, con chi riporta l’uomo al centro, non il mito.

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7 cose da non fare per sostenere davvero la popolazione di Gaza

Davvero un hashtag, uno slogan o una flottiglia possono cambiare la vita ai civili di Gaza?
Quella che segue non è una verità rivelata, ma un punto di vista: un tentativo di riflettere su cosa serve e cosa no. È solo il mio punto di vista, un tentativo di riflessione, più o meno condivisibile, mi rendo conto, basato sulla via negativa.

La via negativa è un metodo antico, usato dai filosofi greci, dai teologi latini e persino dai mistici medievali: conoscere per sottrazione, capire cosa togliere piuttosto che cosa aggiungere. Nassim Taleb, in Antifragile, l’ha resa attuale nel pensiero strategico: eliminare errori e illusioni prima di proporre soluzioni.

Applicata a Gaza, questa prospettiva significa distinguere tra azioni che sembrano solidali ma in realtà servono solo a chi le compie, e azioni che incidono davvero. Questo articolo non pretende di dare la ricetta, ma di indicare i sette errori più comuni (secondo me) che trasformano la solidarietà in teatro.Non me ne vogliano gli attivisti, che pure rispetto. Solo riconoscendo ciò che definisco errori ed eliminandoli possiamo pensare ad azioni più utili, intelligenti, e persino antifragili: capaci di resistere agli urti e, come insegna la storia, diventare più forti proprio grazie alle crisi.

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Il mito e le ombre della Flotilla

C’è chi la chiama atto di coraggio, chi la vede come un gesto disperato, chi come una provocazione che rischia di inasprire gli animi. La Flotilla per Gaza solca il Mediterraneo con la bandiera della nonviolenza e della solidarietà, evocando paragoni con le marce di Gandhi e con il ragazzo che sfidò i carri armati a Tienanmen. Ma dietro l’epica, ci sono domande scomode: aiuti di piccola entità, sicurezza dei partecipanti a rischio, finanziamenti opachi e contraddizioni politiche.

Mentre il Quirinale, con le parole di Sergio Mattarella, invita a non mettere in pericolo vite umane e a scegliere canali sicuri per gli aiuti, gli attivisti rivendicano la necessità di rompere l’assedio a ogni costo. È un gesto eroico o un atto inutile e pericoloso? Una fiaccola di speranza o un teatro del rischio?

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I 10 Borges più uno

Ti viene mai il sospetto di avere più di una personalità? Di non essere sempre la stessa persona? Forse ti accorgi che cambi a seconda delle circostanze o di chi hai davanti. Ma questo è solo l’inizio. Dentro di noi abita un intero condominio: voci che ci somigliano, altre che ci contraddicono, alcune che non conosciamo e che forse non conosceremo mai. L’idea di una personalità unica vacilla: siamo un albergo di ospiti che portano il nostro nome, e a volte soltanto quello.

Accorgersene non è un dramma, ma un sollievo: riduce incomprensioni, allontana stress, apre spiragli di gioco e di labirinto. È ciò che mi è accaduto leggendo El otro, brevissimo e densissimo racconto di Jorge Luis Borges. In esso compaiono due Borges. Io ne ho contati dieci. E qui voglio condurti a incontrarli, se hai voglia di seguirmi.

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Gaza e le sue scomode verità

«Anche tu ti senti impotente, triste, e provi rabbia?»
Lavori ma non ci sei. Fai tutto quello che fai ogni giorno — dormi, bevi il caffè, rispondi ai messaggi — ma resta un vuoto dentro. Un grido ti dice che è ingiusto. Vorresti agire, ma ti senti inerte in questa tragedia. Ti informi, guardi immagini, leggi articoli e ti chiedi: fino a quando durerà? Fino a dove possono spingersi? E non trovi pace.

Io non ho soluzioni in tasca. Forse mi sbaglio in tutto, forse vedo le cose attraverso i miei stessi abbagli. Ma provo a dire la mia, perché tacere sarebbe come accettare che niente può cambiare. E se anche non sei d’accordo con me, magari queste righe ti spingeranno a riflettere un po’ più a fondo.

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