Quando i sampietrini brillano come squame di pesce sotto la luna e dalle finestre chiuse sembra uscire il respiro di chi non c’è più. Quando ogni palazzo diventa un corpo che ricorda, e tu, che cammini solo, senti che qualcuno ti segue — ma è solo il tuo secolo che si è perso per strada.
Quello che stai per leggere non è solo un itinerario. È un patto.
Sette tappe. Sette segreti. Se arrivi fino in fondo, scoprirai dove Scipione Borghese nascose il cuore pulsante della sua Roma barocca — e dove ancora oggi, tra l’ombra e la pietra, quel cuore batte.
Ma devi camminare con me. Tappa per tappa. Senza saltare. Per ogni luogo trovi il link a Google Maps. Cliccaci sopra e segui il percorso così come lo descrivo nell’articolo.
Hai mai conosciuto qualcuno così puro da sembrare stupido?
Francesco d’Assisi lo era davvero, e non per mancanza d’intelligenza. Aveva conosciuto il lusso del padre mercante, la vanità delle feste, la violenza delle guerre. Quando si spogliò nudo davanti al vescovo, non fu un gesto teatrale ma un atto radicale: tagliare via tutto ciò che lo teneva prigioniero. Dopo aver rinunciato a ogni ricchezza, intuì che anche il sapere poteva diventare una forma di potere. Per questo rifiutò libri, scuole e dispute, dicendo che al frate bastavano la tonaca e le mutande. Si definiva “idiota et simplex”: un analfabeta per scelta, un uomo che preferiva toccare la vita piuttosto che descriverla.
Non disprezzava la cultura, ma la guardava con sospetto. Aveva visto troppi uomini citare Dio come un argomento invece di respirarlo. Per lui conoscere significava vivere, non dimostrare. La sua povertà era un metodo: togliere finché non restava che l’essenziale, un cuore nudo davanti alla verità. Diffidava della logica perché sapeva che la mente può costruire prigioni dorate. Scelse invece l’ignoranza come libertà, la semplicità come forma suprema di intelligenza. Si sentiva un umile uomo, non quel santo che veneriamo.
Eppure, poco dopo la sua morte, i suoi stessi seguaci fecero il contrario: entrarono nelle università, studiarono Aristotele, crearono la logica moderna. Da quella “ignoranza sacra” nacque una nuova sete di conoscenza che avrebbe incendiato l’Europa, fino ad arrivare — secoli dopo — al Guglielmo da Baskerville di Umberto Eco. È lì, tra Francesco che rinuncia e i francescani che studiano, che comincia la nostra storia: la battaglia eterna tra chi teme il sapere e chi lo abbraccia come via per capire Dio e se stesso.
Ti viene mai il sospetto di avere più di una personalità? Di non essere sempre la stessa persona? Forse ti accorgi che cambi a seconda delle circostanze o di chi hai davanti. Ma questo è solo l’inizio. Dentro di noi abita un intero condominio: voci che ci somigliano, altre che ci contraddicono, alcune che non conosciamo e che forse non conosceremo mai. L’idea di una personalità unica vacilla: siamo un albergo di ospiti che portano il nostro nome, e a volte soltanto quello.
Accorgersene non è un dramma, ma un sollievo: riduce incomprensioni, allontana stress, apre spiragli di gioco e di labirinto. È ciò che mi è accaduto leggendo El otro, brevissimo e densissimo racconto di Jorge Luis Borges. In esso compaiono due Borges. Io ne ho contati dieci. E qui voglio condurti a incontrarli, se hai voglia di seguirmi.
Roma accoglie o sopporta gli stranieri? Questa è la domanda scomoda che pochi hanno il coraggio di affrontare. Accogliere è riconoscere, dialogare, costruire. Sopportare è tollerare a denti stretti, senza visione, fino all’esplosione. E Roma, oggi, sembra molto vicina a una deflagrazione sociale.
In questo articolo ti porto in un viaggio a otto tappe: niente teoria astratta, solo esperienza viva. Ti racconto cosa significa essere cosmopoliti, quando le culture si scontrano, e come si può evitare che le differenze diventino barriere. E soprattutto ti spiego perché posso permettermi di parlarne: perché l’ho vissuto sulla pelle, nelle relazioni, nel lutto. Alla fine, ti lascio un invito: costruire insieme uno spazio nuovo. Imperfetto, certo. Ma possibile. E nostro. Se vuoi ne possiamo parlare subito.
Quando è stato annunciato il nome di Papa Leone XIV, tutti hanno guardato al conclave, alle strategie, ai voti. Nessuno, però, ha guardato davvero il suo cognome: Prévost. Un nome che racconta molto più della cronaca. Prevosto, cioè guida posta davanti. Un cognome che ha lo stesso etimo di “Previsto”, cioè pensato prima. In questo articolo svelo il legame profondo tra il nome di nascita e il destino di questo Papa. Un legame che parla di custodia, di preveggenza e di una scelta forse già scritta ben prima del conclave che lo ha eletto.
Foto di Seej Nguyen: https://www.pexels.com/it-it/foto/microfono-a-condensatore-d-oro-vicino-al-computer-portatile-755416/
Cosa resta di una storia se nessuno la racconta più? E cosa succede quando la voce umana incontra il linguaggio degli algoritmi?
La poesia è suono, ritmo, memoria collettiva. È voce che attraversa il tempo e le generazioni. Ma in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, possiamo ancora parlare di poesia nel senso più puro?
Nell’ultimo episodio di Radio Terrazzo, abbiamo esplorato il legame tra la parola orale, la scrittura e il digitale, cercando di capire come l’arte possa evolversi senza perdere la sua essenza. Se vuoi scoprire come dialetti, poesia e tecnologia si intrecciano in un viaggio unico tra passato e futuro, continua a leggere e lasciati sorprendere.
Hai mai rincorso qualcosa che sembrava sempre troppo veloce per te? Un sogno, una persona, un traguardo. Corri, allunghi la mano, ma all’ultimo istante… sfugge.
E se fosse la vita stessa a giocare con te?
Oggi, 18 febbraio, si celebra madre Yasoda, una madre come tante. Ma suo figlio non era come gli altri. Suo figlio era Krishna.
Nella cultura indù, Krishna è una delle figure più amate: Dio fatto bambino, monello e mistico, dolce e inafferrabile. Gli studiosi lo chiamano l’Avatara Perfetto, i contadini di Vrindavana lo chiamavano “il ladro di burro”.
Ma Yasoda? Yasoda lo chiamava “figlio mio”.
Ed è qui che inizia la nostra storia in due episodi che vengono narrati ne Il Libro di Krishna, tratto dallo Srimad Bhagavatam, Decimo Canto.
Può una canzone davvero raccontare il dolore o resta solo una finzione emotiva? L’arte dovrebbe raccontare la verità, ma cosa succede quando si limita a sfiorarla senza davvero coglierla? Questa domanda mi è sorta leggendo una conversazione sulla mia bacheca Facebook scaturita dalla canzone Quando sarai piccola di Simone Cristicchi. Il brano affronta il tema della vecchiaia e della perdita di memoria, ma lo fa con un linguaggio che sembra più costruito per commuovere che per rappresentare l’esperienza reale di chi ha vissuto questo dolore.
Tante associazioni e organizzazioni locali si impegnano a valorizzare il territorio, promuovere eventi e portare cultura. Eppure, spesso questi progetti falliscono nel lasciare un impatto positivo e duraturo. Perché? Gli errori più comuni si annidano proprio nelle buone intenzioni. Qui esploriamo tre di questi errori, con esempi concreti e spunti per evitarli.
Un viaggiatore solitario osserva un villaggio montano abbandonato, simboleggiando il contrasto tra la vita rurale in declino e la modernità che attrae verso la città. L’illustrazione cattura la bellezza malinconica di una cultura in abbandono, mentre il tramonto crea un’atmosfera di speranza per la rinascita. Credit immagine: Creata su richiesta specifica tramite DALL·E, 2024.
I borghi abbandonati in cima ai monti italiani raccontano la storia di un Paese che ha scelto la città al posto delle radici. Ma dietro ogni paese deserto, c’è una memoria che resiste. Essi hanno un grande ruolo nella storia dello spettacolo e della cultura in Italia e in questo articolo spiegherò in cosa consiste, come si è sviluppato nei secoli e come una simile questione ci riguarda oggi più che mai.