Babilonia, l’eterna promessa

Babilonia: l’eterna promessa. 🏛️✨ La città sospesa tra mito antico e futuro ludico, dove il desiderio incontra il proibito.
Credits: Concept iniziale di ChatGPT; evoluzione storica, pittorica e rendering finale a cura di Gemini.

Perché le cose proibite ci attraggono sempre?

Tieni in mente questa domanda. Ci torneremo alla fine. E quando lo faremo, avrai una risposta che non ti aspetti.

Per arrivarci dobbiamo cominciare dagli anni Ottanta. In quel periodo sentivo un’espressione che sembrava uscita da un libro di storia antica. Non si trovava in un documentario, ma nei telegiornali, pronunciata con la gravità di una condanna. La usava un uomo con una lunga barba bianca e l’indice alzato: l’Ayatollah Khomeini. Definiva l’America il Grande Satana. E i commentatori, per descrivere quel contrasto tra rigore teocratico e opulenza occidentale, evocavano spesso l’immagine della Nuova Babilonia.

Era un insulto. Almeno, era costruito per esserlo. Eppure io, e ogni ragazzo europeo della mia generazione, avevo nel cuore quegli americani. Pensavo alla liberazione dal nazifascismo, a Michael Jackson, a Madonna. Sognavo di scorrazzare con la macchina di Hazzard. Avevo davanti la faccia tumefatta di Rocky che urlava “Adrianaaaa”. Khomeini indicava un peccato. Noi vedevamo una promessa.

Ba-bi-lò-nia. Ho ancora quella parola nelle orecchie. Le due “b” sembrano archi, portali che si aprono uno dentro l’altro. La “l” scivola come l’acqua di un fiume tra sponde di pietra. La “nia” finale risuona come un’eco che si espande. Dentro quella parola c’era già una città. E dentro la città, una civiltà intera.

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Tre lezioni dalla crisi in Venezuela

Siamo davvero sicuri di sapere di cosa parliamo quando diciamo “Venezuela”?

Il Venezuela è diventato una parola-totem, un’arma retorica usata per vincere dibattiti. Lo si cita per dimostrare che il socialismo non funziona, o che l’imperialismo distrugge, o che Maduro è un dittatore, o che è un eroe assediato. Intanto, mentre si litiga sui social, mentre girano meme e video spiegati in tre minuti, una cosa scompare: la voce di chi in Venezuela ci vive davvero.

Sette milioni e settecentomila persone hanno lasciato il Paese, secondo i dati dell’UNHCR. Non per moda. Per fame, per buio, per paura. Eppure si continua a parlare del Venezuela come se fosse una partita a Risiko, dove conta solo chi ha ragione e chi ha torto.

Forse è il momento di fermarsi. Di ascoltare. Di imparare tre lezioni che nessuno slogan riesce a contenere.

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L’Europa è molto più forte di quel che si dice

Perché pensiamo che l’Europa sia debole?

Te lo chiedo davvero, perché è una domanda che mi faccio da anni mentre ascolto sempre le stesse analisi. Lucio Caracciolo, Dario Fabbri, Marta Dassù, Nathalie Tocci: tutti descrivono un’Europa in crisi, incapace di parlare con una sola voce, subordinata agli Stati Uniti. Anche dall’altra parte dell’oceano, analisti come Max Bergmann o Gideon Rachman ripetono che l’Europa “non sa difendersi” e “ha perso fiducia in se stessa”. È una narrazione così consolidata che nessuno osa metterla in discussione. Ma se fosse tutta sbagliata? Se la debolezza che vediamo fosse in realtà la sua più grande forza?

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Venezuela, libertà e un Nobel che scuote il mondo

Ti è mai capitato di abbassare la testa per paura di perdere qualcosa?
Un lavoro, un’amicizia, una posizione, una briciola di pace. A Maria Corina Machado no. Le hanno tolto tutto: candidabilità, protezione, sicurezza, ma non ha mai smesso di parlare.

Il Nobel per la pace dato a lei è uno schiaffo a chi si gira dall’altra parte, a chi giustifica il silenzio, a chi dice «non mi riguarda». Riguarda eccome. Perché ogni volta che stai zitto davanti a un’ingiustizia, stai dicendo che va bene così. E se domani toccasse a te, chi parlerebbe?

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7 cose da non fare per sostenere davvero la popolazione di Gaza

Davvero un hashtag, uno slogan o una flottiglia possono cambiare la vita ai civili di Gaza?
Quella che segue non è una verità rivelata, ma un punto di vista: un tentativo di riflettere su cosa serve e cosa no. È solo il mio punto di vista, un tentativo di riflessione, più o meno condivisibile, mi rendo conto, basato sulla via negativa.

La via negativa è un metodo antico, usato dai filosofi greci, dai teologi latini e persino dai mistici medievali: conoscere per sottrazione, capire cosa togliere piuttosto che cosa aggiungere. Nassim Taleb, in Antifragile, l’ha resa attuale nel pensiero strategico: eliminare errori e illusioni prima di proporre soluzioni.

Applicata a Gaza, questa prospettiva significa distinguere tra azioni che sembrano solidali ma in realtà servono solo a chi le compie, e azioni che incidono davvero. Questo articolo non pretende di dare la ricetta, ma di indicare i sette errori più comuni (secondo me) che trasformano la solidarietà in teatro.Non me ne vogliano gli attivisti, che pure rispetto. Solo riconoscendo ciò che definisco errori ed eliminandoli possiamo pensare ad azioni più utili, intelligenti, e persino antifragili: capaci di resistere agli urti e, come insegna la storia, diventare più forti proprio grazie alle crisi.

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Il mito e le ombre della Flotilla

C’è chi la chiama atto di coraggio, chi la vede come un gesto disperato, chi come una provocazione che rischia di inasprire gli animi. La Flotilla per Gaza solca il Mediterraneo con la bandiera della nonviolenza e della solidarietà, evocando paragoni con le marce di Gandhi e con il ragazzo che sfidò i carri armati a Tienanmen. Ma dietro l’epica, ci sono domande scomode: aiuti di piccola entità, sicurezza dei partecipanti a rischio, finanziamenti opachi e contraddizioni politiche.

Mentre il Quirinale, con le parole di Sergio Mattarella, invita a non mettere in pericolo vite umane e a scegliere canali sicuri per gli aiuti, gli attivisti rivendicano la necessità di rompere l’assedio a ogni costo. È un gesto eroico o un atto inutile e pericoloso? Una fiaccola di speranza o un teatro del rischio?

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Gaza e le sue scomode verità

«Anche tu ti senti impotente, triste, e provi rabbia?»
Lavori ma non ci sei. Fai tutto quello che fai ogni giorno — dormi, bevi il caffè, rispondi ai messaggi — ma resta un vuoto dentro. Un grido ti dice che è ingiusto. Vorresti agire, ma ti senti inerte in questa tragedia. Ti informi, guardi immagini, leggi articoli e ti chiedi: fino a quando durerà? Fino a dove possono spingersi? E non trovi pace.

Io non ho soluzioni in tasca. Forse mi sbaglio in tutto, forse vedo le cose attraverso i miei stessi abbagli. Ma provo a dire la mia, perché tacere sarebbe come accettare che niente può cambiare. E se anche non sei d’accordo con me, magari queste righe ti spingeranno a riflettere un po’ più a fondo.

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In treno, da centro a sud

Qual è stata l’ultima volta che hai preso il treno? Parlo di un treno diverso dall’alta velocità, oggi sempre più diffusa. Te li ricordi gli Intercity? Una volta, circa trenta anni fa, erano il fiore all’occhiello. Ora sono una rarità, eppure esistono ancora. Ce n’è uno che da Roma Termini porta a Taranto e viceversa, il treno 701, che attraversa Lazio, Campania e Basilicata. Mi capita di prenderlo ogni tanto e oggi voglio raccontarti suggestioni e ispirazioni in alcune delle sue tappe.

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5 volte grazie Silvio Berlusconi

Da ieri mattina in tv e nella rete un po’ in tutto il mondo si parla di lui, di quel Berlusconi da tanti vituperato ma da molti altri osannato. In mezzo qualcuno prova a dare giudizi con tutte le sfaccettature possibili. Politici come Putin e altri rilasciano dichiarazioni sulla sua figura come d’altronde stanno facendo suoi colleghi, amici, collaboratori, ecc. Per un pezzo si continueranno a commentare tante vicende, aneddoti, storie più o meno vere che lo riguardano. Intanto i social sono inondati di sue barzellette, discorsi, citazioni. In sostanza ci si divide tra chi lo accusa e chi lo ringrazia. Ma si parla di lui su buona parte del pianeta. E questo è il primo segno di quest’uomo: volenti o nolenti ha una popolarità mondiale.

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