Tre lezioni dalla crisi in Venezuela

Siamo davvero sicuri di sapere di cosa parliamo quando diciamo “Venezuela”?

Il Venezuela è diventato una parola-totem, un’arma retorica usata per vincere dibattiti. Lo si cita per dimostrare che il socialismo non funziona, o che l’imperialismo distrugge, o che Maduro è un dittatore, o che è un eroe assediato. Intanto, mentre si litiga sui social, mentre girano meme e video spiegati in tre minuti, una cosa scompare: la voce di chi in Venezuela ci vive davvero.

Sette milioni e settecentomila persone hanno lasciato il Paese, secondo i dati dell’UNHCR. Non per moda. Per fame, per buio, per paura. Eppure si continua a parlare del Venezuela come se fosse una partita a Risiko, dove conta solo chi ha ragione e chi ha torto.

Forse è il momento di fermarsi. Di ascoltare. Di imparare tre lezioni che nessuno slogan riesce a contenere.

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Venezuela, libertà e un Nobel che scuote il mondo

Ti è mai capitato di abbassare la testa per paura di perdere qualcosa?
Un lavoro, un’amicizia, una posizione, una briciola di pace. A Maria Corina Machado no. Le hanno tolto tutto: candidabilità, protezione, sicurezza, ma non ha mai smesso di parlare.

Il Nobel per la pace dato a lei è uno schiaffo a chi si gira dall’altra parte, a chi giustifica il silenzio, a chi dice «non mi riguarda». Riguarda eccome. Perché ogni volta che stai zitto davanti a un’ingiustizia, stai dicendo che va bene così. E se domani toccasse a te, chi parlerebbe?

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Il regno dei cieli di Lisa

Lisa reclama la sua mamma e vive in Venezuela. È figlia di una mia amica che si trova in Colombia, invece, per lavoro. Insieme alla sorella e al fratello è stata affidata alla nonna che però è molto malata. Lisa, a sei anni, chiede alla madre di trovare un “remedio” per quella che chiama “mamàn”, dicendo nei suoi messaggi vocali che da un momento all’altro può morire. E chiede a sua mamma come farà per andare a scuola, dal momento che già ora quasi non ci sta andando.

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