
Lo veneriamo sugli altari per evitare di capirlo. Lo abbiamo ridotto a un santino con le pecorelle, gi uccelli perché fa “grazioso”, fa “buono”. Così evitiamo i dubbi e i tormenti che quest’uomo ha avuto. E ogni anno il 4 ottobre ognuno tira il suo saio dalla parte che gli fa più comodo. C’è chi lo brandisce come simbolo di pace o di ecologia, chi lo cita per convenienza politica.
Ma Francesco non era un’icona da usare: era un uomo in lotta con Dio e con la Chiesa. È questo che Alessandro Barbero, in San Francesco, fa emergere con precisione chirurgica — le contraddizioni, le omissioni, le biografie manipolate, la costruzione di un’immagine utile al potere.
Aldo Cazzullo, invece, con Francesco. Il primo italiano, lo risantifica per l’ennesima volta: il santo perfetto, l’italiano ideale, la pace fatta persona. È l’ennesimo trucco narrativo: toglie la polvere ma anche la verità. Io sto con Barbero, con chi riporta l’uomo al centro, non il mito.
Il Francesco raccontato dalla Chiesa
Dopo la sua morte, la figura di Francesco venne accolta e rielaborata all’interno della Chiesa. L’uomo che aveva scelto la povertà radicale divenne, con il tempo, un esempio di equilibrio e obbedienza. Giotto contribuì a fissarne l’immagine luminosa e rassicurante che conosciamo: il santo in armonia con il mondo, in dialogo con la natura e con Dio. Barbero mostra come l’Ordine francescano, per custodire la memoria del fondatore, decise di uniformare i racconti esistenti, favorendo la Legenda maior, che divenne la versione ufficiale.
Non fu un atto di censura, ma di costruzione identitaria: serviva un modello riconoscibile, una guida spirituale. Così, però, l’uomo concreto — con i suoi dubbi, le sue inquietudini, la sua libertà — finì in parte assorbito dal simbolo. È lì che nasce la distanza tra il Francesco vivo e quello celebrato.
Il Francesco del teatro
Il teatro è stato, più di ogni altro linguaggio, il luogo dove Francesco ha potuto riacquistare carne e voce. Dario Fo, seguendo le intuizioni di Chiara Frugoni, lo riportò al suo mestiere originario: quello di giullare di Dio, un attore di strada medievale che parlava al popolo attraverso la parola viva, il gesto e l’ironia. Nel 1999 Fo pubblicò con Einaudi Lu Santo Jullare Françesco, restituendo al santo la sua vitalità teatrale e la capacità di scandalizzare con la semplicità.
Nel 2022 in un mio articolo ha approfondito proprio questa dimensione, ricordando come Francesco si fosse autodefinito “giullare”, in aperto contrasto con l’editto di Federico II che proibiva quei performer popolari. Da quel mondo di voce e di piazza emerge un’altra immagine del santo: non quella addomesticata e serena, ma quella del predicatore libero, pronto a rischiare la derisione pur di dire la verità. Il teatro, da Fo in poi, non lo celebra: lo riporta alla vita, tra la gente, nel fango e nella luce che aveva scelto.
Il viaggio dal sultano
Tra i molti episodi della sua vita, è questo a mostrare più di ogni altro l’uomo medievale che fu Francesco. L’incontro con il sultano d’Egitto, Malik al-Kamil, durante la quinta crociata, è stato a lungo descritto come un gesto di pace ante litteram. Ma, come spiega Barbero, non fu un incontro tra eguali, né un tentativo di dialogo nel senso moderno. Francesco partì per convertirlo: era mosso da una fede assoluta, convinto che la verità cristiana dovesse essere annunciata anche a costo della vita.
Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.
È questo che lo radica nel suo tempo. Non era un pacifista illuminato, ma un credente medievale che cercava la salvezza dell’altro attraverso la parola e il rischio. Attraversare il campo nemico per parlare al sultano fu un atto di audacia e di fiducia totale, non di politica o strategia. In quell’uomo che sfida il mondo con la sola forza della fede c’è tutto il Medioevo: la paura, la speranza, la certezza che Dio sia presente in ogni gesto. E proprio lì, davanti al sultano, si vede il vero Francesco: non il santo moderno del dialogo, ma l’uomo di un’epoca che cercava la verità a mani nude.
Il viandante di Cimabue
Forse dovremmo guardare più al Francesco di Cimabue: quel viandante dal corpo vero, con il saio che pesa sulle spalle e il volto scavato dalla fatica. Non l’icona leggera che fluttua tra gli uccelli, ma un uomo medievale, radicato nella polvere e nel dolore del suo tempo. È lo stesso che, come raccontano le Fonti Francescane, dona a una vecchierella il mantello che non è neppure suo; che accetta un pezzo di pane offertogli lungo la strada quando è stremato; che si fa bruciare il volto dal ferro rovente invocando «frate fuoco»; che discute con i confratelli perché le loro case gli sembrano troppo ricche.
Un uomo che sbaglia, che si arrabbia, che ride se qualcuno gli porta una torta. È lì che sta la sua grandezza: nella carne, non nel marmo. Forse dovremmo tornare a quel Francesco — non quello dei santini, ma quello che inciampa, cade, si rialza e, tra un dubbio e una ferita, continua a credere.
💭 E tu, quale Francesco riconosci di più?
Quello dei libri, dei quadri, delle preghiere — o quello che cammina scalzo tra le strade del mondo? Raccontamelo nei commenti: ogni sguardo può far riaffiorare un frammento dell’uomo che siamo.
Preferisci farti domande o riceverle pronte?
Ogni settimana una provocazione, a volte scomoda. Non per darti risposte: per metterci in strada insieme, come due cavalieri erranti.
Iscriviti a Taccuino Vitale