Quell’idiota di san Francesco e la sete di conoscenza

Hai mai conosciuto qualcuno così puro da sembrare stupido?

Francesco d’Assisi lo era davvero, e non per mancanza d’intelligenza. Aveva conosciuto il lusso del padre mercante, la vanità delle feste, la violenza delle guerre. Quando si spogliò nudo davanti al vescovo, non fu un gesto teatrale ma un atto radicale: tagliare via tutto ciò che lo teneva prigioniero. Dopo aver rinunciato a ogni ricchezza, intuì che anche il sapere poteva diventare una forma di potere. Per questo rifiutò libri, scuole e dispute, dicendo che al frate bastavano la tonaca e le mutande. Si definiva “idiota et simplex”: un analfabeta per scelta, un uomo che preferiva toccare la vita piuttosto che descriverla.

Non disprezzava la cultura, ma la guardava con sospetto. Aveva visto troppi uomini citare Dio come un argomento invece di respirarlo. Per lui conoscere significava vivere, non dimostrare. La sua povertà era un metodo: togliere finché non restava che l’essenziale, un cuore nudo davanti alla verità. Diffidava della logica perché sapeva che la mente può costruire prigioni dorate. Scelse invece l’ignoranza come libertà, la semplicità come forma suprema di intelligenza. Si sentiva un umile uomo, non quel santo che veneriamo.

Eppure, poco dopo la sua morte, i suoi stessi seguaci fecero il contrario: entrarono nelle università, studiarono Aristotele, crearono la logica moderna. Da quella “ignoranza sacra” nacque una nuova sete di conoscenza che avrebbe incendiato l’Europa, fino ad arrivare — secoli dopo — al Guglielmo da Baskerville di Umberto Eco. È lì, tra Francesco che rinuncia e i francescani che studiano, che comincia la nostra storia: la battaglia eterna tra chi teme il sapere e chi lo abbraccia come via per capire Dio e se stesso.

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Francesco, da santo a uomo

Lo veneriamo sugli altari per evitare di capirlo. Lo abbiamo ridotto a un santino con le pecorelle, gi uccelli perché fa “grazioso”, fa “buono”. Così evitiamo i dubbi e i tormenti che quest’uomo ha avuto. E ogni anno il 4 ottobre ognuno tira il suo saio dalla parte che gli fa più comodo. C’è chi lo brandisce come simbolo di pace o di ecologia, chi lo cita per convenienza politica.

Ma Francesco non era un’icona da usare: era un uomo in lotta con Dio e con la Chiesa. È questo che Alessandro Barbero, in San Francesco, fa emergere con precisione chirurgica — le contraddizioni, le omissioni, le biografie manipolate, la costruzione di un’immagine utile al potere.

Aldo Cazzullo, invece, con Francesco. Il primo italiano, lo risantifica per l’ennesima volta: il santo perfetto, l’italiano ideale, la pace fatta persona. È l’ennesimo trucco narrativo: toglie la polvere ma anche la verità. Io sto con Barbero, con chi riporta l’uomo al centro, non il mito.

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I 3 modi per rappresentare Dario Fo

Dario Fo è uno degli autori più rappresentati al mondo. Basta consultare la mappa delle compagnie autorizzate sul sito della Fondazione Fo Rame per rendersene conto. A parte l’Africa non c’è parte del pianeta dove non ci siano messe in scena di questo premio Nobel.

Ad esempio nel 2021 è stato portato in scena il suo testo Gli imbianchini non hanno ricordi in Russia. Gli Arcangeli non giocano a flipper, poi, è stato rappresentato in Nuova Zelanda, La storia della tigre negli USA e via dicendo.

Per rappresentare gli spettacoli di Dario Fo è necessario avere una grande capacità di improvvisazione e di comicità. Gli attori devono essere in grado di interagire con il pubblico e di creare un clima di partecipazione e condivisione.

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Ritrova la tua strada dopo i 50 anni

Foto di Luana Freitas.

A volte nella vita devi risalire la china o almeno questa è l’impressione che si può avere. Specie quando dopo i cinquant’anni ci si può trovare nella condizione di dover reinventare la vita, diciamo così. Perché un lavoro non ce l’hai più o perché le cose stanno andando in modo diverso da come hai pianificato e tentato di fare negli anni precedenti. O magari certe condizioni familiari da un lato o di solitudine dall’altro oppure ancora di salute sono fonte di stress e preoccupazioni. Come riuscire, dunque, a risalire la china, se ce la si può fare, è stata la domanda che mi è stata posta ieri a seguito del mio articolo sui 17 passi per avviare un’attività da zero e senza soldi, o quasi. Oggi voglio rispondere a tale quesito.

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Francesco d’Assisi e la sfida all’editto di Federico II

Assisi vista dai campi di grano, la città di Francesco d'Assisi e Federico II bambino, con la basilica sul crinale
La basilica di San Francesco e le case di Assisi allineate sul crinale, viste da un campo di grano con un albero sulla destra e il cielo pieno di nuvole. Foto di Magali Guimarães su Pexels.

Quante volte ti hanno raccontato una persona in un modo, e poi hai scoperto che era il contrario esatto?

C’è un uomo che quasi tutti credono di conoscere. Dolce, mite, quello che parla agli uccelli e ammansisce i lupi. Peccato che di sé, da vivo, usasse una parola che oggi ci farebbe sobbalzare. E la usava mentre un imperatore, per quella stessa parola, toglieva a chi se la portava addosso la protezione del re. Quella tra Francesco d’Assisi e Federico II è una sfida combattuta su un nome solo: la parola non te la dico adesso, te la dico a metà strada, quando avrai visto cosa costava pronunciarla.

L’occasione dura un anno intero. Francesco muore la sera del 3 ottobre 1226, e il 2026 è l’ottavo centenario del transito: la Penitenzieria apostolica ha aperto un anno giubilare che corre dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, e ad Assisi le celebrazioni si sono concentrate ad agosto. Otto secoli tondi. Su questo personaggio torno spesso, per un corto teatrale a cui tengo e per certe ricerche legate alla Puglia, la terra in cui ho vissuto, e il centenario è il momento buono per chiedersi di chi stiamo parlando.

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5 storie pugliesi da raccontare in scena o sugli schermi

Chiesa madre di Francavilla Fontana

Una volta la regione del tacco d’Italia veniva indicata come le Puglie, ben consapevoli, come si era, che la Puglia come entità è inesistente: sulla carta si sono segnate delle linee di confine che includono zone molto eterogenee tra loro per cultura, civiltà, paesaggio geografico, ecc. Entità come il Salento, la Murgia, la Terra d’Otranto e altre esprimono stratificazioni differenti, modi di esprimersi diversi da paese a paese in molte occasioni, ecc. Ed è quindi normale che da Foggia, che appartiene alla Daunia, e Lecce ci siano miriadi di storie più o meno popolari, più o meno colte, che attendono di essere raccontate. A volte qualcuno l’ha fatto e altre volte no. Io oggi voglio accennare ad un elenco di 5 storie tra le più mirabili e significative pronte per un romanziere, per un drammaturgo, per uno sceneggiatore e quindi per case editrici, produzioni teatrali e di cinema.

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Brindisi, Boccaccio e la Sindone

Codice greco miniato aperto sul principio del Vangelo di Giovanni, copertina di Brindisi, Boccaccio e la Sindone
Codice greco miniato aperto sul principio del Vangelo di Giovanni, con la miniatura dell’evangelista che scrive. Foto di Aleksandra Sapozhnikova su Unsplash

Ti è mai capitato di raccontare a cena una storia bellissima, sicuro che fosse vera, e di scoprire solo dopo che qualcuno se l’era inventata di sana pianta?

A me è successo con Boccaccio e la Sindone. Per anni ho ripetuto quella storia senza controllare niente: una novella segreta, un cavaliere, un lenzuolo sacro. Chi l’avesse inventata, e perché in un pomeriggio di fine estate, l’ho capito tardi. Ci arrivo, promesso. Ma prima devo portarti a Brindisi, davanti a una chiesa che è un museo di armi.

Il pezzo si intitolava già così, Brindisi, Boccaccio e la Sindone, e l’ho pubblicato il 14 agosto del 2021: l’ho lasciato online quasi cinque anni con dentro una cosa falsa. Oggi lo riscrivo da capo. La parte falsa però resta in bella vista, perché è il pezzo più utile di tutta la faccenda.

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