Tre lezioni dalla crisi in Venezuela

Siamo davvero sicuri di sapere di cosa parliamo quando diciamo “Venezuela”?

Il Venezuela è diventato una parola-totem, un’arma retorica usata per vincere dibattiti. Lo si cita per dimostrare che il socialismo non funziona, o che l’imperialismo distrugge, o che Maduro è un dittatore, o che è un eroe assediato. Intanto, mentre si litiga sui social, mentre girano meme e video spiegati in tre minuti, una cosa scompare: la voce di chi in Venezuela ci vive davvero.

Sette milioni e settecentomila persone hanno lasciato il Paese, secondo i dati dell’UNHCR. Non per moda. Per fame, per buio, per paura. Eppure si continua a parlare del Venezuela come se fosse una partita a Risiko, dove conta solo chi ha ragione e chi ha torto.

Forse è il momento di fermarsi. Di ascoltare. Di imparare tre lezioni che nessuno slogan riesce a contenere.

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L’Europa è molto più forte di quel che si dice

Perché pensiamo che l’Europa sia debole?

Te lo chiedo davvero, perché è una domanda che mi faccio da anni mentre ascolto sempre le stesse analisi. Lucio Caracciolo, Dario Fabbri, Marta Dassù, Nathalie Tocci: tutti descrivono un’Europa in crisi, incapace di parlare con una sola voce, subordinata agli Stati Uniti. Anche dall’altra parte dell’oceano, analisti come Max Bergmann o Gideon Rachman ripetono che l’Europa “non sa difendersi” e “ha perso fiducia in se stessa”. È una narrazione così consolidata che nessuno osa metterla in discussione. Ma se fosse tutta sbagliata? Se la debolezza che vediamo fosse in realtà la sua più grande forza?

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Venezuela, libertà e un Nobel che scuote il mondo

Ti è mai capitato di abbassare la testa per paura di perdere qualcosa?
Un lavoro, un’amicizia, una posizione, una briciola di pace. A Maria Corina Machado no. Le hanno tolto tutto: candidabilità, protezione, sicurezza, ma non ha mai smesso di parlare.

Il Nobel per la pace dato a lei è uno schiaffo a chi si gira dall’altra parte, a chi giustifica il silenzio, a chi dice «non mi riguarda». Riguarda eccome. Perché ogni volta che stai zitto davanti a un’ingiustizia, stai dicendo che va bene così. E se domani toccasse a te, chi parlerebbe?

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7 cose da non fare per sostenere davvero la popolazione di Gaza

Davvero un hashtag, uno slogan o una flottiglia possono cambiare la vita ai civili di Gaza?
Quella che segue non è una verità rivelata, ma un punto di vista: un tentativo di riflettere su cosa serve e cosa no. È solo il mio punto di vista, un tentativo di riflessione, più o meno condivisibile, mi rendo conto, basato sulla via negativa.

La via negativa è un metodo antico, usato dai filosofi greci, dai teologi latini e persino dai mistici medievali: conoscere per sottrazione, capire cosa togliere piuttosto che cosa aggiungere. Nassim Taleb, in Antifragile, l’ha resa attuale nel pensiero strategico: eliminare errori e illusioni prima di proporre soluzioni.

Applicata a Gaza, questa prospettiva significa distinguere tra azioni che sembrano solidali ma in realtà servono solo a chi le compie, e azioni che incidono davvero. Questo articolo non pretende di dare la ricetta, ma di indicare i sette errori più comuni (secondo me) che trasformano la solidarietà in teatro.Non me ne vogliano gli attivisti, che pure rispetto. Solo riconoscendo ciò che definisco errori ed eliminandoli possiamo pensare ad azioni più utili, intelligenti, e persino antifragili: capaci di resistere agli urti e, come insegna la storia, diventare più forti proprio grazie alle crisi.

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Il mito e le ombre della Flotilla

C’è chi la chiama atto di coraggio, chi la vede come un gesto disperato, chi come una provocazione che rischia di inasprire gli animi. La Flotilla per Gaza solca il Mediterraneo con la bandiera della nonviolenza e della solidarietà, evocando paragoni con le marce di Gandhi e con il ragazzo che sfidò i carri armati a Tienanmen. Ma dietro l’epica, ci sono domande scomode: aiuti di piccola entità, sicurezza dei partecipanti a rischio, finanziamenti opachi e contraddizioni politiche.

Mentre il Quirinale, con le parole di Sergio Mattarella, invita a non mettere in pericolo vite umane e a scegliere canali sicuri per gli aiuti, gli attivisti rivendicano la necessità di rompere l’assedio a ogni costo. È un gesto eroico o un atto inutile e pericoloso? Una fiaccola di speranza o un teatro del rischio?

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Gaza e le sue scomode verità

«Anche tu ti senti impotente, triste, e provi rabbia?»
Lavori ma non ci sei. Fai tutto quello che fai ogni giorno — dormi, bevi il caffè, rispondi ai messaggi — ma resta un vuoto dentro. Un grido ti dice che è ingiusto. Vorresti agire, ma ti senti inerte in questa tragedia. Ti informi, guardi immagini, leggi articoli e ti chiedi: fino a quando durerà? Fino a dove possono spingersi? E non trovi pace.

Io non ho soluzioni in tasca. Forse mi sbaglio in tutto, forse vedo le cose attraverso i miei stessi abbagli. Ma provo a dire la mia, perché tacere sarebbe come accettare che niente può cambiare. E se anche non sei d’accordo con me, magari queste righe ti spingeranno a riflettere un po’ più a fondo.

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Roma ritrovata tra potere, pace e visione

Ti sei accorto che Roma è cambiata? Non nei monumenti, ma nel modo in cui il mondo la guarda. In pochi giorni, ha ospitato funerali simbolici, intronizzazioni, incontri segreti e processioni pubbliche. Il potere globale è tornato qui, in silenzio, ma con intenzione. Questo articolo racconta sette segni precisi di una trasformazione in atto. Ti invito a leggerli tutti: perché se Roma si risveglia davvero, allora qualcosa – nel potere, nella pace, nella visione – si sta già muovendo.

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Il 2023 tra storia, cinema e grandi cambiamenti

Foto di NEOSiAM 2024+.

Come ha influenzato la tua vita il tumultuoso 2023? In un anno segnato da eventi globali di portata storica, dalla crisi climatica ai conflitti internazionali, fino alle rivoluzioni tecnologiche e ai successi cinematografici, ciascuno di noi ha vissuto momenti unici e trasformativi. In questo articolo esploro come questi eventi abbiano toccato non solo la sfera globale ma anche quella personale, invitandoti a riflettere sulla loro influenza nella tua vita quotidiana e nel mondo dell’arte e della cultura.

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Elisabetta II d’Inghilterra e la fine del Novecento

Photo by Mark de Jong on Unsplash.

Ci sono personaggi storici che hanno attraversato gran parte del Novecento come Fidel Castro, Papa Giovanni Paolo II, Mikhail Gorbaciov, la regina Elisabetta II d’Inghilterra morta ieri, 8 settembre 2022. Quest’ultima è venuta a mancare in un momento significativo visto che tra gli storici si dibatte sulla fine del Novecento. Quando è finito, se è terminato, il cosiddetto “secolo breve”? Per alcuni con la caduta del muro di Berlino nel 1989, per altri con l’11 settembre 2001. Per altri non è ancora detta la parola fine. Se, infatti, si può essere più o meno concordi che sia iniziato con la prima guerra di massa, quella del 1915-1918, è più difficile individuarne la conclusione. Di certo la scomparsa dell’ex presidente dell’URSS e della sovrana inglese ci fanno pensare al secolo in oggetto come qualcosa da cominciare ad archiviare, perché poi gli storici possano periodizzarlo e studiarlo a dovere.

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L’11 settembre e la nuova guerra fredda

Da giorni su riviste, quotidiani, programmi tv si parla dell’11 settembre e più che mai quest’anno per due motivi: siamo al ventennale ed è terminata la guerra iniziata dagli USA contro i Talebani in Afghanistan in un modo inaspettato. Mentre scrivo un po’ tutto il mondo dell’informazione si occupa con firme più o meno autorevoli, testimonianze e quant’altro sia dell’attentato di quel giorno sia del conflitto che ne conseguì. Quella data può essere consegnata alla storia perché segnò una svolta come era accaduto con il crollo del muro di Berlino il 9 Novembre 1989.

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