
Davvero un hashtag, uno slogan o una flottiglia possono cambiare la vita ai civili di Gaza?
Quella che segue non è una verità rivelata, ma un punto di vista: un tentativo di riflettere su cosa serve e cosa no. È solo il mio punto di vista, un tentativo di riflessione, più o meno condivisibile, mi rendo conto, basato sulla via negativa.
La via negativa è un metodo antico, usato dai filosofi greci, dai teologi latini e persino dai mistici medievali: conoscere per sottrazione, capire cosa togliere piuttosto che cosa aggiungere. Nassim Taleb, in Antifragile, l’ha resa attuale nel pensiero strategico: eliminare errori e illusioni prima di proporre soluzioni.
Applicata a Gaza, questa prospettiva significa distinguere tra azioni che sembrano solidali ma in realtà servono solo a chi le compie, e azioni che incidono davvero. Questo articolo non pretende di dare la ricetta, ma di indicare i sette errori più comuni (secondo me) che trasformano la solidarietà in teatro.Non me ne vogliano gli attivisti, che pure rispetto. Solo riconoscendo ciò che definisco errori ed eliminandoli possiamo pensare ad azioni più utili, intelligenti, e persino antifragili: capaci di resistere agli urti e, come insegna la storia, diventare più forti proprio grazie alle crisi.
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