
Davvero un hashtag, uno slogan o una flottiglia possono cambiare la vita ai civili di Gaza?
Quella che segue non è una verità rivelata, ma un punto di vista: un tentativo di riflettere su cosa serve e cosa no. È solo il mio punto di vista, un tentativo di riflessione, più o meno condivisibile, mi rendo conto, basato sulla via negativa.
La via negativa è un metodo antico, usato dai filosofi greci, dai teologi latini e persino dai mistici medievali: conoscere per sottrazione, capire cosa togliere piuttosto che cosa aggiungere. Nassim Taleb, in Antifragile, l’ha resa attuale nel pensiero strategico: eliminare errori e illusioni prima di proporre soluzioni.
Applicata a Gaza, questa prospettiva significa distinguere tra azioni che sembrano solidali ma in realtà servono solo a chi le compie, e azioni che incidono davvero. Questo articolo non pretende di dare la ricetta, ma di indicare i sette errori più comuni (secondo me) che trasformano la solidarietà in teatro.Non me ne vogliano gli attivisti, che pure rispetto. Solo riconoscendo ciò che definisco errori ed eliminandoli possiamo pensare ad azioni più utili, intelligenti, e persino antifragili: capaci di resistere agli urti e, come insegna la storia, diventare più forti proprio grazie alle crisi.
I Errore – Credere che hashtag, bandiere e flotilla bastino
Davvero una foto con la bandiera, un hashtag virale o una flottiglia simbolica possono cambiare la vita a Gaza?
Sono gesti che servono più a chi li compie che a chi soffre. Per me sono “tentate soluzioni”: placano la coscienza, ma non incidono sulla realtà. Lucio Caracciolo li ha chiamati «passerelle ideologiche»: belle da vedere, ma incapaci di modificare i rapporti di forza. È la differenza tra spettacolo e sostanza: nessun pacco di viveri entra davvero, nessuna cura raggiunge i malati. Gaza non ha bisogno di scenografie, ma di leve politiche, economiche e diplomatiche.
II Errore – Trasformare la protesta in un rito sterile
Quante volte abbiamo visto cortei, scioperi generali o sit-in che finiscono il giorno dopo nel dimenticatoio? Davvero pensi che gridare slogan contro un governo, senza obiettivi precisi, possa cambiare una politica estera o fermare una guerra? La protesta diventa rito quando si ripete per inerzia: crea rumore, ma non incide.
Sun Tzu ricorda che la vittoria non si ottiene con il clamore, bensì colpendo i punti vitali. Una manifestazione può avere senso solo se costruisce consenso attorno a richieste chiare e misurabili. Altrimenti, è energia dispersa: un corteo che sfila e svanisce come fumo.
III Errore – Romanticizzare la nonviolenza spettacolare
Davvero basta alzare le mani al cielo su una nave per cambiare un conflitto che dura da decenni? La nonviolenza spettacolare commuove, ma rischia di restare teatro. Le flottiglie che sfidano il blocco navale attirano telecamere, ma raramente portano aiuti concreti ai civili.
La differenza con Gandhi o don Tonino Bello, a cui la flottiglia è stata paragonata, è enorme: Gandhi incarnava la sofferenza del suo popolo e ogni colpo subito rafforzava il movimento, don Tonino marciò dentro Sarajevo, non davanti alle telecamere a distanza. Il gesto scenografico è fragile, non antifragile: si spezza appena svanisce l’attenzione dei media.
IV Errore – Cadere nella trappola del tifo ideologico
Davvero pensi che schierarti urlando “pro” o “contro” serva a qualcosa per i civili di Gaza? La logica del tifo riduce un conflitto complesso a una partita da stadio: bandiere, cori, slogan. Così si semplifica ciò che non può essere semplificato e si resta paralizzati.
Lucio Caracciolo ricorda che il nodo non è morale ma geopolitico: rapporti di forza, interessi sovrani, catene economiche e militari. Trasformare Gaza in un derby ideologico fa il gioco di chi non vuole soluzioni. L’alternativa è il realismo strategico: meno slogan, più pressione concreta dove conta davvero. Questa situazione secondo me ha delle scomode verità che ti farebbe bene considerare. E dovresti anche pensare a mito e ombre della Flotilla.
V Errore – Illudersi che l’attesa della flotilla sia una soluzione
Davvero crediamo che l’arrivo di una flottiglia, atteso per giorni dai palestinesi, possa cambiare le condizioni reali di Gaza? Nelle interviste raccolte dai media, tanti Gazawi hanno confessato la speranza: «Forse porteranno medicine, forse pane, forse libertà». Ma dietro la speranza si nasconde spesso la delusione.
Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.
La flotilla diventa un rito di attesa che ricorda l’“aspettiamo Godot”: un evento che catalizza l’attenzione, ma che quasi mai riesce a trasformarsi in aiuto concreto. Il rischio è confondere la speranza con la strategia. Gaza non ha bisogno di promesse sospese nel mare, ma di azioni strutturate e verificabili.
VI Errore – Illudersi che le leve economiche bastino da sole
Davvero pensiamo che basterebbero sanzioni o boicottaggi per cambiare la situazione a Gaza? Nel caso della Russia, nonostante misure durissime e coordinate, la guerra non si è fermata: segno che le leve economiche da sole non bastano.
Con Israele la questione è ancora più complessa: nessun grande alleato occidentale ha imposto vere sanzioni, e anzi i rapporti commerciali e militari proseguono senza scosse. Parlare di pressione economica ha senso solo se esiste una coalizione ampia e determinata, cosa che oggi non c’è. Pensare il contrario significa confondere il desiderio con la realtà. Senza strategia politica, l’economia resta un’arma spuntata.
VII Errore – Lasciarsi paralizzare dal rumore mediatico
Scorriamo immagini di Gaza per ore. È l’infodemia: troppi video, troppe notizie, troppe emozioni che anestetizzano invece di spingere all’azione. Si tratta di un «tentativo di soluzione» che peggiora il problema: più guardi, più resti bloccato.
Stiamo subendo il flusso invece di usarlo. Il punto è filtrare, ridurre, scegliere: meno stimoli e più strategia. Chi resta inchiodato allo schermo diventa spettatore. Chi seleziona, documenta e agisce trasforma il rumore in leva. Gaza non ha bisogno di testimoni passivi.
Tre mosse semplici per non restare spettatori
Non ho la verità in tasca: questo è solo un punto di vista, un tentativo di separare il gesto che fa scena da quello che lascia segno. Abbiamo visto sette errori che svuotano la solidarietà e la trasformano in teatro.
Tre mosse semplici per non cadere nella trappola:
- Seleziona le informazioni: leggi meno, ma da fonti affidabili.
- Taglia i gesti inutili: niente hashtag vuoti, niente rituali che servono solo a te.
- Punta sulle leve concrete: economia, politica, narrazione critica.
Il resto è rumore. Queste tre mosse, invece, sono già un inizio reale.
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