Quell’idiota di san Francesco e la sete di conoscenza

Hai mai conosciuto qualcuno così puro da sembrare stupido?

Francesco d’Assisi lo era davvero, e non per mancanza d’intelligenza. Aveva conosciuto il lusso del padre mercante, la vanità delle feste, la violenza delle guerre. Quando si spogliò nudo davanti al vescovo, non fu un gesto teatrale ma un atto radicale: tagliare via tutto ciò che lo teneva prigioniero. Dopo aver rinunciato a ogni ricchezza, intuì che anche il sapere poteva diventare una forma di potere. Per questo rifiutò libri, scuole e dispute, dicendo che al frate bastavano la tonaca e le mutande. Si definiva “idiota et simplex”: un analfabeta per scelta, un uomo che preferiva toccare la vita piuttosto che descriverla.

Non disprezzava la cultura, ma la guardava con sospetto. Aveva visto troppi uomini citare Dio come un argomento invece di respirarlo. Per lui conoscere significava vivere, non dimostrare. La sua povertà era un metodo: togliere finché non restava che l’essenziale, un cuore nudo davanti alla verità. Diffidava della logica perché sapeva che la mente può costruire prigioni dorate. Scelse invece l’ignoranza come libertà, la semplicità come forma suprema di intelligenza. Si sentiva un umile uomo, non quel santo che veneriamo.

Eppure, poco dopo la sua morte, i suoi stessi seguaci fecero il contrario: entrarono nelle università, studiarono Aristotele, crearono la logica moderna. Da quella “ignoranza sacra” nacque una nuova sete di conoscenza che avrebbe incendiato l’Europa, fino ad arrivare — secoli dopo — al Guglielmo da Baskerville di Umberto Eco. È lì, tra Francesco che rinuncia e i francescani che studiano, che comincia la nostra storia: la battaglia eterna tra chi teme il sapere e chi lo abbraccia come via per capire Dio e se stesso.

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La messa in scena non è un’opera minore

Sei attori seduti in fila su cubi bianchi e un uomo in piedi davanti a loro, una messa in scena su un palcoscenico spoglio
Sei attori seduti in fila su cubi bianchi, con berretti e cappotti, le teste chine; a destra un uomo in piedi guarda la propria mano aperta, su un palcoscenico spoglio illuminato da una sola luce. Foto di Navid Abbasi su Unsplash

Ti è mai capitato di preferire la prova allo spettacolo? Il provino alla scena definitiva, lo schizzo al quadro finito?

Per anni l’ho preso per un difetto mio, un gusto acerbo da correggere. Poi ho capito che quello che mi piaceva aveva un nome preciso, messa in scena, e che quasi tutti lo guardano dalla parte sbagliata. Ci arrivo, ma prima devo toglierti un’idea che ti hanno messo in testa: che l’opera finita valga sempre più di quella ancora aperta. C’è una sera dell’aprile 2012, in un teatro comunale del Salento, in cui ho visto quell’idea cadere da sola. Ti dico dopo cosa successe.

Ci torno adesso perché cade un anniversario tondo. Novant’anni fa, in una notte d’agosto del 1936, i nazionalisti fucilarono Federico García Lorca vicino a Granada. Cinque anni prima aveva messo in piedi La Barraca, un teatro universitario che girava i villaggi di Spagna con un palco smontabile e poche attrezzature, per portare i classici a gente che uno spettacolo non l’aveva mai visto. L’ultima recita fu nell’aprile del 1936. Nessuno si è mai sognato di chiamarla un’arte minore.

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Baudolino e il tramonto del Medioevo

Libro liturgico latino aperto, con le iniziali rubricate in rosso, copertina dell'articolo su Baudolino di Umberto Eco
Grande libro liturgico aperto su un ufficio latino della Croce, con le iniziali rubricate in rosso. Foto di Nick Fewings su Unsplash

Hai mai raccontato una bugia grossa? Una di quelle tenute in piedi per anni. Al punto da non distinguerla più dalla verità.

In un romanzo che ho letto tempo fa vive un ragazzo che di frottole ne semina a ogni pagina, e non è un imbroglione qualunque: è l’uomo che, a furia di mentire, finisce per scrivere la Storia. Si chiama Baudolino, e prima dell’ultima riga ti dico qual è la sola bugia che gli riesce meglio di tutte.

Ne ho scritto qui il 18 agosto del 2021, e quella pagina è rimasta online quasi cinque anni. Nel frattempo è diventata una piccola bugia anche lei. Apriva con un elenco numerato, come una scheda da manuale. Spingeva quattro link a un negozio. E sulla copertina portava stampata la scritta “New post on giuseppevitale.eu”, un indirizzo che non è più mio da un pezzo. Un articolo su un uomo che mente e ci crede, tenuto in piedi da un dominio morto. Lo riscrivo da capo.

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Narrare il Medioevo

Ti piace la storia? E in particolar modo il medioevo, epoca che in molte cittadine italiane è molto presente? Ami le rievocazioni? In estate molti comuni del belpaese amano attrarre e intrattenere turisti attraverso delle manifestazioni che ricordano il Medioevo ed alcuni personaggi di quel periodo storico. Dal Palio di Siena in poi, sembra esserci una riscoperta di questa età. Ma come viene raccontata? La nostra narrazione è sempre coerente oppure, a volte, ci sono incroguenze, invenzioni di sana pianta ed iniziative poco rispettose?

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I social sono morti. Il blog resiste

photo of woman writing on tablet computer while using laptop
Photo by Anthony Shkraba on Pexels.com

C’era una volta il world wide web con le sua paginette statiche, i siti web che tu mettevi online e che lì restavano, più o meno visitati, in cui il massimo dell’interazione avveniva via email o dove trovavi un numero di telefono a cui chiamare. Poi arrivarono le pagine dinamiche e i blog grazie ai quali anche chi non era un webmaster poteva pubblicare articoli, notizie, contenuti. A un certo punto, nel 2007, esplode Facebook, il primo vero grande social network che cambia lo stato delle cose: quasi ogni abitante della terra che avesse una connessione alla rete con estrema facilità poteva creare un suo profilo, fare l’upload di foto, pubblicare quel che gli passava per la testa. Per anni sono state pubblicate cose di qualità, interessanti, ben curate. Dopo è diventata una caciara.

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