
Hai mai provato a giocare a un gioco senza conoscerne tutte le regole? Se non leggi fino alla fine, ti dico già: perderai la parte più importante. Perché questa non è una storia sui bambini, ma su di te.
Poco fa ho visto una scena: un padre propone ai figli di giocare a 1, 2, 3 stella. Il bambino, quattro anni al massimo, si appoggia al muro e comincia a contare: «uno, otto, dieci, quattro, undici, tre…». La sorellina, un anno e mezzo, crede si tratti del nascondino e si infila dietro il padre. Lui ride, prova a correggere, ma loro continuano, felici, nel caos perfetto.
Ti sembra una sciocchezza? Aspetta. Perché proprio lì, tra quell’errore e quella libertà, si nasconde la chiave di qualcosa che noi adulti abbiamo perso. Ti spiego cosa nel prossimo paragrafo — ma ti avverto: una volta capito, non riuscirai più a guardare un gioco allo stesso modo.
Il senso di “giocare al gioco”
A prima vista sembra una tautologia: giocare al gioco. Ma non lo è. È la differenza tra chi segue le regole e chi le scopre mentre gioca.
I bambini non sanno ancora cosa “si fa” o “non si fa”: imitano, improvvisano, sbagliano con grazia. Prendono una o due regole e il resto lo inventano. E in quell’invenzione nasce la loro genialità.
Quando il bambino conta «uno, otto, dieci, quattro», non sta sbagliando: sta creando una logica personale. Quando la sorellina si nasconde dietro il padre, confondendo 1, 2, 3 stella col nascondino, non sta fraintendendo: sta interpretando il mondo a modo suo.
È lì che il gioco smette di essere passatempo e diventa conoscenza, linguaggio, arte.
È lì che nascono gli attori, i pittori, gli inventori: da chi osa giocare al gioco, non per vincere, ma per scoprire cosa succede se le regole non bastano più.
I maestri invisibili del gioco
Dietro quella confusione infantile — un bambino che conta a caso, una sorellina che si nasconde dove non dovrebbe — si nasconde un intero universo di pensiero. Filosofi, psicologi e sociologi hanno provato a spiegarlo, ma i bambini lo sanno da sempre: il gioco è una forma di conoscenza travestita da caos.
George Herbert Mead parlava del passaggio dal play al game: prima imiti un ruolo, poi impari a tener conto di tutti. Ma nel mezzo, tra i due, c’è il momento magico in cui le regole ancora non esistono. Piaget lo chiamava “gioco simbolico”: il regno del “facciamo finta che”. Vygotskij diceva che il gioco è la culla dell’intelligenza, il terreno dove proviamo a diventare ciò che ancora non siamo.
E Caillois, più tardi, separò il gioco libero (paidia) da quello regolato (ludus): il bambino che conta «uno, otto, dieci, quattro» è paidia pura, fantasia prima della legge.
Forse “giocare al gioco” è proprio questo: il punto in cui la vita non è ancora recintata, dove la regola nasce dall’immaginazione e non dall’istruzione. Chi riesce a restare lì — senza scappare nel giudizio — ha già in sé la scintilla dell’artista.
Se l’adulto spiega il gioco
Se l’adulto spiega il gioco, spesso finisce per rovinarlo. Entra in scena con buone intenzioni — «No, si fa così» — ma senza accorgersene toglie ai bambini la parte più preziosa: il gusto di scoprire da soli. Il bambino che conta a caso o che si nasconde nel posto sbagliato non sta sbagliando davvero: sta esplorando, sta cercando di capire come funziona il mondo, sta allenando la fantasia. Quando l’adulto impone le regole, il gioco si irrigidisce, diventa esercizio, perde la sua magia.
Ma se invece si avvicina con curiosità e lascia che siano i bambini a condurre, il gioco si apre, cresce, e accoglie anche lui. Piaget diceva che l’adulto deve offrire cornici, non confini. Vygotskij parlava di zona prossimale: quello spazio dove l’adulto accompagna senza dirigere. Perché spiegare il gioco non serve: serve ricordarsi come si gioca.
Quando giudichiamo i disegni dei bambini
Succede la stessa cosa anche con i disegni. L’adulto guarda un foglio pieno di linee storte, proporzioni sbagliate, colori “sbagliati” e pensa di dover correggere. Ma ogni volta che lo fa, toglie qualcosa. Il bambino non disegna per rappresentare: disegna per scoprire. Quelle linee che a noi sembrano confuse sono il suo modo di capire lo spazio, il tempo, se stesso.
La mia maestra diceva che i miei disegni erano troppo grandi e fumosi. Non capiva che non stavo disegnando una casa o un albero, ma l’aria intorno, la luce che li circondava. I bambini che non stanno dentro al foglio non sono distratti: sono quelli che vedono oltre i bordi.
Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.
Kandinsky, Miró, Leonardo — tutti “sbagliavano” da piccoli. Ma è da quegli errori che nasce l’arte. Giudicare un disegno infantile significa chiedere al sogno di mettersi in riga.
Perché giocare al gioco
Giocare al gioco è una necessità, non un passatempo. Per i bambini è il modo più naturale di conoscere il mondo: contano a caso, si nascondono dove non dovrebbero, confondono le regole, ma in quella confusione imparano tutto — la logica, l’attesa, la sorpresa, la libertà. Il gioco è il loro linguaggio, la loro prima forma di pensiero creativo.
Per gli adulti, invece, giocare al gioco è un ritorno alla vita autentica. È smettere di vivere solo per risultati, e riscoprire la curiosità, la capacità di stupirsi, l’arte di lasciarsi sorprendere. È il momento in cui l’azione torna ad avere senso, non solo scopo.
Giocare al gioco — a qualsiasi età — significa restare aperti al possibile, saper improvvisare anche quando non si conoscono le regole. È un atto di libertà, un modo per restare vivi, elastici, creativi. Chi continua a giocare non invecchia: evolve.
Torna a giocare al gioco
Prova a pensarci: quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa senza sapere come sarebbe andata? Senza un piano, senza uno scopo preciso?
Forse potresti iniziare oggi. Chiama qualcuno solo per chiacchierare, cammina in una direzione nuova, disegna qualcosa anche se “non sai disegnare”. Conta pure «uno, otto, dieci, quattro» se vuoi.
Giocare al gioco non è tornare bambini: è ricordarsi come si vive.
Io, scrivendo questo, ho giocato anch’io — e tu, leggendo fino a qui, in fondo l’hai fatto con me.
Ora tocca a te: che mossa fai?
Preferisci farti domande o riceverle pronte?
Ogni settimana una provocazione, a volte scomoda. Non per darti risposte: per metterci in strada insieme, come due cavalieri erranti.
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