Come non farti fregare dal bisogno

Hai mai chiesto qualcosa a qualcuno facendogli capire che ne avevi bisogno? Fermati. Rileggi la domanda. Non parlo solo di lavoro. Parlo anche di quella persona che ti interessava. Di quel rapporto che volevi tenere vivo. Di quella relazione in cui hai iniziato a spiegare troppo, a giustificarti, a renderti troppo disponibile. Cosa è successo dopo?

Questo articolo non serve a farti coraggio. Serve a mostrarti dove stai perdendo posizione senza accorgertene. Se continui a leggere, non troverai formule magiche. Troverai una regola che vale ovunque: il bisogno va usato dietro le quinte, non portato in scena. E per chi ha poco margine, sul lavoro o nella vita, spesso è l’unico modo per non peggiorare le cose.

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I tre ladri di quel gran ladrone di Scarpetta

Maschera di Pulcinella in cuoio nero, già appartenuta ad Antonio Petito e indossata da Ettore Petrolini.
Mostra Eduardo Scarpetta. Il teatro come dinastia (1925–2025), Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

E se l’arte, soprattutto a teatro, fosse solo un furto riuscito?

Prima di rispondere, facciamo un patto. Leggi questo articolo fino in fondo e alla fine dimmi se hai mai rubato qualcosa a qualcuno. Non parlo di oggetti. Parlo di un gesto, una voce, un modo di stare al mondo che hai visto fare e che da quel giorno non ti ha più lasciato.

Se arrivi fino alla fine e scopri che non hai mai rubato niente a nessuno, forse non hai mai davvero creato niente. Ma se arrivi fino alla fine e capisci da chi hai rubato, allora forse hai capito come funziona davvero la tradizione.

Cominciamo.

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Quando e perché Gesù fu discepolo di Giovanni Battista

Perché Gesù aspetta Giovanni?

Gesù non si muove finché Giovanni occupa la scena. È lì, scritto nero su bianco, senza scampo. Matteo te lo sbatte in faccia: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea» (Mt 4,12). Marco è ancora più secco, taglia ogni fuga possibile: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio» (Mc 1,14).

Finché Giovanni predica e battezza, Gesù tace. Non compete, non si sovrappone, non corre in parallelo. Aspetta. E quando inizia, riparte dallo stesso annuncio. «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2; Mt 4,17). Stesse parole, stesso asse rovente.
Fermati un attimo su questo: se Gesù fosse nato già completo, già separato, già autonomo, perché mai attendere l’arresto del Battista? Se avesse avuto un messaggio alternativo fin dal primo giorno, perché passare da Giovanni e farsi battezzare (Mc 1,9)? I testi non lo spiegano, ma lo mostrano con una forza che spacca ogni lettura comoda. E questo basta per capire che non stiamo giocando con le parole.

L’origine pubblica di Gesù non è isolata. È legata a Giovanni. E il momento in cui quella relazione si spezza è segnato con precisione chirurgica. Qui comincia la storia vera. Qui comincia il terremoto.

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Tre lezioni dalla crisi in Venezuela

Siamo davvero sicuri di sapere di cosa parliamo quando diciamo “Venezuela”?

Il Venezuela è diventato una parola-totem, un’arma retorica usata per vincere dibattiti. Lo si cita per dimostrare che il socialismo non funziona, o che l’imperialismo distrugge, o che Maduro è un dittatore, o che è un eroe assediato. Intanto, mentre si litiga sui social, mentre girano meme e video spiegati in tre minuti, una cosa scompare: la voce di chi in Venezuela ci vive davvero.

Sette milioni e settecentomila persone hanno lasciato il Paese, secondo i dati dell’UNHCR. Non per moda. Per fame, per buio, per paura. Eppure si continua a parlare del Venezuela come se fosse una partita a Risiko, dove conta solo chi ha ragione e chi ha torto.

Forse è il momento di fermarsi. Di ascoltare. Di imparare tre lezioni che nessuno slogan riesce a contenere.

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Cose da non fare nel 2026 per non sprecare un altro anno

Se il 2026 finisse come la tua ultima settimana del 2025, ci metteresti la firma?

Questa non è una domanda motivazionale, è una verifica di realtà. Gli anni non si perdono perché mancano idee, talento o buone intenzioni; si perdono perché alcune abitudini restano intatte, silenziose, automatiche, mentre tutto il resto cambia. Ogni gennaio promettiamo di fare di più, quasi mai decidiamo cosa smettere.

Il tempo non viene divorato da grandi errori, ma da gesti ripetuti che non producono conseguenze, da scelte rimandate che sembrano innocue, da soluzioni che tranquillizzano nel breve e bloccano nel lungo. È così che un anno scivola via senza fare rumore, identico a quello precedente.

Questo articolo non ti chiede di aggiungere un piano, né di reinventarti, né di crederci di più. Ti chiede una cosa sola, molto più scomoda: guardare cosa stai facendo che ti costa un anno alla volta e decidere di non farlo più. Il 2026 non ha bisogno di nuove promesse, ha bisogno di meno cose sbagliate. Se non vuoi perdere un altro anno, si comincia da qui.

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Il punto zero del Caso Orlandi

Che cosa è successo a Emanuela subito dopo che è stata vista per l’ultima volta?

Forse la verità non è nascosta nelle telefonate misteriose né nelle piste internazionali né nella lunga ombra dei depistaggi. Forse tutto comincia in un pomeriggio di giugno, quando una ragazza esce da scuola, parla di un piccolo lavoro e poi sparisce senza lasciare una scena di pericolo. È lì che bisogna tornare, a quelle prime ore che nessuno ha guardato con la cura che meritano.

Questo è il senso delle nuove indagini della procura che torna a indagare su una figura centrale, il cosiddetto “uomo Avon”, secondo l’identikit della persona che sarebbe stata vista parlare con Emanuela. Ho già affrontato una serie di narrazioni sul caso. E poi ho avuto uno scambio di commenti con Pino Nicotri, il giornalista che più di tutti ha capito che non si è trattato di rapimento, di recente ascoltato anche dalla commissione bicamerale che lavora sul caso. E qui voglio allora tornare al punto zero di questa storia, una volta sgomberato il campo da tanti, eccessivi depistaggi.

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Il risveglio dell’attore nell’era dell’intelligenza artificiale

Pia Lanciotti, Ivana Chubuck (al centro) e Alvaro Moretti durante le foto di rito.

Ti addormenti mai davanti a un film considerato un capolavoro? Succede più spesso di quanto si dica, e puoi rilassarti: non è colpa tua.

Qualcosa nel nostro modo di guardare le storie si è inceppato. Ogni volta che scorri TikTok, ogni volta che passi da un video all’altro, ogni volta che abbandoni un film dopo dieci minuti, il cervello si abitua a ritmi sempre più veloci. La soglia di attenzione scivola verso il basso, la pazienza narrativa sparisce, la fame di stimoli cresce.

Le piattaforme lo sanno, e per questo stanno reinventando il cinema prima ancora che il regista dica «Azione». Gli algoritmi studiano quando distogli lo sguardo, quando perdi interesse, quando stai per saltare la scena. Decidono colori, tagli, tempi, movimenti. Perfino le micro-espressioni degli interpreti vengono modellate per trattenerti un istante in più.

L’IA non sta arrivando nel cinema: ci vive già. E sta riscrivendo le regole mentre nessuno guarda.

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I sette segreti spirituali di Largo Argentina

Le chiome scure dei pini marittimi si aprono come un sipario sopra i templi repubblicani. Sullo sfondo, le facciate romane illuminate raccontano la città che vive, mentre sotto, silenziosa, dorme quella che è stata.

Ti è mai capitato di dimenticare dove stavi andando?

Non per distrazione. Perché un posto ti blocca, ti rapisce, ti ferma in mezzo al marciapiede. Un incrocio che credevi di conoscere ti guarda e sembra chiederti: «Ma tu chi sei davvero?»
Ecco, per me Largo di Torre Argentina a Roma è proprio così. Ti do sette buone ragioni per fermarti lì. Non quelle da guida turistica, ma quelle che ti entrano sotto la pelle e cambiano il modo in cui cammini per Roma. Quelle che ti fanno tornare anche quando non hai niente da fare lì.

Da fuori, Largo Argentina sembra solo traffico: autobus, gente che corre, rovine al centro. Ma se ti fermi tre minuti – solo tre – capisci che è uno dei punti più densi della città. Templi antichi, il fantasma di Cesare, un teatro storico, una libreria gigantesca, pini altissimi e gatti selvatici convivono nello stesso quadrato di mondo.

Questo è quello che io chiamo Macondia: il rapporto ostinato tra chi cammina e una città che conosce solo a metà. Una città che guardi, ascolti, fraintendi e in cui continui a tornare. Mentre leggi, pensa a un tuo posto di Roma che funziona così. Alla fine, se ti va, raccontamelo: voglio conoscere le tue Macondie.

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Il montaggio delle attrazioni nel Caso Orlandi

E se nel caso Orlandi, per quarant’anni, avessimo guardato il film sbagliato? È una domanda secca e inevitabile. E diventa ancora più scomoda quando si mettono a confronto due mondi: il thriller costruito dagli adulti e un semplice appunto scritto da una ragazza di quindici anni. “Il Montaggio delle Attrazioni” è il nome di un cineforum sulla Cassia che Emanuela Orlandi aveva annotato prima di sparire.

Nel mio articolo precedente ho raccontato come cinema, televisione e media abbiano progressivamente trasformato la sua storia in un racconto spettacolare. Questo nuovo pezzo ne è lo sviluppo naturale: un ritorno a ciò che Emanuela era davvero, fuori dal grande film che è stato montato attorno a lei.

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