L’attore e il teologo fanno lo stesso mestiere

Sala dorata di un teatro barocco con volte dipinte e lampadari accesi, il luogo dove attore e teologo si somigliano
Interno dorato di una sala barocca: volte dipinte, colonne scanalate e lampadari a candele accesi. Foto di William Dmytrow su Unsplash

Ti hanno mai chiesto di piangere a comando?

Non in scena. A un funerale che non ti toccava, davanti a un obiettivo, in una stanza piena di gente che si aspettava una faccia che tu non avevi. Sai già com’è andata. Hai fatto la faccia. Sotto non c’era niente, e per un secondo hai avuto paura che si vedesse.

Alla fine di questo articolo ti dico chi ha risolto quel problema per primo, e non era un attore. Intanto tieni una parola: persona. Oggi la usiamo per dire quello che uno è davvero. In latino voleva dire un’altra cosa: la maschera di legno che l’attore si metteva sulla faccia. Chi l’ha portata via dal teatro non lo ha fatto per parlare di teatro. Gli serviva per dire chi è Dio. Tienila lì, quella parola. Ci torniamo alla fine.

Continua a leggere

Cose da non fare nel 2026 per non sprecare un altro anno

Se il 2026 finisse come la tua ultima settimana del 2025, ci metteresti la firma?

Questa non è una domanda motivazionale, è una verifica di realtà. Gli anni non si perdono perché mancano idee, talento o buone intenzioni; si perdono perché alcune abitudini restano intatte, silenziose, automatiche, mentre tutto il resto cambia. Ogni gennaio promettiamo di fare di più, quasi mai decidiamo cosa smettere.

Il tempo non viene divorato da grandi errori, ma da gesti ripetuti che non producono conseguenze, da scelte rimandate che sembrano innocue, da soluzioni che tranquillizzano nel breve e bloccano nel lungo. È così che un anno scivola via senza fare rumore, identico a quello precedente.

Questo articolo non ti chiede di aggiungere un piano, né di reinventarti, né di crederci di più. Ti chiede una cosa sola, molto più scomoda: guardare cosa stai facendo che ti costa un anno alla volta e decidere di non farlo più. Il 2026 non ha bisogno di nuove promesse, ha bisogno di meno cose sbagliate. Se non vuoi perdere un altro anno, si comincia da qui.

Continua a leggere

7 cose da imparare dal crollo della Torre dei Conti

Ma come è possibile che crolli una torre antica, così?

Una torre che ha attraversato otto secoli di guerre, scosse e restauri, e cade ora — in pieno centro di Roma, nel 2025.

La mattina del 3 novembre, un collega mi dice: «Hai visto che c’è stato un crollo qui vicino?» Più tardi, all’hotel in via Cavour, arrivano due turisti argentini. Hanno appena visto la polvere. «¿Se derrumbó algo?» — È crollato qualcosa? — mi chiedono. «Sí, una torre», rispondo.

Il giorno dopo scopro che non è solo una torre a essere caduta. È morto Octay Stroici, 66 anni, l’ultimo dei quattro operai coinvolti. Era lì dopo il primo cedimento. Poi è arrivato il secondo.

Oggi, 4 novembre, provo a capire. Non per trovare un colpevole — questo in Italia lo facciamo fin troppo bene — ma per capire dove si è interrotto il dialogo tra chi costruisce, chi vigila e chi decide. Perché il problema non è il singolo errore, ma il vuoto di coordinamento, la somma di frammenti che non si parlano. Eppure, a Roma, un tempo era proprio la collaborazione a tenere in piedi le pietre.

Ecco sette cose che ho imparato guardando la polvere di una torre medievale. Puoi leggerle in ordine o saltare. Ma se resti fino alla fine, ti chiederò una cosa semplice.

Continua a leggere

Il migliore attore è quello che non vedi recitare

Attore solo e in ombra su un palcoscenico buio, un fascio di luce alle sue spalle
Un uomo solo su un palcoscenico buio, il fascio di luce cade dietro di lui nel fumo. Foto di Luis Morera su Unsplash

Ti è mai capitato di guardare un film e pensare, per un attimo: questo qui sta recitando?

Quel pensiero è già una condanna. I migliori attori di sempre non si riconoscono da quel pensiero: si riconoscono da quando quel pensiero non ti viene. Tienilo da parte, perché in fondo a questa pagina ti chiedo di rifare il tuo giudizio su un attore con una domanda sola, e non è quella che credi.

Ieri sera si è chiusa la settantanovesima edizione del Locarno Film Festival. Il Pardo per la migliore interpretazione lo consegnano in due copie uguali, senza dividere maschile e femminile: nel concorso internazionale sono andati a Kim Minhee, per «Nowhere to Lay My Eyes», e a Monica Bellucci, per «Ketticè» di Giovanni Tortorici. Nessun primo, nessun secondo. Non hanno incoronato due attrici: hanno indicato due prove.

Continua a leggere

La classifica dei film più belli di sempre è una trappola

Una spettatrice sola in una sala cinematografica vuota, tra le poltrone rosse al buio
Una donna sola in una sala cinematografica vuota, il viso illuminato dallo schermo fuori campo. Foto di Karen Zhao su Unsplash

Qual è il film più bello che tu abbia mai visto?

Nessuna classifica dei migliori film di tutti i tempi pesa quanto quella tua risposta. Tienila a mente: tra poco proverò a mostrarti perché, e ti racconterò di un film che per mezzo secolo è stato il numero uno del mondo, salvo poi non esserlo più.

Stanotte Roma è vuota, e giù nel basso Salento c’è invece una piazza che resta sveglia fino all’alba. È la notte di San Rocco, quella tra il quindici e il sedici agosto, e a Torrepaduli si balla la pizzica scherma: due uomini entrano in un cerchio di tamburelli, si affrontano a dita tese come fossero lame, e quando la ronda si chiude nessuno dei due ha vinto. Non c’è un primo, non c’è un secondo, non resta nessuna graduatoria. Solo il giro dopo, con altri due dentro il cerchio.

Continua a leggere

Il canto di Dio e gli alieni

Un uomo solo in piedi su una collina guarda il cielo stellato, il canto di Dio nello spazio aperto sopra di lui
Silhouette di un uomo in piedi sul dosso di una collina che guarda il cielo stellato, con la luce chiara dell’orizzonte alle sue spalle e una scia luminosa in alto. Foto di Joshua Earle su Unsplash

Ti è mai capitato, di notte, di alzare gli occhi al cielo e sentirti piccolo e solo?

Tienila da parte, quella sensazione. Alla fine capirai perché l’universo potrebbe essere il canto di Dio, e tu una delle sue note. Ma prima ti porto tra le stelle a contare l’energia delle civiltà in watt, e poi ti riporto giù con una parola ebraica di quasi cinquecento anni che ribalta tutto. Una cosa alla volta.

Continua a leggere

Rubini e l’arte di rifarsi da dentro

Sergio Rubini e i Musica da Ripostiglio in scena con lo spettacolo Ristrutturazione

C’è un momento, in ogni ristrutturazione, in cui la casa è più brutta di quando hai cominciato. I muri scrostati, la polvere ovunque, i mobili accatastati sotto teli di plastica, un cavo che pende dal soffitto come una domanda senza risposta. Chi ci abita, in quei giorni, cammina in tondo tra le stanze semivuote e si chiede se ne è valsa la pena. È lì, non nel prima lucido né nel dopo perfetto ma in quel guado di calcinacci, che capisci cosa significa davvero ristrutturare.

Ho pensato a lungo a questa parola. La usiamo per le case, ma la teniamo a distanza quando riguarda noi. Diciamo “mi rimetto in gioco”, “cambio vita”, “riparto”: formule pulite, da brochure. Ristrutturare è più onesto, perché contiene la polvere. Dice che per rifare bisogna prima disfare, che c’è una fase di macerie che non puoi saltare, e che la casa nuova nascerà proprio da dove stava la vecchia: stesse fondamenta, stesso indirizzo, altra vita.

Continua a leggere