Se il 2026 finisse come la tua ultima settimana del 2025, ci metteresti la firma?
Questa non è una domanda motivazionale, è una verifica di realtà. Gli anni non si perdono perché mancano idee, talento o buone intenzioni; si perdono perché alcune abitudini restano intatte, silenziose, automatiche, mentre tutto il resto cambia. Ogni gennaio promettiamo di fare di più, quasi mai decidiamo cosa smettere.
Il tempo non viene divorato da grandi errori, ma da gesti ripetuti che non producono conseguenze, da scelte rimandate che sembrano innocue, da soluzioni che tranquillizzano nel breve e bloccano nel lungo. È così che un anno scivola via senza fare rumore, identico a quello precedente.
Questo articolo non ti chiede di aggiungere un piano, né di reinventarti, né di crederci di più. Ti chiede una cosa sola, molto più scomoda: guardare cosa stai facendo che ti costa un anno alla volta e decidere di non farlo più. Il 2026 non ha bisogno di nuove promesse, ha bisogno di meno cose sbagliate. Se non vuoi perdere un altro anno, si comincia da qui.
Foto di Steve Johnson: https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-ravvicinata-di-occhiali-vicino-a-documenti-sgualciti-963056/
Ti è mai capitato di sentirti sopraffatto dagli impegni, con mille cose da fare e nessuna idea da dove iniziare? Marco, un libero professionista con una carriera solida, una famiglia e tanti progetti in corso, ha vissuto questa sensazione per anni. Ogni giorno ha accumulato compiti, ha cercato di gestire troppe cose contemporaneamente e, nonostante la buona volontà, ha finito sempre per sentirsi in ritardo, stressato e frustrato.
Ha provato a risolvere il problema con agende, app di produttività e liste di cose da fare, ma nulla ha funzionato davvero. Il motivo? Non era la gestione del tempo il vero ostacolo, ma il modo in cui si raccontava la sua difficoltà.
Marco si ripeteva spesso frasi come: “Non sono capace di organizzarmi”, “Non ho tempo per pianificare”, “Ho provato di tutto, ma nulla funziona con me”. Questo modo di pensare ha creato un circolo vizioso che ha alimentato ancora di più il caos.
Quando ha scoperto il Problem Telling, ha capito che non bastava cercare strategie di produttività: doveva cambiare il modo in cui percepiva e raccontava la sua situazione. Attraverso questo metodo ha imparato a trasformare il suo problema in una storia diversa, con lui come protagonista e non più come vittima.
In questo caso studio vedremo come ha ribaltato il suo approccio e ha trovato una soluzione efficace per la sua disorganizzazione.
Sicuro che il tuo problema è che non ti sai organizzare? Che non hai capacità di pianificare la giornata e i compiti da svolgere? E se ti dicessi che sì, d’accordo, avere un buon programma e svolgerlo è importante ma che a monte di tutto questo c’è dell’altro? Insomma, e se il tuo problema fosse diverso da quel che credi? Esiste la soluzione al 90% dei tuoi problemi e ne parliamo in questo articolo.
Quante cose hai lasciato a metà perché ne è arrivata una più bella?
Io ho la risposta pronta: quattro libri nel cassetto. Scritti a metà, mollati appena un dettaglio non mi convinceva e un’altra idea mi chiamava da un’altra stanza, più nuova, più facile da iniziare. Ci arrivo, a come ne sto uscendo. Ma prima ti dico da dove venivo.
Ti è mai capitato di firmare qualcosa che non avevi scritto tu?
Ci arrivo. Ma prima lascia che ti porti dentro un articolo che ho pubblicato tre anni fa e che oggi mi fa quasi vergogna. Alla fine capirai perché l’ho tenuto online invece di cancellarlo.
Nel gennaio del 2023 scrissi un pezzo entusiasta su dieci “segreti” di ChatGPT. Lo rileggo oggi come si rilegge una vecchia foto in cui hai un taglio di capelli che non rifaresti: tenero, e datato fino al midollo.
Avevo scoperto un giocattolo nuovo e lo raccontavo da bambino davanti alla vetrina. Ti svelavo che lo strumento aveva dei limiti buffi, che ogni tanto ti diceva troppe richieste in un’ora, che era gratis, che era “ancora agli inizi”. Tutte cose vere per qualche settimana. Poi il mondo ha accelerato, e quei segreti sono diventati quello che sono adesso: rumore.
Ecco la prima cosa che ho imparato. I segreti di uno strumento scadono. Le domande che ti pone, no.
Il giocattolo è cresciuto. E tu?
Da allora la macchina è cambiata di generazione più volte. Scrive meglio, ragiona di più, ricorda, dialoga per ore senza inciampare. Tutto quello che nel 2023 elencavo come sorprendente oggi è banale come il rubinetto che dà acqua calda.
Ma proprio perché lo strumento è diventato bravissimo, la questione interessante si è spostata. Non è più cosa sa fare l’intelligenza artificiale, perché sa fare quasi tutto. È cosa resta a te da fare, quando la macchina può fare la tua parte al posto tuo.
Su questo ho cambiato idea rispetto a tre anni fa. Non da tecnofobo pentito, ma da chi ci lavora ogni giorno, nei coaching e nella scrittura.
Se vuoi vedere da dove partivo, i due articoli del 2022 sono ancora qui: l’intervista a ChatGPT e come può aiutare attori e scrittori. Leggili come istantanee di come la vedevo all’inizio, non come istruzioni per l’oggi. Servono a misurare la distanza.
La studentessa che non capiva il proprio tema
Mi è rimasta impressa una scena. Una ragazza mi porta un tema perfetto, ordinato, ben scritto. Glielo commento e mi accorgo che non lo capisce. Non lo aveva scritto lei: lo aveva fatto scrivere. E il testo, pur corretto, le era estraneo come un abito preso in prestito.
Non l’ho giudicata. Ho riconosciuto una tentazione universale, la mia per prima: delegare la fatica sperando che con la fatica non se ne vada anche il pensiero. Ma il pensiero abita nella fatica. Se lasci fare tutto alla macchina, non ottieni un lavoro fatto: ottieni un lavoro a cui non sei stato.
È qui che il vecchio articolo mostrava tutta la sua ingenuità. Celebravo la comodità. Oggi celebro la comodità e diffido di ciò che mi fa risparmiare proprio lo sforzo che mi teneva vivo.
Ti riconosci in quella studentessa? Scrivimelo nei commenti: l’ultima volta che hai delegato qualcosa e poi non l’hai capita.
Umanoscritto, non ghostwriting
Ne ho scritto altrove, ma lo ripeto perché è il cuore di tutto. Non credo alla scrittura artificiale e non credo più nemmeno alla scrittura solo umana come feticcio. Credo all’umanoscritto: un’opera a doppia matrice, dove tu resti l’autore e la macchina è il torchio, non la mano.
La differenza è semplice e la misuro con una domanda. Alla fine, di quel testo, ci sei tu? Il tuo giudizio, la tua scelta, la tua responsabilità? Oppure hai solo premuto un pulsante e firmato?
Lo strumento non decide questo. Lo decidi tu, ogni volta.
I veri segreti non sono più tecnici
Se proprio devo lasciarti dei segreti, visto che il vecchio titolo prometteva quello, te li do aggiornati. E sono di un altro tipo.
Il primo è che la macchina ti restituisce la qualità delle tue domande. Chi pensa poco, chiede male, e ottiene risposte mediocri di cui si accontenta.
Il secondo è che la scorciatoia più pericolosa è quella che funziona. Un errore evidente lo correggi. Un testo mediocre ma decente lo pubblichi, e a furia di pubblicare cose decenti scritte da nessuno, diventi nessuno.
Il terzo è che l’unica parte non delegabile è quella per cui vali. Il resto affidalo pure. Ma sappi qual è, la tua, prima di regalarla.
Tre anni dopo
Non rinnego l’entusiasmo del 2023: senza quello non sarei arrivato fin qui. Ma l’entusiasmo, da solo, è un ottimo carburante e una pessima bussola.
Oggi lo strumento non ha più segreti per me. Ha una domanda, sempre la stessa, che mi fa ogni volta che apro una pagina bianca e sono tentato di farla riempire da lui: questa cosa vuoi averla scritta, o vuoi solo poterla mostrare?
Ecco perché non ho cancellato quell’articolo del 2023. Mi serve come la foto imbarazzante sul comodino: per ricordarmi da dove vengo, e per non firmare mai più qualcosa che non ho scritto.
Se queste riflessioni ti parlano, ci scrivo dentro ogni settimana nel Taccuino Vitale: iscriviti, è lì che il discorso continua. E se vuoi imparare a usare questi strumenti senza smettere di esserci, nella scrittura, nello studio o sulla scena, puoi prenotare una sessione gratuita con me.
Nel frattempo, dimmi: l’ultima cosa che hai scritto, l’hai scritta o l’hai fatta scrivere?
C’è un solo metodo per risolvere i problemi: occuparsene, curarsene. Ci fanno una capa tanta su strategie, trucchi, metodi ecc. Io stesso ho elaborato un approccio innovativo del quale ho parlato per anni e che ho in animo di riprendere. Ma spesso trascuriamo la base di tutto: ci devi essere, devi restare a bordo prima di tutto. Mi risuonano ancora nelle orecchie le parole dell’ufficiale Gregorio De Falco nella telefonata con il comandante Schettino dopo l’incidente a nave Concordia: «Torni subito a bordo, cazzo!».
Tu capisci qualcosa di surf? Io nulla, guardo solo di sfuggita i surfisti. Però grazie a una notizia che ho visto online mi si è aperto un mondo sul nostro modo di affrontare le tempeste della vita.
Ogni giorno, ovunque, siamo di continuo bombardati da immagini. Dai social, alla pubblicità e ai cartelli stradali. Eppure non sappiamo niente di pensiero visuale. Con poche, semplici immagini è possibile venire a capo di difficoltà che sembrano piuttosto complicate. Non è una magia ma è la semplice potenza di ciò che nel mondo anglosassone è chiamato visual thinking, il pensiero visuale appunto. Vale, allora la pena di occuparsi di come risolvere problemi e vendere idee con le immagini.
Molti problemi che incontriamo hanno una soluzione ovvia e facile. Sarà bene, quindi, diminuire le analisi, le valutazioni, il rimuginare su qualche questione. Meglio privilegiare ciò che è ovvio e diretto. La parola d’ordine, allora, è semplificare, ridurre ai minimi termini ogni situazione. Così diventa più facile affrontarla e l’ansia, lo spavento e persino il panico sono messi da parte. Infatti tendiamo a complicarci la vita. Complicare vuol dire rendere confuso, intricato, difficile qualcosa perché s’introducono elementi estranei e dannosi.