L’ingegneria dello sfondo nell’arte e nella vita

Che noia dover colorare lo sfondo, ricordi? Da piccolo facevi dei disegni pieni di tanti colori ma poi al momento di riempire le zone di colore l’operazione si rivelava un po’ noiosa, soprattutto quando la superficie era grande, vero?

Di solito queste zone erano lasciate per ultime e spesso non completate. Specie quando erano tutte dello stesso colore, per esempio: azzurro come il cielo o verde come un prato. In effetti è un lavoro un po’ meccanico e ripetitivo, e quindi privo di stimoli.

Nelle botteghe d’arte di un tempo veniva lasciato agli allievi. Quando non si trattava della Vergine delle rocce o della Monna Lisa di Leonardo da Vinci altre mani se ne occupavano. In quei due casi lo sfondo era un capolavoro a sé che richiedeva molti passaggi, molte velature, sfumature, ecc.

Dagli ori a Giotto

In precedenza gli sfondi piatti e trascendenti dell’arte bizantina o quelli monocromi dell’arte gotica o quello a bande di colore del romanico richiedevano delle campiture nette, piene di colore da dover stendere. Con Giotto tornano gli elementi naturalistici e prospettici a cui ci avevano abituato gli affreschi pompeiani. Per esse però abbiamo bisogno di molto tempo.

L’urgenza del gesso

Che dire, invece, quando si usano delle tecniche che oggi definiamo estemporanee, veloci, con gli acquerelli, ad esempio, o con i gessi come nell’arte dei madonnari? In quest’ultimo caso per figure complesse si ha a disposizione davvero poco tempo, poche ore come accade durante le feste religiose del sud Italia o durante i concorsi.

Lo sfondo a metà

Può succedere, infatti, che lo sfondo, che è lasciato per ultimo, non sia completato per bene. Per questioni di tempo o, addirittura, perché il materiale a disposizione, i gessi, sono finiti. Perciò possiamo dire che completare un dipinto comporta una certa pianificazione per un madonnaro o certi trucchi.

Il concorso

Nei primi anni ’90 eravamo con mio padre Leonardo a un concorso per madonnari a Novoli, in provincia di Lecce. C’erano diversi partecipanti tra quelli citati da Christian Ligorio nella sua tesi di lauea sui madonnari pugliesi. Uno di loro, tra i più rinomati, lasciò incompiuto proprio lo sfondo. Mio padre me lo fece notare dicendomi: «Vedi qui il nostro caro amico si vede che non aveva più gessi». Il lavoro restò non finito non già come scelta stilistica ma come evidente carenza.

Calcoli e sfumature

Che fare in questi casi? Il problema per mio padre stava sempre a monte e cioè nel calcolare quali colori utilizzare e di quanti gessi avrebbe avuto bisogno. Ma mettiamo che si sbaglia il calcolo, può succedere. Anche a Leonardo Vitale è successo ma in questo caso il mio genitore degradava sfumandolo il più possibile lo sfondo, finché poteva. E poi con l’aiuto di una cornice esterna in qualche modo “giusiticava” quelle zone di catrame o masonite poco colorate.

Mani consumate

Sì ma che succede alle mani, si chiede il lettore o il madonnaro alle prime armi. Si consumano e anche in modo piuttosto doloroso. Chrisitan nella sua tesi parla proprio di un episodio in cu mio padre diede anche un altro suggerimento: usare la sabbia fine per attutire questo sfregamento. Ma comunque ti devi consumare le dita, c’è poco da fare. Magari non calcando troppo la mano, passandola con delicatezza, con leggerezza. Mio padre con le sue dita affusolate era un maestro in questo.

Dal cantiere alla piazza

Non so da dove venisse quella sua propensione a ottimizzare i materiali, come potremmo dire. Forse dal suo precedente lavoro di verniciatore delle navi. C’erano scadenze e consegne inderogabili, c’erano molti soldi e penali da pagare in quei casi. E lui ha passato anni della sua vita a riempire grandi superficie con il colore, cosa che poi lo ha portato anche ad essere aerografista oltre che madonnaro.

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Il dovere di finire

Perciò se vuoi portare la pagnotta a casa il lavoro lo devi finire, anche nelle parti che possono sembrare meno importanti, come lo sfondo. In realtà quest’ultimo è ciò che contribuisce al risalto della figura o delle figure rappresentate. Più queste si stagliano e quindi riescono a staccarsi dal resto e più c’è quell’effetto sorpresa, della rottura del pattern, di cui parlo a proposito delle dieci lezioni madonnare.

La poetica e la lacuna

Può anche esserci una poetica del non finito, e in questo Michelangelo nell’ultima parte della sua carriera fu maestro. Ma lì il non finito è una scelta, un modo consapevole di far parlare la materia, di lasciare che il blocco di marmo sveli il suo stesso limite. Diverso è quando lo sfondo resta incompiuto per mancanza di tempo, di calcolo o di disciplina: allora non è poetica, è lacuna. Ed è proprio qui che vedo la lezione di ingegneria che mi arriva da mio padre e dai madonnari che ho incontrato: trattare con cura ciò che sembra accessorio.

Il lavoro invisibile

Perché il “lavoro di sfondo” non è mai secondario. Lo è nel cinema, dove le comparse e le scenografie creano il mondo invisibile che permette all’attore di brillare. Lo è in musica, dove gli arrangiamenti, le seconde voci, il tappeto armonico reggono la melodia che sembra unica protagonista. Lo è in teatro, dove le luci, le pause e i silenzi costruiscono la tensione del monologo. Lo è nello studio, quando la fatica di ordinare appunti e mappe dà poi chiarezza all’esposizione. Lo sfondo è ovunque: invisibile ma determinante.

La filosofia di Leonardo

Per questo, quando ripenso alle dita affusolate di mio padre che sfumavano il gesso fino all’ultimo granello, sento che la sua arte non stava solo nel completare una figura, ma nel compiere fino in fondo ciò che non si vedeva. È una filosofia di vita che vale per ogni disciplina: se non curi lo sfondo, anche la figura più bella resta sospesa, incompleta. E allora la vera grandezza non è solo nel colpo d’occhio, ma nel lavoro silenzioso che lo rende possibile. E tu, oggi, quale sfondo stai trascurando nella tua vita o nel tuo lavoro? Fermati, guardalo, e dagli la dignità che merita: sarà lì che si deciderà la forza della tua figura.

Taccuino Vitale

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