Il record che nessun cronometro può misurare

Un vecchio cronometro meccanico fermo, tenuto aperto nel palmo di una mano

Qual è la cosa più veloce che tu abbia mai fatto?

Tieni da parte la risposta. Alla fine ti chiedo di rifare quel conto con un’altra unità di misura, una che nessun cronometro possiede.

Su questa pagina, per anni, c’è stato un elenco di dieci primati ridicoli. Miei. Scritti di getto il giorno dopo una finale olimpica, quando tutti parlavano di centesimi. Li ho tolti, ma non li rinnego.

La velocità con cui sparivo quando mia madre impugnava la scopa. La prontezza nel raggiungere il buffet prima degli altri. La rapidità con cui incassavo un rimprovero, spesso prima ancora di averlo meritato. Erano record veri, misurati sul corpo, e non valevano niente per nessuno tranne che per me. Li ricordo con tenerezza, come si ricorda un sé più magro e più sciocco.

Poi ho guardato meglio intorno a me, e ho capito che quell’elenco privato era diventato la religione di tutti.

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Rubini e l’arte di rifarsi da dentro

Sergio Rubini e i Musica da Ripostiglio in scena con lo spettacolo Ristrutturazione

C’è un momento, in ogni ristrutturazione, in cui la casa è più brutta di quando hai cominciato. I muri scrostati, la polvere ovunque, i mobili accatastati sotto teli di plastica, un cavo che pende dal soffitto come una domanda senza risposta. Chi ci abita, in quei giorni, cammina in tondo tra le stanze semivuote e si chiede se ne è valsa la pena. È lì, non nel prima lucido né nel dopo perfetto ma in quel guado di calcinacci, che capisci cosa significa davvero ristrutturare.

Ho pensato a lungo a questa parola. La usiamo per le case, ma la teniamo a distanza quando riguarda noi. Diciamo “mi rimetto in gioco”, “cambio vita”, “riparto”: formule pulite, da brochure. Ristrutturare è più onesto, perché contiene la polvere. Dice che per rifare bisogna prima disfare, che c’è una fase di macerie che non puoi saltare, e che la casa nuova nascerà proprio da dove stava la vecchia: stesse fondamenta, stesso indirizzo, altra vita.

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La trappola del talento

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Photo by Khoa Võ on Pexels.com

Hai mai sentito dire che per diventare attori, scrittori, artisti in generale devi avere talento? Lascia che ti sveli un segreto: in realtà è una trappola. Quindi, evitiamo di perdere tempo a preoccuparci del talento, perché c’è di più sotto la superficie.

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Maestri e stili di comicità fra l’America e l’Italia

Chi sono i tuoi comici preferiti? E se fai l’artista a chi ti ispiri, da chi cerchi di imparare? In questo articolo, ti porterò in un viaggio tra le mie muse ispiratrici nell’arte della risata. Nell’arte di far ridere, il mondo è un vasto palcoscenico con attori eccezionali. Come una star del cinema che cerca il ruolo perfetto, ho cercato ispirazione da comici leggendari che hanno plasmato la mia visione dell’umorismo.

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La poesia del culo e del cuore

Foto di Foto di Наталья Макарова.

Che cosa ci salva certe volte della noia e dal bombardamento di iinformazioni, post, pubblicità, social che ci intontisce ogni giorno? L’acqua passa e nulla resta, nulla di nulla. Qualsiasi cosa venga detta, annunciata, ribadita, promossa rischia di scivolarci addosso. Per fortuna ogni tanto ci imbattiamo in un qualche capolavoro come Il tuo culo e il tuo cuore, di Roberto Vecchioni.

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Fai un favore ai tuoi follower: posta di meno

Sei a favore dei tanti post e delle molte storie da pubblicare ogni giorno o preferisci l’arte del silenzio selettivo? Nel mondo rumoroso e frenetico dei social media, sembra che tutti vogliano gridare a gran voce. Ma, come in un buon film, forse è il silenzio tra le battute a creare la vera suspense.

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Il triplo salto mortale e l’acqua del miracolo

Carone - Angelini - Vitale

C’è stata una sera, qualche anno fa, in cui io, Paolo Carone ed Elio Angelini abbiamo montato un palco in una piazza del Sud, davanti a una fila di sedie di plastica che non sapevamo se qualcuno avrebbe occupato. Eravamo tre artisti con le tasche vuote e un progetto più grande di noi: Paolo con la sua musica, Elio con la sua comicità, io con il mestiere dell’attore. Ci siamo detti che era una follia, ci siamo abbracciati, e poi ci siamo buttati. Lo chiamavamo, ridendo per non tremare, «il triplo salto mortale». Non ricordo quasi nulla delle battute di quella sera. Ricordo bene, invece, la sensazione precisa di essere sospeso su un vuoto, un attimo prima che le luci si accendessero.

Ho pensato a lungo che quella sensazione fosse un difetto della nostra povertà: se avessimo avuto un teatro vero, un cachet, un pubblico garantito, il vuoto sarebbe sparito. Mi sbagliavo. Il vuoto non è il segno che manca qualcosa. È il mestiere stesso.

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Il bizzarro mondo di Giuseppe Vitale

C’è un tipo che da tanto tempo a questa parte dice di essere me. Si spaccia proprio al mio posto e usa il mio nome e cognome: Giuseppe Vitale. Io a malapena lo conosco. Quel che so è che in realtà qui dentro siamo tanti, mica uno solo. Nella ma mente, nel mio cuore, nella mia anima ci sono tanti demoni. Questo so per certo.

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Luna, donne e portafoglio

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Ma se gonfi un chewing gum come un pallone poi ti trascina in cielo? Se riesci a metterci tutta l’aria che puoi, diventa grande? Se ti spolmoni e lo riempi, fin dove arriva?

Son domande che da ragazzino mi son fatto tante volte quando facevo i miei esperimenti con le Big Babol. Volevo creare una mini-mongolfiera che mi portasse su in cielo. Ma i risultati arrivavano fino a qualche centimetro e poi c’era l’inevitabile botto. Io intanto ci riprovavo di nuovo.

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