Rubini e l’arte di rifarsi da dentro

Ristrutturare non è una faccenda di muri. È quello che un attore-autore fa con se stesso ogni volta che ricomincia dalle stesse fondamenta.

Sergio Rubini e i Musica da Ripostiglio in scena con lo spettacolo Ristrutturazione

C’è un momento, in ogni ristrutturazione, in cui la casa è più brutta di quando hai cominciato. I muri scrostati, la polvere ovunque, i mobili accatastati sotto teli di plastica, un cavo che pende dal soffitto come una domanda senza risposta. Chi ci abita, in quei giorni, cammina in tondo tra le stanze semivuote e si chiede se ne è valsa la pena. È lì, non nel prima lucido né nel dopo perfetto ma in quel guado di calcinacci, che capisci cosa significa davvero ristrutturare.

Ho pensato a lungo a questa parola. La usiamo per le case, ma la teniamo a distanza quando riguarda noi. Diciamo “mi rimetto in gioco”, “cambio vita”, “riparto”: formule pulite, da brochure. Ristrutturare è più onesto, perché contiene la polvere. Dice che per rifare bisogna prima disfare, che c’è una fase di macerie che non puoi saltare, e che la casa nuova nascerà proprio da dove stava la vecchia: stesse fondamenta, stesso indirizzo, altra vita.

L’attore che rifà la casa

Mi torna in mente per via di uno spettacolo. Una sera d’estate, a Francavilla Fontana, a due passi da Oria, ho visto Sergio Rubini portare in scena Ristrutturazione: il racconto delle sue disavventure casalinghe, con i Musica da Ripostiglio che gli suonavano accanto dal vivo. In platea si rideva, eppure sotto la risata si muoveva qualcosa di più serio, e quel qualcosa mi è rimasto addosso per anni. Perché Rubini, pugliese come me, è uno dei pochi che ha fatto dell’attore e dell’autore la stessa persona: non uno che recita le case degli altri, ma uno che se le costruisce. Appartiene a quella specie rara di artisti che non aspettano il ruolo: se lo scrivono, se lo dirigono, se lo abitano. È la differenza tra l’inquilino e il muratore. L’inquilino subisce le stanze che trova; il muratore le tira su.

Ecco il punto che mi interessa, e che vale per chiunque faccia un mestiere creativo: attore, scrittore, insegnante, chiunque tenga in mano un taccuino. Puoi passare la vita ad abitare copioni scritti da altri, aspettando che qualcuno ti chiami. Oppure puoi ristrutturare: prendere la casa che ti è toccata, il tuo talento, la tua storia, perfino i tuoi limiti, e rifarla da dentro, muro per muro, finché non diventa tua davvero. È lento, è sporco, e per un lungo tratto sembra peggiorare le cose. Poi un giorno accendi la luce e la stanza è un’altra.

Le passeggiate in casa

C’è stato un tempo in cui abbiamo imparato, tutti, a camminare dentro casa. Chiusi tra quattro mura, abbiamo scoperto che una casa piccola può diventare enorme se cambi il modo di attraversarla: il corridoio come un viale, la finestra come un balcone sul mondo, il tavolo della cucina come un palcoscenico. Non era una condanna, era un esercizio, anche se allora non lo capivamo.

Italo Calvino, nelle Città invisibili, fa dire a Marco Polo che l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se c’è, è quello che è già qui, e che abitiamo tutti i giorni. E indica due modi per non soffrirne: accettarlo fino a non vederlo più, oppure, via più difficile e rischiosa, cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. La ristrutturazione è proprio questo secondo modo, applicato alle mura di casa e alle mura di sé: non cambiare indirizzo, ma imparare a vedere quali stanze meritano di durare e dar loro spazio, buttando giù il resto.

Le passeggiate in casa mi hanno insegnato una cosa che ho poi ritrovato ovunque: la vastità non sta nella metratura, sta nello sguardo. Un attore lo sa. Un palco di tre metri per tre può contenere un regno o restare uno sgabuzzino, e la differenza non è nel legno del palco ma in chi lo attraversa.

La via del togliere

Quando ristrutturi una casa, la parte che spaventa non è costruire: è demolire. Buttare giù il tramezzo che qualcuno aveva alzato prima di te, staccare la carta da parati di un gusto che non è il tuo, rinunciare alla stanza di troppo. Eppure è lì che si gioca tutto. Le case, come le vite, di rado soffrono per ciò che manca; soffrono per ciò che è stato accumulato e mai più tolto.

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Gli antichi lo chiamavano procedere per via di levare, come lo scultore che non aggiunge marmo ma lo toglie finché la figura, che era già dentro il blocco, non viene alla luce. È il contrario di quasi tutto ciò che ti viene chiesto oggi: aggiungi competenze, aggiungi progetti, aggiungi presenza online, aggiungi, aggiungi. Ma l’artista che si ristruttura sul serio fa il movimento opposto: decide cosa smettere di essere. Toglie i ruoli che recitava per compiacere, i “sì” detti per paura, le stanze arredate per gli ospiti e mai per sé. E scopre che sotto c’era già una casa che valeva la pena abitare.

Il cantiere non finisce mai (ed è una buona notizia)

C’è un ultimo inganno da smontare: l’idea che la ristrutturazione abbia una fine. Che un giorno la casa sarà “a posto” e potrai vivere per davvero. Non funziona così, né per le case né per le persone. Il muro che oggi hai tirato su domani chiederà una crepa da guardare, una stanza da ripensare. E va bene. Un artista finito è un artista morto; un cantiere aperto, invece, è un artista vivo: uno che ha ancora qualcosa da rifare da dentro.

È questo, in fondo, l’artista antifragile di cui scrivo spesso in questo blog: non l’uomo perfetto e concluso, ma quello che dalle macerie esce più forte di prima, che si riscrive un capitolo alla volta, tiene le fondamenta e cambia le stanze. Rubini rifà la casa perché rifà se stesso. E noi, che lo guardiamo dalla platea o dallo schermo, siamo chiamati a fare lo stesso col cantiere che ci portiamo dentro.

Allora la domanda con cui ti lascio, stamattina, è la più semplice e la più scomoda: qual è il tramezzo che continui a girarci intorno, e che sai benissimo di dover buttare giù?

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