Alzare un sipario è un salto senza rete. E la grazia non è evitare il vuoto, ma imparare ad affidarsi.

C’è stata una sera, qualche anno fa, in cui io, Paolo Carone ed Elio Angelini abbiamo montato un palco in una piazza del Sud, davanti a una fila di sedie di plastica che non sapevamo se qualcuno avrebbe occupato. Eravamo tre artisti con le tasche vuote e un progetto più grande di noi: Paolo con la sua musica, Elio con la sua comicità, io con il mestiere dell’attore. Ci siamo detti che era una follia, ci siamo abbracciati, e poi ci siamo buttati. Lo chiamavamo, ridendo per non tremare, «il triplo salto mortale». Non ricordo quasi nulla delle battute di quella sera. Ricordo bene, invece, la sensazione precisa di essere sospeso su un vuoto, un attimo prima che le luci si accendessero.
Ho pensato a lungo che quella sensazione fosse un difetto della nostra povertà: se avessimo avuto un teatro vero, un cachet, un pubblico garantito, il vuoto sarebbe sparito. Mi sbagliavo. Il vuoto non è il segno che manca qualcosa. È il mestiere stesso.
Il salto senza rete
Nietzsche, nel prologo dello Zarathustra, mette in scena un funambolo. Mentre l’uomo cammina sulla corda tesa sopra la piazza, Zarathustra pronuncia la frase che da allora non mi ha più lasciato: l’uomo è «una corda tesa fra la bestia e il superuomo, una corda sopra un abisso». Non un punto d’arrivo: un attraversamento. E l’attraversamento, per sua natura, si fa dove sotto non c’è niente.
L’artista fa questo, e lo fa in pubblico. Non attraversa l’abisso in segreto, per poi mostrare la fotografia dell’altra sponda. Lo attraversa mentre lo guardi, con la possibilità concreta di cadere davanti a te. È per questo che il palco più spoglio (una piazza, una sala parrocchiale, il pianerottolo di un vicino) è più vertiginoso di un teatro all’italiana con il velluto rosso. Meno rete c’è, più il salto è vero.
Perché lo chiamano «mortale»
La parola viene dal circo, ed è onesta. Nelle arti circensi il salto mortale è il numero in cui il corpo si stacca da ogni appoggio e, per un istante, non appartiene a nessuno: se manchi la presa cadi, e ti fai male davvero. L’improvvisazione, sul palco, è quello stesso salto senza attrezzi e senza rete. Non hai un testo, non hai una battuta pronta, non hai niente a cui aggrapparti: sali, e ti lanci sul nulla. Puoi atterrare in piedi o rovinare a terra davanti a tutti. È un salto mortale a mani nude.
Non muore il corpo, certo, ma muore qualcosa ogni volta: l’immagine che avevi di te, la sicurezza di piacere, il sospetto rassicurante di essere già arrivato. Chi fa arte in provincia, senza produzioni alle spalle, conosce bene questa piccola morte ricorrente. Metti i tuoi soldi, il tuo nome e la tua faccia su una sera in cui potrebbe non venire nessuno. È ridicolo, se lo guardi da fuori. Ed è proprio questo che ti tiene vivo.
Perché il ridicolo, qui, è il prezzo della verità. Un artista che non rischia mai di apparire ridicolo ha smesso di saltare: cammina, prudente, su una linea disegnata per terra, e chiama «carriera» il non essersi mai fatto male.
L’acqua che si spera viva
Quella sera eravamo ad Acquaviva delle Fonti, un paese che porta l’acqua nel nome. Ci ridevamo sopra: speravamo in un’acqua del miracolo, quella che disseta e che nel Vangelo «zampilla per la vita eterna». La battuta era scaramantica, ma dietro c’era una cosa seria. Il miracolo, per chi sta per saltare, non è il successo. È la risposta. È lo sguardo di uno sconosciuto in terza fila che, per un istante, smette di essere pubblico e diventa complice.
Italo Calvino, nelle Lezioni americane, racconta il salto di Guido Cavalcanti che, circondato tra le tombe, si leva con un balzo agile e leggero e scavalca gli avversari «per leggerezza». Non è fuga: è grazia. La leggerezza, dice Calvino, non è superficialità: è togliere peso, è la capacità di levarsi sopra la pesantezza del mondo senza negarla. Ecco l’acqua viva: non la potenza, ma la leggerezza. Non il muscolo che spinge il salto, ma la grazia che lo rende bello.
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La rete è dentro
Ho creduto per anni che il segreto fosse costruirsi una rete: soldi, contratti, garanzie, un pubblico fidelizzato. Sono cose buone, e chi le insegue non ha torto. Ma ho visto artisti pieni di rete diventare, da un giorno all’altro, noiosi, e artisti senza niente restare elettrici fino all’ultimo. La differenza non era la rete sotto. Era la rete dentro.
Chi salta molto impara a cadere. Impara che la caduta non è la fine del numero, ma parte del numero. Me lo ha insegnato Ian Algie, improvvisatore e clown teatrale canadese: il clown che lui propugna non teme il fiasco, ne fa il suo miglior risultato. Il momento in cui tutto crolla (la battuta che non arriva, il silenzio della sala, l’inciampo) non è l’incidente da nascondere: è l’oro. È lì, nel disastro accolto senza vergogna, che nasce la cosa più viva e più vera. L’attore che ha sbagliato una sera davanti a trenta persone e ne è uscito vivo ha guadagnato qualcosa che nessun teatro sicuro gli avrebbe dato: la prova, nel corpo, che l’abisso non lo divora. Da lì in poi salta più leggero. Perché sa.
Non conservo la locandina di quella sera. Conservo il salto. E ogni volta che sto per rifarlo (perché lo si rifà, sempre, in forme diverse) mi ripeto la stessa cosa: l’acqua viva non ti aspetta sull’altra sponda. È il salto stesso, quando lo fai per intero.
E allora la domanda che lascio a te, che magari stai rimandando il tuo di salto in nome di una rete che non arriva mai: sei sicuro che ti manchi la rete, o ti manca solo il coraggio di scoprire che sapevi già cadere?
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