Il triplo salto mortale e l’acqua del miracolo

Carone - Angelini - Vitale

C’è stata una sera, qualche anno fa, in cui io, Paolo Carone ed Elio Angelini abbiamo montato un palco in una piazza del Sud, davanti a una fila di sedie di plastica che non sapevamo se qualcuno avrebbe occupato. Eravamo tre artisti con le tasche vuote e un progetto più grande di noi: Paolo con la sua musica, Elio con la sua comicità, io con il mestiere dell’attore. Ci siamo detti che era una follia, ci siamo abbracciati, e poi ci siamo buttati. Lo chiamavamo, ridendo per non tremare, «il triplo salto mortale». Non ricordo quasi nulla delle battute di quella sera. Ricordo bene, invece, la sensazione precisa di essere sospeso su un vuoto, un attimo prima che le luci si accendessero.

Ho pensato a lungo che quella sensazione fosse un difetto della nostra povertà: se avessimo avuto un teatro vero, un cachet, un pubblico garantito, il vuoto sarebbe sparito. Mi sbagliavo. Il vuoto non è il segno che manca qualcosa. È il mestiere stesso.

Continua a leggere