Il record che nessun cronometro può misurare

Viviamo dentro un culto della velocità. Ma i record che ci cambiano la vita non li segna nessun cronometro: arrivano quando smettiamo di correre.

Un vecchio cronometro meccanico fermo, tenuto aperto nel palmo di una mano

Qual è la cosa più veloce che tu abbia mai fatto?

Tieni da parte la risposta. Alla fine ti chiedo di rifare quel conto con un’altra unità di misura, una che nessun cronometro possiede.

Su questa pagina, per anni, c’è stato un elenco di dieci primati ridicoli. Miei. Scritti di getto il giorno dopo una finale olimpica, quando tutti parlavano di centesimi. Li ho tolti, ma non li rinnego.

La velocità con cui sparivo quando mia madre impugnava la scopa. La prontezza nel raggiungere il buffet prima degli altri. La rapidità con cui incassavo un rimprovero, spesso prima ancora di averlo meritato. Erano record veri, misurati sul corpo, e non valevano niente per nessuno tranne che per me. Li ricordo con tenerezza, come si ricorda un sé più magro e più sciocco.

Poi ho guardato meglio intorno a me, e ho capito che quell’elenco privato era diventato la religione di tutti.

L’idolo della fretta

Viviamo dentro un culto della velocità. Il pensiero deve essere rapido, la risposta immediata, la carriera accelerata, persino il riposo va ottimizzato. Chi si ferma è perduto, chi rallenta è sospetto. È un’idolatria così pervasiva che non la vediamo più: la scambiamo per efficienza, per merito, perfino per talento.

Ma la velocità, presa come valore in sé, è la cosa più fragile che ci sia. Un primato esiste per essere battuto: il cronometro che oggi ti incorona domani incorona un altro. Chi costruisce la propria identità sull’essere il più rapido firma, senza saperlo, un contratto a scadenza. E le cose che deperiscono in fretta non ci rendono forti, ci rendono esposti. Lo insegna chi studia il rischio. La solidità sta altrove: in ciò che il tempo non consuma.

Festina lente

Gli antichi lo sapevano, e lo avevano cucito in due parole: festina lente, cioè affrettati con lentezza. Il motto, riferito da Svetonio nelle Vite dei Cesari, era il preferito dell’imperatore Augusto, che lo usava nella forma greca, speûde bradéos. Nulla gli pareva meno adatto a un comandante della fretta e dell’avventatezza. Secoli dopo lo prese come insegna l’editore Aldo Manuzio, e lo tradusse in un’immagine: un delfino avvolto a un’àncora, lo slancio e la zavorra nello stesso segno.

Non vai piano, non vai forte: tieni insieme le due cose, la rapidità del gesto e la lentezza del giudizio.

Ne ha scritto pagine belle Giancarlo Livraghi, in un capitolo del suo L’umanità dell’internet che sta ancora online: il festina lente come misto di urgenza e di pazienza, la sola cosa che serve per usare bene uno strumento nuovo.

E non è un paradosso decorativo, è una tecnica. Italo Calvino, nelle sue Lezioni americane, dedicò una delle conferenze proprio alla rapidità, e la difese come qualità della mente e della scrittura. Ma la sua rapidità non era la fretta: era la capacità di arrivare al punto dopo aver saputo indugiare, digredire, prendere il tempo che serve. La velocità che ammirava nasceva da una lunga lentezza. Il fulmine, non la corsa affannata.

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La lentezza come pensiero

Non sono il primo a difenderla. Franco Cassano, nel suo Il pensiero meridiano, ha messo la velocità tra gli integralismi della modernità, accanto al culto del progresso e al primato del mercato. Contro l’idea che modernizzarsi significhi solo accelerare, ha rivendicato il diritto di andare piano, di restare, di guardare il mare invece di attraversarlo di corsa. Leggerlo, per me, è stato togliermi un senso di colpa.

I record che non fanno rumore

Se guardo indietro, i momenti che mi hanno cambiato la vita non li ha cronometrati nessuno. C’è stata la sera in cui ho deciso di tornare a Roma per giocarmi sul serio la carriera, invece di rimandare ancora un desiderio che avevo da una vita. E c’è un ricordo più antico: mio padre che, tornato dal lavoro, tirava fuori dalla macchina una lavagnetta e mi insegnava a leggere e a scrivere. Nessuna di queste cose è successa in fretta. Sono maturate nel tempo, come matura tutto ciò che conta.

C’è poi la pagina scritta a mano, quello che chiamo un umanoscritto: il posto dove, senza fretta, capisco cosa sto pensando davvero.

Nessuno di questi record lo misura un cronometro. Quasi tutti hanno preteso il contrario della fretta: attesa, ripensamento, silenzio. Sono arrivati quando ho smesso di correre. Non è questione di fare di più e più in fretta, ma di fare la cosa giusta al ritmo giusto, e di darle il tempo di attecchire.

La velocità, allora, non è il nemico. Il nemico è crederla il fine. La rapidità vale quando serve a qualcosa che matura piano: una decisione presa in un lampo, ma dopo mesi in cui l’hai lasciata riposare. Un gesto fulmineo poggiato su una lunga pazienza. Delfino e àncora.

La domanda

Così ho smesso di collezionare primati e ho cominciato a coltivare la sola velocità che conti: quella di riconoscere, quando arriva, la cosa che vale, e di non lasciarla passare.

E adesso torna alla risposta che avevi messo da parte. La cosa più veloce che tu abbia mai fatto: l’ha segnata un cronometro, o l’hai misurata solo tu, in un momento in cui, per una volta, avevi rallentato?

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