Hai mai dato a qualcuno un tuo vecchio oggetto, all’improvviso diventato importante? Io l’ho sognato. Avevo una macchina da scrivere Brother, una di quelle elettroniche che si usavano negli anni ’90. Mio padre me l’ha chiesta. L’ho presa dal mobile in cui l’avevo lasciata, l’ho messa a posto un pochino perché era semi-rotta e abbandonata, l’ho accesa e mio padre era pronto sul tavolo a usarla. Quel che voleva scrivere non so, perché a quel punto mi sono svegliato. Nella realtà, quando era vivo, non mi ha mai chiesto una cosa del genere e mi chiedo, ora, perché mai io abbia fatto questo sogno.
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Hai un desiderio? Perché uno solo? Ne hai più di uno? Perché accontentarsi? E se ti dicessi che ne puoi avere più di 100 e realizzarli tutti o quasi? Nel 2022 avevo già scritto la mia lista dei 101 desideri, ma la vita è in continua evoluzione, e così anche i sogni. Ora è il momento di aggiornarla, di puntare ancora più in alto e di andare oltre i limiti. Ti invito a leggere ogni singolo desiderio, dal primo all’ultimo. Si tratta di qualcosa che molto di più che sogni personali. Questo è un percorso che potrebbe ispirarti a creare il tuo. Perché avere 101 desideri? Perché è meglio sognare in grande, lasciando spazio all’imprevisto, all’inaspettato e a ogni opportunità che il mondo può offrirti.
Come fai a non perderti tra le luci della ribalta e i momenti tranquilli a casa? Questa è la domanda che apre il sipario sul nostro tema: trovare un equilibrio tra vita personale e carriera nell’affascinante mondo della recitazione. Questo articolo è il nuovo atto della serie “I 40 Problemi dell’Attore Principiante” sul mio blog, dove affrontiamo le sfide comuni e offriamo soluzioni pratiche. Oggi, esploriamo come un attore alle prime armi può bilanciare la passione per la scena con la vita fuori dal set.
Perché la vita di un attore all’inizio della sua carriera, a volte, è un campo minato di stress e ansia? Nel nostro viaggio tra i quaranta problemi che ogni attore principiante deve affrontare ora ci addentriamo nel cuore dell’incertezza. In queste righe, sveliamo come questo invisibile antagonista influenzi l’arte della recitazione.
La pietra d’inciampo che ricorda Leonardo Vitale a Lecce, nei pressi della stazione ferroviaria.
Che cosa resta di Leonardo Vitale e della sua arte popolare? Chi era e perché ricordare la sua eredità artistica? Sono domande che da due anni a questa parte mi pongo su mio padre. Da ieri, 15 novembre 2023, esse non sono solo mie perché ci sono due nuovi elementi che rendono ancora più di dominio pubblico la sua dipartita. A Lecce infatti è stata inaugurata la pietra d’inciampo a lui dedicata ed è stato presentato un libro che ripercorre la sua biografia e l’arte madonnara. E in questo articolo voglio un po’ raccontare che cosa di bello è accaduto e perché ciò ci riguarda un po’ tutti.
Lavorare ogni giorno della propria vita, o quasi. Questo fa dell’artista una persona in sintonia con la propria missione, indipendentemente da quanto successo si ha. C’è una pratica quotidiana da osservare che non riguarda solo la preparazione per uno spettacolo o per un film. Dietro i riflettori sfavillanti e oltre le luci del palcoscenico, c’è un mondo segreto che si snoda nell’ombra, un’arte intessuta in ogni azione della quotidianità. C’è molto da fare. L’attore, in sostanza, è l’ìmpresario di se stesso e deve occuparsi di tante faccende di continuo, anche se ha già un’agenzia. Ecco perché voglio qui elencare tutti gli aspetti che riguardano il lavoro quotidiano dell’attore. C’è un’agenda abbastanza esaustiva che fa sì che ogni risvolto abbia la giusta attenzione e cura, un po’ come fa un giardiniere con il suo orto.
An oil painting of a dancing shaman in the style of Picasso, DALL-E 2.
Abbiamo paura che accada qualcosa a noi e a chi ci vuole bene, a volte. Affrontiamo la vita e cerchiamo di scongiurare ogni brutto evento. Ma c’è una paura che non sai come affrontare. Che piglia un po’ tutti. E di fronte alla quale la maggior parte si droga come può: con stupefacenti, alcool, sesso, dipendenze da lavoro, tv, porno, smartphone ecc. Sto parlando di quel senso di vuoto che ti fa dire: «Ma io per chi, o per cosa, sto facendo tutto questo? Che cavolo di senso ha la mia vita? Perché faccio i sacrifici che faccio?».
Dove nasce un’ispirazione artistica e come si nutre? Qual è la sorgente che la tiene viva e che permette di costruirci qualcosa su? Come renderla duratura? Proviamo a parlarne un po’.
Primo tema alle scuole elementari: che cosa vuoi fare da grande? Sarà capitato anche a te di affrontare questa domanda nella tua infanzia. E di solito ci siamo lanciati nel parlare del sogno di quel momento. Chi risponde la parrucchiera, chi il pompiere, chi “il posto fisso” come accade in una scena in un film di Checco Zalone 😀
Ti è mai rimasto addosso un film per giorni, senza che tu sapessi dire di chi era il merito?
La persona che cerchi non l’hai mai vista in faccia. Alla fine di queste righe saprai il suo nome, o meglio, capirai perché non lo ricordi. Ci arrivo. Ma prima devo toglierti dalla testa due sospettati sbagliati.
Quando esci dal cinema e dici «che film», stai ringraziando qualcuno che non hai visto e di cui non ricorderai il nome. Non l’attore: quello lo hai visto fin troppo. Non il regista, che ormai firma i film come uno chef firma i piatti. Parlo di chi, mesi prima che la prima luce si accendesse sul set, sedeva a un tavolo con un foglio bianco e decideva che a un certo punto quel personaggio avrebbe taciuto invece di rispondere. Lo sceneggiatore.
Per anni ho creduto anch’io alla favola dell’attore che «dà vita» al personaggio. Poi ho iniziato a prendere appunti sul serio, la mia ossessione, e a smontare le scene che mi restavano addosso per capire dove mi avevano preso. Quasi sempre finivo lì: in una battuta scritta, in un silenzio piazzato al millimetro, in una virgola che qualcuno aveva deciso a freddo, con la pazienza di un artigiano e la freddezza di un chirurgo. Il momento in cui piangi non è dove l’attore recita meglio. È dove lo sceneggiatore ha smesso di scrivere.
Ecco perché una «classifica dei migliori di sempre», che è, lo confesso, ciò che questo articolo era quando l’ho scritto anni fa, mi è venuta a noia. Mettere in fila una manciata di nomi e fingere di sapere chi vince è un gioco da rivista d’aeroporto. Il tempo demolisce le classifiche. Non demolisce la domanda: cosa fa davvero chi scrive un film? Restiamo su quella. E lascia che i nomi che seguono ti facciano da lanterna, non da podio.
C’è chi sparisce dentro il personaggio
Woody Allen si è cucito addosso una maschera così precisa, il nevrotico che pensa troppo, che per decenni non abbiamo distinto l’uomo dalla pagina. Quentin Tarantino fa l’opposto e ottiene lo stesso effetto: scrive dialoghi in cui due persone parlano per dieci minuti di hamburger, e tu non respiri, perché sotto le parole c’è sempre una pistola che nessuno nomina. Neil Simon, sull’altra sponda, prendeva il dolore di una famiglia e lo faceva ridere senza mai tradirlo. Tre modi diversi di fare la stessa magia: mettere una persona vera dentro una macchina finta, e non farci sentire l’ingranaggio.
C’è chi scrive la mano di un altro
Francis Ford Coppola, prima di essere il regista che sappiamo, sistemava le sceneggiature altrui, e vinse un premio scrivendo la vita di un generale che non era lui. Oliver Stone e David Mamet hanno affilato la lingua americana fino a farla tagliare: in Mamet un personaggio non dice mai quello che pensa, e proprio per questo lo capisci meglio di quanto lui capisca sé stesso. Steven Spielberg ha imparato presto una cosa che i grandi sanno e i furbi ignorano: la meraviglia si scrive prima di girarla. Non sta nell’effetto speciale. Sta nella pagina in cui decidi quando mostrarla.
La stanza segreta: gli italiani che hanno scritto il Novecento
Qui mi fermo e abbasso la voce, perché è la parte che mi commuove. Cesare Zavattini ha convinto un intero Paese, uscito a pezzi dalla guerra, che la storia più importante da raccontare era quella di un uomo che cercava una bicicletta. Ennio Flaiano ha messo nella bocca dei personaggi di Fellini le battute che poi abbiamo scambiato per saggezza popolare. Suso Cecchi D’Amico, unica donna di questo racconto e non per gentile concessione, ha scritto per Visconti le architetture invisibili dei suoi affreschi, tenendo in piedi film enormi con la precisione di chi cuce. E Vincenzo Cerami ha fatto la cosa più difficile che conosca: ha scritto una favola dentro l’orrore, e ci ha insegnato che si può ridere per non morire.
L’artista sottrae, la macchina aggiunge
Perché insisto tanto su questa gente invisibile? Perché è il cuore di quello che chiamo l’umanoscritto. In un tempo che si è innamorato della scrittura automatica, che chiede alla macchina di generare storie a comando, questi artigiani ci ricordano da dove viene una scena che ti resta: da una persona che ha vissuto qualcosa, l’ha annotato, l’ha lasciato decantare e poi ha avuto il coraggio di toglierne nove decimi. Non c’è algoritmo che tolga. La macchina aggiunge. L’artista sottrae. È questa la firma del Nuovo Rinascimento che mi ostino a inseguire: non chi produce di più, ma chi ha imparato a scomparire con eleganza dietro ciò che ha fatto.
Calvino, nelle sue lezioni, chiamava «leggerezza» proprio questo: togliere peso alla struttura senza togliere peso al senso. Lo sceneggiatore è l’operaio della leggerezza. Lima, sottrae, nasconde le impalcature. E quando ha finito, il pubblico giura che il film è nato così, da solo, come se nessuno l’avesse scritto. È la sua condanna e la sua gloria: il capolavoro riuscito cancella le tracce di chi l’ha reso possibile.
Conosci qualcuno convinto che un film lo faccia l’attore, o al massimo il regista? Giragli questo pezzo, e poi ditemi voi due chi ha ragione.
Lo sceneggiatore che non ringrazi mai
Allora eccolo il nome che ti avevo promesso all’inizio. Non è uno solo, e non lo ricordi, ed è giusto così: chi scrive bene il tuo film sparisce dentro di esso. Ti lascio con la domanda che mi porto dietro da quando ho iniziato a smontare le scene invece di limitarmi a subirle.
Nella tua vita, chi è lo sceneggiatore che non ringrazi mai? La mano che ti ha scritto il momento che credi di aver vissuto da solo.
Il Natale è un momento speciale per gli artisti, un momento in cui possono prendersi una pausa dalle loro attività quotidiane e concentrarsi sulla famiglia e sulla festa. Molti artisti sognano di trascorrere il Natale in modo tradizionale, magari seduti accanto al camino con un bicchiere di vino caldo e una tazza di cioccolata, oppure cantando le canzoni natalizie insieme ai loro cari.
Altri artisti, invece, preferiscono vivere il Natale in modo più creativo, cercando di trovare nuove idee per le loro opere d’arte o per i loro spettacoli. Per loro, il Natale è anche un momento per rinnovarsi, per trovare nuove ispirazioni e per sperimentare nuove tecniche artistiche.