
Credits: Concept iniziale di ChatGPT; evoluzione storica, pittorica e rendering finale a cura di Gemini.
Perché le cose proibite ci attraggono sempre?
Tieni in mente questa domanda. Ci torneremo alla fine. E quando lo faremo, avrai una risposta che non ti aspetti.
Per arrivarci dobbiamo cominciare dagli anni Ottanta. In quel periodo sentivo un’espressione che sembrava uscita da un libro di storia antica. Non si trovava in un documentario, ma nei telegiornali, pronunciata con la gravità di una condanna. La usava un uomo con una lunga barba bianca e l’indice alzato: l’Ayatollah Khomeini. Definiva l’America il Grande Satana. E i commentatori, per descrivere quel contrasto tra rigore teocratico e opulenza occidentale, evocavano spesso l’immagine della Nuova Babilonia.
Era un insulto. Almeno, era costruito per esserlo. Eppure io, e ogni ragazzo europeo della mia generazione, avevo nel cuore quegli americani. Pensavo alla liberazione dal nazifascismo, a Michael Jackson, a Madonna. Sognavo di scorrazzare con la macchina di Hazzard. Avevo davanti la faccia tumefatta di Rocky che urlava “Adrianaaaa”. Khomeini indicava un peccato. Noi vedevamo una promessa.
Ba-bi-lò-nia. Ho ancora quella parola nelle orecchie. Le due “b” sembrano archi, portali che si aprono uno dentro l’altro. La “l” scivola come l’acqua di un fiume tra sponde di pietra. La “nia” finale risuona come un’eco che si espande. Dentro quella parola c’era già una città. E dentro la città, una civiltà intera.
Il boomerang del desiderio
C’è qualcosa di irrisolvibile nella propaganda contro il desiderio. Quando descrivi un luogo come immorale, lo fai diventare il più desiderato dei frutti proibiti. Ogni anatema è, per chi ascolta dall’altra parte del mondo, una réclame involontaria. Khomeini descriveva un posto pieno di libertà e piaceri; non capiva che stava alimentando il sogno di milioni di persone.
Babilonia è tanto più potente come critica quanto più è potente come desiderio. Ma questa avversione risale a più di tremila anni fa.
Le tante Babilonie
Di Babilonie ce ne sono state più di una. C’è quella storica, che sorgeva in Mesopotamia sulle rive dell’Eufrate. Sotto Nabucodonosor II raggiunse la sua apoteosi: le mura doppie, la Porta di Ishtar rivestita di mattoni invetriati del blu profondo dei lapislazzuli, la ziqqurat che la tradizione identifica con la Torre di Babele. Una città che dominava con la legge e il commercio.
Ma nell’Apocalisse di Giovanni, Babilonia muta: diventa la Grande Prostituta, il lusso corruttore, l’Impero che chiede in cambio l’anima. Da quel momento il nome diventa una categoria politica. Roma imperiale fu Babilonia per i primi cristiani; Londra vittoriana lo fu per i primi socialisti.
Oggi, persino Roma — non più caput mundi politica, ma ancora specchio di una “dolce vita” che mescola sacro e profano — incarna per certe tradizioni religiose lo stesso vizio e lo stesso splendore decadente che Fellini ha saputo raccontare in modo magistrale.
La fabbrica dei sogni
La candidata più naturale al titolo di Babilonia contemporanea è però Los Angeles. Non la capitale del potere, ma quella dell’immaginario. Produce storie che il pianeta intero consuma. Un ragazzo di Nairobi conosce Spider-Man meglio del proprio presidente.
È la città dell’eccesso, come l’antica Babilonia, ma è anche la città del mito. La narrazione di Hollywood alimenta il sogno di chi vuole sentirsi parte di qualcosa di più grande. Il film Babylon di Damien Chazelle racconta bene questo vitalismo feroce e il decadimento che ne consegue.
La città che non esiste (ancora)
Eppure la Nuova Babilonia può essere altro. Negli anni ’50, l’artista olandese Constant Nieuwenhuys progettò New Babylon. Si basava su un’idea rivoluzionaria: se la tecnologia elimina il lavoro faticoso, l’uomo deve vivere in una città dedicata per intero alla libertà.
Immaginò una gigantesca megastruttura sopraelevata, fatta di piattaforme e ambienti trasformabili. Sotto, le macchine e la logistica. Sopra, la vita umana. Guardando i suoi disegni, si avverte un’eco della modernità olandese, ma dove Mondrian cercava l’ordine statico, Constant cercava il movimento. Una città mai costruita, ma forse l’unica idea di urbanistica degna del futuro.
Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.
L’animale che gioca
L’idea di Constant ha un padre nobile: Homo Ludens dello storico Johan Huizinga. La sua tesi è spiazzante: la cultura umana non nasce dal bisogno, ma dal gioco. Il gioco genera il teatro, il diritto, i rituali. L’essere umano non è solo sapiens o faber. È prima di tutto ludens: la creatura che crea mondi.
New Babylon era la città per questa creatura. Qualcosa di simile sta già accadendo oggi: tra mondi digitali e realtà aumentata, la nostra esperienza sta tornando a forme ludiche. L’homo ludens non è più un’utopia, è la nostra condizione embrionale.
Città sospese
C’è un libro scritto per abitare questo territorio: Le città invisibili di Italo Calvino. Marco Polo descrive città costruite sul desiderio e sulla memoria. Ottavia, la città-ragnatela sospesa sull’abisso, ricorda la fragilità di New Babylon. I suoi abitanti sanno che la rete non reggerà per sempre, e proprio per questo vivono con una cura reciproca che le città “solide” hanno dimenticato.
Forse è questo il destino di tutte le Babilonie: dissolversi nel mito nel momento in cui raggiungono la massima potenza. Roma resta come fantasma, Los Angeles splende su una faglia sismica. La domanda resta sospesa.
Il prezzo dell’impero
Il dominio sulle città è, nel Vangelo, una delle tentazioni rifiutate da Gesù. Le civiltà umane, invece, di rado rifiutano. L’imperialismo è il lato oscuro di ogni Babilonia: il meccanismo con cui una civiltà costruita sull’eccesso difende quell’eccesso con la forza. Le mura di lapislazzuli o i droni tecnologici hanno un costo, e spesso lo pagano altri.
Resta un problema: può una civiltà produrre bellezza e libertà senza doverle proteggere con la spada? Non abbiamo ancora la risposta.
L’attesa
Ricordi la domanda iniziale? Perché le cose proibite ci attraggono sempre? Eccola, la risposta: non ci attraggono nonostante siano proibite. Ci attraggono perché lo sono. Il divieto non protegge dal desiderio: lo inventa. Lo rende eterno. È per questo che Babilonia non muore mai.
Non è una città geografica. È il nome che l’umanità dà a se stessa quando raggiunge una complessità che le sfugge di mano. Una vertigine tra la nostra capacità di costruire e la fragilità di ciò che abbiamo creato.
Ba-bi-lò-nia. Una minaccia o una promessa? È sempre stata entrambe le cose. Ed è per questo che continua a tornare.
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