Quindici minuti non sono teatro accorciato: sono teatro a cui hanno tolto tutto quello che si poteva togliere.

Di uno spettacolo di due ore, quanto ti resta addosso il giorno dopo?
Cinque minuti, se va bene. E c’è una forma di teatro che dura quanto quel resto: i corti teatrali. Sul programma di un festival, di un corto la prima cosa che si legge è la durata: è il dato sbagliato, e alla fine di questo articolo ti dico qual è quello giusto.
A luglio, sotto l’Etna, a Zafferana Etnea, si è chiusa l’undicesima edizione di Teatri Riflessi: un concorso internazionale in cui ogni compagnia ha quindici minuti e non uno di più. Sono arrivate oltre cinquecento candidature da sessanta paesi. Cinquecento gruppi che si giocano tutto in un quarto d’ora: vale la pena capire cosa ci vedono.
Che cos’è un corto teatrale
Un corto teatrale è una pièce che dura poco: dieci, quindici, al massimo venti minuti. Somiglia al cortometraggio del cinema, e come lui vive di festival e di rassegne. Fin qui l’etichetta. Quello che conta non è la durata, ma cosa ci entra dentro.
Non è un atto unico e non è un monologo
Conviene togliere di mezzo un equivoco. L’atto unico dice quanti atti ha un’opera, non quanto dura: Finale di partita di Beckett, del 1957, sta tutto in un atto solo e va avanti per più di un’ora. Il corto invece lo definisce la brevità, non la struttura. E il monologo, la scena in cui un attore parla come se pensasse ad alta voce, un corto preferisce evitarlo: dieci minuti non bastano a reggere una voce sola.
Chi ha meno tempo lavora di più
C’è una frase che ribalta il pregiudizio del breve uguale facile. La firma Blaise Pascal, che chiude la sedicesima delle sue Lettere provinciali, nel 1657, con una specie di confessione: “Ho fatto questa lettera più lunga solo perché non ho avuto il tempo di farla più corta”.
Scrivere corto costa più fatica che scrivere lungo, non meno. In quindici minuti devi presentare i personaggi, aprire una storia e chiuderla, senza una battuta di appoggio. La lunghezza invece perdona: se una scena non tiene, ne arriva un’altra.
L’acquerello e il quadro a olio
È la differenza tra un acquerello e un quadro a olio. Nell’olio l’errore lo copri con un’altra passata, e nessuno saprà mai che c’era. Nell’acquerello il tratto o è giusto subito o non lo è più. Un corto sta da quella parte: non c’è un secondo atto in cui rimediare.
I corti teatrali sono l’arte di togliere
Jerzy Grotowski, in Towards a Poor Theatre del 1968, definì il mestiere dell’attore come una via negativa: non un insieme di tecniche, ma un’eliminazione di blocchi. Non aggiungere, sottrarre. È la direzione in cui va anche Nassim Taleb, quando sostiene che si migliora prima togliendo che aggiungendo.
Togli il secondo atto, il cambio di scena, la sottotrama, la battuta che serve solo a far respirare. Quello che resta non è teatro con meno cose dentro. È teatro a cui non resta niente da eliminare.
I maestri hanno firmato il breve
Se fosse una forma minore, i grandi l’avrebbero lasciata ai principianti. Hanno fatto il contrario. Cechov, prima dei drammi lunghi, scrisse L’orso, del 1888, dove un creditore e una vedova passano dall’insulto alla proposta di nozze nel tempo di una lite, e Una domanda di matrimonio, dove due promessi sposi litigano su un pezzo di terra invece di dirsi sì. Pirandello mise L’uomo dal fiore in bocca, atto unico del 1922, in una mezz’ora dove un uomo seduto al tavolino di un caffè dice, senza dirlo, che sta per morire.
Beckett e i trentacinque secondi
L’estremo lo firmò Beckett. Respiro, del 1969, dura circa trentacinque secondi: nessun attore in scena, un vagito registrato, un respiro che sale e scende insieme alla luce, il palco coperto di rifiuti. Nessuno di loro scelse il breve perché il pubblico avesse fretta. Lo scelse perché in uno spazio stretto entra una cosa sola, e allora quella cosa deve essere giusta.
Un frammento, non la saga
Un corto non racconta il Mahābhārata, che di scena ne chiede giornate. Racconta un pezzo che contiene il tutto. Uno spettacolo lungo può mettere in scena l’intera vita di Francesco d’Assisi; un corto si ferma su una sola leggenda, come il suo incontro con Federico II, su cui ho lavorato in un mio testo. Il frammento giusto non è un pezzo di storia: è la storia intera vista da uno spiraglio.
Torniamo a quei cinque minuti che ti restano addosso il giorno dopo. Il corto teatrale prova a tenere solo quelli, e a buttare il resto prima ancora di scriverlo. Non è teatro in miniatura e non è teatro veloce.
Il dato giusto, quello che ti avevo promesso, non è quanto dura. È quanto gli è stato tolto.
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