Nel 1221 l’imperatore mise fuorilegge un mestiere. Francesco ne prese il nome per sé, e ottocento anni di ritratti gentili glielo hanno cancellato.

Quante volte ti hanno raccontato una persona in un modo, e poi hai scoperto che era il contrario esatto?
C’è un uomo che quasi tutti credono di conoscere. Dolce, mite, quello che parla agli uccelli e ammansisce i lupi. Peccato che di sé, da vivo, usasse una parola che oggi ci farebbe sobbalzare. E la usava mentre un imperatore, per quella stessa parola, toglieva a chi se la portava addosso la protezione del re. Quella tra Francesco d’Assisi e Federico II è una sfida combattuta su un nome solo: la parola non te la dico adesso, te la dico a metà strada, quando avrai visto cosa costava pronunciarla.
L’occasione dura un anno intero. Francesco muore la sera del 3 ottobre 1226, e il 2026 è l’ottavo centenario del transito: la Penitenzieria apostolica ha aperto un anno giubilare che corre dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, e ad Assisi le celebrazioni si sono concentrate ad agosto. Otto secoli tondi. Su questo personaggio torno spesso, per un corto teatrale a cui tengo e per certe ricerche legate alla Puglia, la terra in cui ho vissuto, e il centenario è il momento buono per chiedersi di chi stiamo parlando.
Un editto contro chi faceva ridere
Messina, settembre 1221. Federico II fa promulgare un gruppo di leggi regie passate alla storia come le Assise di Messina. L’editto che ci riguarda colpisce i ioculatores obloquentes, e sulla prima di quelle due parole ti chiedo ancora un po’ di pazienza: la seconda vuol dire maldicenti, quelli che parlano contro. Il divieto è di fare contumeliosas seu ignominiosas cantilenas, canzoni offensive o infamanti. La pena non è il carcere, è peggio del carcere. Perdono la protezione del re, e da quel momento chiunque si senta punto può offenderli nel corpo e nei beni senza pagare pena. Un uomo messo fuori dalla legge non perché ha rubato, ma perché ha cantato la cosa sbagliata.
Ed è qui il ribaltamento che fa pensare. Federico II lo osanniamo come sovrano illuminato, lo stupor mundi, lo stupore del mondo, il padre della scuola poetica siciliana. La storia lo ha promosso a promotore di ciò che volle mettere a tacere. Chi cantava alla sua corte era protetto. Chi cantava in piazza contro di lui poteva essere bastonato dal primo che passava.
Fuorilegge di mestiere
Quelli colpiti erano gli histriones, gli istrioni: uomini di spettacolo di mestiere. Da secoli la Chiesa li teneva a distanza, con l’infamia, l’esclusione dai sacramenti, il nome accostato nei testi a ladri e prostitute.
Attento però a un equivoco che gira spesso: non era il teatro a essere bandito. La Chiesa il teatro se lo fabbricava in casa, con il dramma liturgico che nasce nel decimo secolo dal Quem quaeritis, il “chi cercate?” cantato davanti al sepolcro vuoto la mattina di Pasqua. Fuori stavano i professionisti, quelli che campavano di scena e di elemosina, e quell’ostilità arriva intatta fino alle pastorali antispettacolo di Carlo Borromeo, nel Cinquecento.
Il predicatore che sapeva recitare
Che Francesco fosse un uomo di scena non è una suggestione moderna. Claudio Vicentini, nella sua Storia della recitazione teatrale (Marsilio, 2023), lo colloca dentro la storia del mestiere. E le fonti francescane, se le leggi senza filtro, descrivono azioni sceniche vere e proprie.
La corda al collo
Lo Speculum perfectionis, al capitolo 61, porta un titolo che non lascia scampo: come si fece trascinare nudo, con la corda al collo, davanti al popolo. Francesco ordina a frate Pietro di trascinarlo così fino al luogo della predica, e lì confessa davanti a tutti di aver mangiato carne e brodo di carne durante la malattia. Non è umiltà generica, è la confessione pubblica di una colpa precisa, messa in scena con un corpo nudo e una corda.
Al capitolo 4 c’è la cenere sul capo, ma il movente è un altro rispetto a come lo si racconta di solito: Francesco se la getta addosso mentre rifiuta di possedere un breviario, e grida “Io il breviario!”. Non stupisce che Dario Fo, ricostruendo quelle prediche, ci abbia riconosciuto tecnica, trucchi e mestiere degli attori medievali.
La parola
Eccola. Ioculatores vuol dire giullari. La parola è giullare.
Non gliel’ha appiccicata un critico del Novecento: se l’è data lui. Lo Speculum perfectionis, al capitolo 100, racconta che dopo aver composto il Cantico Francesco voleva che i frati predicassero e poi cantassero le lodi del Signore come giullari di Dio, ioculatores Domini, giullari del Signore. E la frase che segue è una definizione di mestiere: che cosa sono i servi di Dio, se non i suoi giullari, che devono sollevare il cuore degli uomini e condurlo alla gioia spirituale? San Francesco giullare non è una lettura moderna, è il nome che si è scelto lui, negli stessi anni in cui portarlo addosso poteva costarti le ossa.
Adesso rileggi l’assise di Messina, e leggila per intero: giullari maldicenti. Un uomo che si definisce con la parola che l’imperatore ha appena messo fuorilegge non sta cercando una metafora poetica. Sta facendo un gesto politico.
Buffone o giullare
Qui la distinzione conta più di ogni aneddoto. Il buffone stava dentro la corte, al seguito del re, e faceva ridere il re. Il giullare stava fuori, si rivolgeva al popolo, e faceva ridere del re. Uno è vincolato e protetto, l’altro è libero e bandito, con la vita appesa a come finisce la serata.
Qualcuno obietta che anche il buffone contava, e tira fuori Triboulet. Vale la pena guardarci dentro, perché Triboulet non è una persona. È un soprannome che passa di buffone in buffone: uno al servizio di Renato d’Angiò, ricordato da una medaglia del 1461, uno di Luigi XII morto prima del 1515, uno alla corte di Francesco I attestato dal 1520. Il Triboulet che conosciamo tutti se lo inventa Victor Hugo in Le roi s’amuse, il re si diverte, nel 1832, e da lì arriva al Rigoletto di Verdi. Il buffone celebre è un personaggio di teatro. Il giullare era gente in carne e ossa, con la schiena a rischio.
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Quando il papa lo mandò dai porci
Francesco stava dalla seconda parte, e c’è un episodio che lo dice meglio di ogni definizione. Il papa, infastidito dalla sua regola, gli disse che certe cose andava a raccontarle ai porci, a cui somigliava più che agli uomini, e che con i porci andasse a rotolarsi nel fango. Francesco eseguì alla lettera e tornò da lui coperto di fango.
Una precisazione la devo, perché questo racconto non viene dalle fonti francescane. Lo scrive Roger di Wendover, monaco benedettino inglese di Saint Albans, e lo riprende Matteo Paris; in Celano, nella Leggenda dei tre compagni e in Bonaventura non c’è. Dario Fo lo porta in scena in Lu Santo Jullàre Françesco, non lo inventa.
Chi ha ripulito il ritratto
Del materiale originario ci resta poco, perché su questa figura è calata una potatura lunga secoli. E la versione buona, mite, compassata nasce anche dalle immagini.
Chiara Frugoni, che a Francesco ha dedicato una vita di studi, in Quale Francesco? (Einaudi, 2015) mostra come la Chiesa abbia orientato l’iconografia del ciclo assisiate sulla biografia scritta da Bonaventura, addolcendo la lezione del fondatore. Gli affreschi delle Storie di san Francesco nella Basilica superiore non sono un documento: sono una versione, e una versione decisa da qualcuno. Un uomo scomodo per il suo tempo, uno che se la prese con i potenti, ridipinto come santino da comodino. È lo stesso passaggio da carne a icona di cui ho scritto altrove, quando Francesco torna a essere da santo a uomo.
Quello che lega Francesco d’Assisi e Federico II
E Federico II? Un punto di contatto vero c’è, ed è più antico di qualunque leggenda. Federico nasce a Jesi nel dicembre 1194, e nella primavera del 1195 sua madre Costanza parte per il Regno e lo affida alla duchessa di Spoleto, che risiede a Foligno. Il bambino resta lì quasi tre anni, e nel 1196 la duchessa lo porta a battezzare ad Assisi. In quell’anno Francesco è un ragazzo di nemmeno quindici anni che gira per quella città. Il futuro imperatore riceve il battesimo nel paese del futuro giullare, e nessuno dei due può saperlo.
Da adulti, invece, si sono incontrati? La tradizione locale racconta una prova nel castello di Bari: banchetto, letto sontuoso, una giovane donna mandata nella stanza del santo, e Francesco che stende carboni ardenti sul pavimento e la invita a coricarsi lì con lui. Bella scena, ma nessuna fonte francescana antica la riporta: la veicola nel Novecento la cronologia francescana di Arduino Terzi, e il motivo dei carboni sta già in Bonaventura, senza Bari e senza imperatore.
Il nome è arrivato fino a noi
Un filo vero però c’è, ed è più amaro della leggenda. Elia da Cortona, tra i primissimi compagni, quello che nel 1226 annunciò le stimmate, ministro generale dell’Ordine dal 1232, dopo la deposizione del 1239 lasciò i frati e riparò presso Federico II scomunicato, che nel 1243 lo mandò ambasciatore in Oriente. Il compagno del giullare di Dio finì consigliere dell’imperatore che i giullari li aveva messi fuorilegge. Francesco era morto da tredici anni e non ha visto niente di tutto questo.
Il nome invece ha tenuto. Nel 1950 Roberto Rossellini gira un film e lo intitola senza giri di parole Francesco, giullare di Dio. Nel 1997 l’Accademia di Svezia dà il Nobel a Dario Fo con una motivazione che pare cucita apposta: emula i giullari del Medioevo nel fustigare il potere e restituire dignità agli oppressi. Il giullare non era morto, aveva solo cambiato secolo.
Il ragno di Brindisi
Di recente Francesco è rispuntato nelle mie ricerche su Santa Maria del Casale a Brindisi. Aveva incontrato il sultano al-Malik al-Kamil a Damietta nell’autunno del 1219, in piena crociata, ed era rientrato in Italia nella primavera del 1220. Una tradizione lo fa fermare al Casale, alle porte di Brindisi: in una cappella un ragno ha tessuto la tela sul volto della Madonna, Francesco predica al ragno, il ragno disfa la tela e restituisce alla Madre di Dio il suo splendore.
Onestà sulla fonte: non è un documento medievale. La racconta una cronaca settecentesca di frate Bonaventura da Lama, e del passaggio di Francesco a Brindisi non resta traccia nei documenti. Resta però che chi inventò quella storia sentì il bisogno di farlo dialogare con una bestia davanti a un pubblico: anche la leggenda, per funzionare, aveva bisogno di un attore.
Torna a quel santino
Adesso la parola la puoi dire ad alta voce. Giullare. È quella che Francesco scelse per sé mentre un editto la rendeva pericolosa, ed è quella che secoli di ritratti gentili gli hanno tolto di bocca. Chi lo ha ripulito aveva le sue ragioni, e nell’anno del centenario le vedrai lavorare a pieno regime. Quella persona dolce e mite che ti hanno raccontato non è mai esistita. Se ti interessa chi era davvero, fidati meno del santino e più di come si firmava.
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Giuseppe tu….valiiii… Credici
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