Brindisi, Boccaccio e la Sindone

Dietro «Boccaccio e la Sindone» ci sono un cavaliere vero, una reliquia contesa e una novella segreta che non è mai esistita.

Codice greco miniato aperto sul principio del Vangelo di Giovanni, copertina di Brindisi, Boccaccio e la Sindone
Codice greco miniato aperto sul principio del Vangelo di Giovanni, con la miniatura dell’evangelista che scrive. Foto di Aleksandra Sapozhnikova su Unsplash

Ti è mai capitato di raccontare a cena una storia bellissima, sicuro che fosse vera, e di scoprire solo dopo che qualcuno se l’era inventata di sana pianta?

A me è successo con Boccaccio e la Sindone. Per anni ho ripetuto quella storia senza controllare niente: una novella segreta, un cavaliere, un lenzuolo sacro. Chi l’avesse inventata, e perché in un pomeriggio di fine estate, l’ho capito tardi. Ci arrivo, promesso. Ma prima devo portarti a Brindisi, davanti a una chiesa che è un museo di armi.

Il pezzo si intitolava già così, Brindisi, Boccaccio e la Sindone, e l’ho pubblicato il 14 agosto del 2021: l’ho lasciato online quasi cinque anni con dentro una cosa falsa. Oggi lo riscrivo da capo. La parte falsa però resta in bella vista, perché è il pezzo più utile di tutta la faccenda.

La chiesa che è un museo di armi

Sulla strada per l’aeroporto di Brindisi, due chilometri a nord della città, c’è Santa Maria del Casale, una chiesa di fine Duecento. La tradizione vuole che sorga dove pregò Francesco d’Assisi di ritorno dalla Terra Santa. Gli angioini di Taranto ci misero mano: nel 1322 Filippo d’Angiò e la moglie Caterina vi eressero una cappella. Dentro, oltre agli affreschi per i fedeli, c’è dell’altro: una parata di stemmi cavallereschi dipinta sul muro. Elmi sormontati da corna, blasoni, insegne.

Quegli stemmi sono rimasti anonimi per secoli. Marcello Semeraro, studioso di araldica e sigillografia, oritano come me, li ha guardati con l’occhio giusto e ha avanzato un’ipotesi: sarebbero un affresco votivo, commissionato da Goffredo I di Charny e dai suoi compagni d’armi durante la tappa brindisina del viaggio per la crociata di Smirne, tra il 1344 e il 1346. È una lettura di ricerca, non un fatto inciso nella pietra. Ma basta a far entrare in scena un nome che vale il viaggio.

Il cavaliere della Sindone

Goffredo, o Geoffroi, di Charny non è un personaggio da romanzo. È un cavaliere di carne e ossa, nato attorno al 1305. Porta l’orifiamma, lo stendardo del re di Francia, il che vuol dire che gli affidano il simbolo per cui si muore. E muore così, il 19 settembre 1356, nella battaglia di Poitiers, facendo scudo al suo re con il proprio corpo.

C’è dell’altro. Charny è il primo possessore di cui abbiamo notizia certa della Sindone. Nel 1353 fonda una chiesa a Lirey e ai canonici di quella chiesa dona il telo; le ostensioni documentate arrivano più tardi, forse per iniziativa della moglie Jeanne de Vergy, dopo la sua morte. Come sia entrato in possesso del lenzuolo non si sa: le fonti tacciono e le ipotesi abbondano. Questo buco va detto, non riempito. È qui che finisce il vero e comincia il gioco.

La Griselda che conosciamo

Torniamo a Boccaccio. La novella di Griselda chiude il Decameron: è l’ultima della decima giornata, la numero dieci. La storia è nota, e feroce nella sua mitezza.

Gualtieri, marchese di Saluzzo, sposa la contadina Griselda e la sottopone a una prova di pazienza che oggi chiameremmo crudeltà: le fa credere di avere ucciso i loro figli, la ripudia, la costringe a servire la donna che dovrebbe prenderne il posto. Lei incassa tutto senza un lamento, e alla fine lui, vinto da quella dedizione, le restituisce i figli nascosti e la riprende con sé. Finisce con lui, in ogni copia e in ogni edizione.

Non è rimasta chiusa lì, questa Griselda. Petrarca la riscrisse in latino e la mandò a Boccaccio; in Inghilterra, pochi anni dopo, Chaucer la mise in bocca al suo Chierico, che nei Racconti di Canterbury dice di averla sentita a Padova, dal Petrarca in persona. Sei secoli di lettori, e la trama non cambia di una virgola.

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La Griselda che non è mai esistita

E allora da dove salta fuori la novella segreta, quella in cui Charny porta via Griselda dopo una notte d’amore e Boccaccio cancella la prima versione perché sa di eresia? Salta fuori da un articolo di giornale di fine agosto del 2010.

Franco Cardini, uno dei medievisti italiani più seri, scrive su Avvenire un pezzo intitolato La mite Griselda e la Sindone. Comincia così: «Fu nella biblioteca di Chambéry, che il giovane filologo Karl Schandmauler fece la scoperta del secolo». Dentro c’è tutto: il manoscritto ritrovato, il cavaliere, il lenzuolo, i Catari, la trappola tesa alla moglie, il colpo di scena.

Sembra una scoperta. Non lo è. È il gioco che uno storico si concede quando fuori è troppo caldo per essere seri. E i segnali li lascia lui, per chi vuole vederli: il filologo si chiama Schandmauler, che in tedesco vale malalingua, e la chiusa smonta tutto quanto, «Così è, se vi pare: a meno che lo studioso tedesco non si sia, in omaggio al suo cognome, comportato da Malalingua».

Il manoscritto non esiste. La notte d’amore non esiste. La censura di Boccaccio non esiste. Esiste un uomo colto che si è messo a raccontare, e un lettore, io, che ci è cascato con tutte le scarpe.

Cosa resta quando togli l’invenzione

Ripenso a quella storia raccontata a cena con la sicurezza di chi non ha controllato. Tolta la parte falsa non è rimasto un buco: è rimasto di più. Un cavaliere che muore stringendo una bandiera. Un lenzuolo su cui ancora si litiga. Una contadina che sei secoli di scrittori non hanno saputo lasciare in pace. E uno storico che a fine estate decide di prenderci in giro con eleganza, per vedere chi se ne accorge.

La storia più bella, qui, non era quella inventata. Era quella che restava dopo aver tolto l’invenzione. La prossima volta che la racconto a cena, la racconto così.

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