Il libro per prendere appunti come Leonardo

Immagine generata da Grok con promt: Leonardo Da Vinci che prende appunti nel suo studiolo.

Non trucchi, ma segreti (nel senso giusto)

C’è una fotografia che tengo in mente ogni volta che qualcuno mi chiede un metodo per prendere appunti. Non è una foto: è una pagina di Leonardo. Scrittura rovesciata, da destra a sinistra, che per leggerla ti serve uno specchio; disegni di macchine che nessuno avrebbe costruito per secoli; liste della spesa accanto a intuizioni di anatomia. Migliaia di pagine così. Nessuna app. Una penna, un occhio, e una mano che, mentre scriveva, pensava.

Quando parlo di segreti degli appunti non intendo trucchi per battere qualcuno, né misteri da iniziati. Un segreto, nel senso che gli do io, è qualcosa che stava lì, davanti a tutti, e che nessuno ti aveva ancora mostrato con chiarezza — non perché lo nascondesse, ma perché nessuno lo insegna davvero. Prendere appunti, del resto, non è vincere: è restare. È il modo che abbiamo di non perdere ciò che ci attraversa e che, come diceva più o meno Calvino, se non lo fermi in una forma leggera scivola via col resto della giornata.

Ti mostro quattro di questi segreti — quelli che ho visto funzionare su di me e su chi accompagno.

Ascoltare, non trascrivere

Chi copia parola per parola non sta prendendo appunti: sta facendo il fotocopiatore, e male, perché il fotocopiatore almeno non si distrae. L’appunto nasce nel momento in cui rinunci a prendere tutto e scegli. Scegliere è già capire. Se alla fine della pagina hai scritto meno di quello che è stato detto, probabilmente hai capito di più.

La parola che fa da gancio

Non frasi intere: parole che, come una calamita, riportano su tutto il resto quando le rileggi. Una parola giusta è un gancio a cui resta appeso un intero pomeriggio. È qui che l’appunto smette di essere cronaca e diventa tuo: perché la parola che scegli tu non è quella che sceglierei io.

Dare una forma allo spazio

Mappe, per chi pensa a raggiera; il vecchio schema di Cornell, per chi ama l’ordine — una colonna stretta a sinistra per le domande, una larga a destra per gli appunti, una striscia in basso per il riassunto. Non è una mia invenzione: lo mise a punto Walter Pauk alla Cornell University più di sessant’anni fa, e regge ancora, il che dovrebbe dirti qualcosa su quanto contino davvero gli strumenti nuovi. La forma non serve a far bello: serve a lasciare, sulla pagina, il posto vuoto dove tornerai a pensare.

Il metodo Cornell è solo uno dei ventuno segreti che ho raccolto in un libro. I 21 segreti per appunti geniali è disponibile su Kindle: prendilo qui.

Tornarci subito, finché la brace è viva

L’appunto ha una finestra breve. Se lo rileggi a caldo, entro poche ore, mentre l’aria di quel momento è ancora nella stanza, lo fissi. Se aspetti una settimana, rileggi geroglifici. La memoria non è un magazzino, è un fuoco: va soffiato quando la brace è ancora viva.

E l’intelligenza artificiale?

Te lo dico con la franchezza di chi ci lavora ogni giorno. Un’assistente artificiale può riordinarti gli appunti, riassumerteli, interrogarli. Ma non può prenderli al posto tuo, perché l’appunto non è l’informazione: è la traccia del tuo incontro con l’informazione. Nel momento in cui deleghi la mano, non stai risparmiando fatica — stai regalando via il pezzo che ti apparteneva. Usa la macchina dopo, se vuoi, come si usa uno specchio per rileggere la scrittura di Leonardo. Ma la riga sulla pagina scrivila tu. È tutta la differenza tra un manoscritto e un umanoscritto: non chi impugna la penna, ma chi ci mette dentro un pensiero che prima non c’era.

Un piccolo Nuovo Rinascimento

Non un ritorno nostalgico alla carta contro il digitale — mi annoia quella guerra. È qualcosa di più antifragile: tenere per te il gesto che ti rende autore, e delegare solo ciò che non ti costa nulla perdere. Chi fa così non teme il prossimo strumento, qualunque sia, perché non ha appoggiato lì la sua parte insostituibile.

Ti lascio con la domanda che mi faccio io, ogni volta che apro un taccuino nuovo: degli appunti di oggi, tra un anno, cosa vorrai ritrovare — quello che è stato detto, o quello che tu hai pensato mentre lo ascoltavi?

I ventuno segreti, per esteso

Se la seconda ti pizzica più della prima, siamo già d’accordo. Questo articolo è un assaggio: i pochi segreti che ti ho mostrato qui — l’ascolto che sceglie, la parola-gancio, la mano che pensa — sono la punta di un metodo molto più ampio. L’ho raccolto in un libro, I 21 segreti per appunti geniali — Dal segno rupestre al taccuino digitale: ventuno cose che stavano lì, davanti a tutti, e che nessuno ti aveva mostrato con chiarezza. Un arco di trentaseimila anni, dalla parete della grotta di Chauvet allo schermo del telefono, che passa per il metodo Cornell, le mappe di Buzan, lo Zettelkasten di Luhmann. Un saggio narrativo, non un manuale: ti porta dentro la storia dell’annotare e poi ti mette in mano gli strumenti per usarla già domani mattina.

È uscito il 28 luglio 2026 ed è su Kindle da subito. Un acquisto nei primi giorni, per chi scrive, non è un dettaglio da libreria: è il segnale che decide se un libro si vede o resta un file. Se qualcosa, in questa pagina, ti ha fatto annuire, il modo più concreto per dirmelo è uno solo.

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Lo sceneggiatore, o l’arte di scrivere il mondo e poi sparire

Foto di Ron Lach.

Ti è mai rimasto addosso un film per giorni, senza che tu sapessi dire di chi era il merito?

La persona che cerchi non l’hai mai vista in faccia. Alla fine di queste righe saprai il suo nome, o meglio, capirai perché non lo ricordi. Ci arrivo. Ma prima devo toglierti dalla testa due sospettati sbagliati.

Quando esci dal cinema e dici «che film», stai ringraziando qualcuno che non hai visto e di cui non ricorderai il nome. Non l’attore: quello lo hai visto fin troppo. Non il regista, che ormai firma i film come uno chef firma i piatti. Parlo di chi, mesi prima che la prima luce si accendesse sul set, sedeva a un tavolo con un foglio bianco e decideva che a un certo punto quel personaggio avrebbe taciuto invece di rispondere. Lo sceneggiatore.

Per anni ho creduto anch’io alla favola dell’attore che «dà vita» al personaggio. Poi ho iniziato a prendere appunti sul serio, la mia ossessione, e a smontare le scene che mi restavano addosso per capire dove mi avevano preso. Quasi sempre finivo lì: in una battuta scritta, in un silenzio piazzato al millimetro, in una virgola che qualcuno aveva deciso a freddo, con la pazienza di un artigiano e la freddezza di un chirurgo. Il momento in cui piangi non è dove l’attore recita meglio. È dove lo sceneggiatore ha smesso di scrivere.

Ecco perché una «classifica dei migliori di sempre», che è, lo confesso, ciò che questo articolo era quando l’ho scritto anni fa, mi è venuta a noia. Mettere in fila una manciata di nomi e fingere di sapere chi vince è un gioco da rivista d’aeroporto. Il tempo demolisce le classifiche. Non demolisce la domanda: cosa fa davvero chi scrive un film? Restiamo su quella. E lascia che i nomi che seguono ti facciano da lanterna, non da podio.

C’è chi sparisce dentro il personaggio

Woody Allen si è cucito addosso una maschera così precisa, il nevrotico che pensa troppo, che per decenni non abbiamo distinto l’uomo dalla pagina. Quentin Tarantino fa l’opposto e ottiene lo stesso effetto: scrive dialoghi in cui due persone parlano per dieci minuti di hamburger, e tu non respiri, perché sotto le parole c’è sempre una pistola che nessuno nomina. Neil Simon, sull’altra sponda, prendeva il dolore di una famiglia e lo faceva ridere senza mai tradirlo. Tre modi diversi di fare la stessa magia: mettere una persona vera dentro una macchina finta, e non farci sentire l’ingranaggio.

C’è chi scrive la mano di un altro

Francis Ford Coppola, prima di essere il regista che sappiamo, sistemava le sceneggiature altrui, e vinse un premio scrivendo la vita di un generale che non era lui. Oliver Stone e David Mamet hanno affilato la lingua americana fino a farla tagliare: in Mamet un personaggio non dice mai quello che pensa, e proprio per questo lo capisci meglio di quanto lui capisca sé stesso. Steven Spielberg ha imparato presto una cosa che i grandi sanno e i furbi ignorano: la meraviglia si scrive prima di girarla. Non sta nell’effetto speciale. Sta nella pagina in cui decidi quando mostrarla.

La stanza segreta: gli italiani che hanno scritto il Novecento

Qui mi fermo e abbasso la voce, perché è la parte che mi commuove. Cesare Zavattini ha convinto un intero Paese, uscito a pezzi dalla guerra, che la storia più importante da raccontare era quella di un uomo che cercava una bicicletta. Ennio Flaiano ha messo nella bocca dei personaggi di Fellini le battute che poi abbiamo scambiato per saggezza popolare. Suso Cecchi D’Amico, unica donna di questo racconto e non per gentile concessione, ha scritto per Visconti le architetture invisibili dei suoi affreschi, tenendo in piedi film enormi con la precisione di chi cuce. E Vincenzo Cerami ha fatto la cosa più difficile che conosca: ha scritto una favola dentro l’orrore, e ci ha insegnato che si può ridere per non morire.

L’artista sottrae, la macchina aggiunge

Perché insisto tanto su questa gente invisibile? Perché è il cuore di quello che chiamo l’umanoscritto. In un tempo che si è innamorato della scrittura automatica, che chiede alla macchina di generare storie a comando, questi artigiani ci ricordano da dove viene una scena che ti resta: da una persona che ha vissuto qualcosa, l’ha annotato, l’ha lasciato decantare e poi ha avuto il coraggio di toglierne nove decimi. Non c’è algoritmo che tolga. La macchina aggiunge. L’artista sottrae. È questa la firma del Nuovo Rinascimento che mi ostino a inseguire: non chi produce di più, ma chi ha imparato a scomparire con eleganza dietro ciò che ha fatto.

Se questo passaggio ti prende, gli ho dedicato un pezzo intero: dai manoscritti agli umanoscritti. Leggilo, poi torna qui.

L’operaio della leggerezza

Calvino, nelle sue lezioni, chiamava «leggerezza» proprio questo: togliere peso alla struttura senza togliere peso al senso. Lo sceneggiatore è l’operaio della leggerezza. Lima, sottrae, nasconde le impalcature. E quando ha finito, il pubblico giura che il film è nato così, da solo, come se nessuno l’avesse scritto. È la sua condanna e la sua gloria: il capolavoro riuscito cancella le tracce di chi l’ha reso possibile.

Conosci qualcuno convinto che un film lo faccia l’attore, o al massimo il regista? Giragli questo pezzo, e poi ditemi voi due chi ha ragione.

Lo sceneggiatore che non ringrazi mai

Allora eccolo il nome che ti avevo promesso all’inizio. Non è uno solo, e non lo ricordi, ed è giusto così: chi scrive bene il tuo film sparisce dentro di esso. Ti lascio con la domanda che mi porto dietro da quando ho iniziato a smontare le scene invece di limitarmi a subirle.

Nella tua vita, chi è lo sceneggiatore che non ringrazi mai? La mano che ti ha scritto il momento che credi di aver vissuto da solo.