Il record che nessun cronometro può misurare

Un vecchio cronometro meccanico fermo, tenuto aperto nel palmo di una mano

Qual è la cosa più veloce che tu abbia mai fatto?

Tieni da parte la risposta. Alla fine ti chiedo di rifare quel conto con un’altra unità di misura, una che nessun cronometro possiede.

Su questa pagina, per anni, c’è stato un elenco di dieci primati ridicoli. Miei. Scritti di getto il giorno dopo una finale olimpica, quando tutti parlavano di centesimi. Li ho tolti, ma non li rinnego.

La velocità con cui sparivo quando mia madre impugnava la scopa. La prontezza nel raggiungere il buffet prima degli altri. La rapidità con cui incassavo un rimprovero, spesso prima ancora di averlo meritato. Erano record veri, misurati sul corpo, e non valevano niente per nessuno tranne che per me. Li ricordo con tenerezza, come si ricorda un sé più magro e più sciocco.

Poi ho guardato meglio intorno a me, e ho capito che quell’elenco privato era diventato la religione di tutti.

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Rubini e l’arte di rifarsi da dentro

Sergio Rubini e i Musica da Ripostiglio in scena con lo spettacolo Ristrutturazione

C’è un momento, in ogni ristrutturazione, in cui la casa è più brutta di quando hai cominciato. I muri scrostati, la polvere ovunque, i mobili accatastati sotto teli di plastica, un cavo che pende dal soffitto come una domanda senza risposta. Chi ci abita, in quei giorni, cammina in tondo tra le stanze semivuote e si chiede se ne è valsa la pena. È lì, non nel prima lucido né nel dopo perfetto ma in quel guado di calcinacci, che capisci cosa significa davvero ristrutturare.

Ho pensato a lungo a questa parola. La usiamo per le case, ma la teniamo a distanza quando riguarda noi. Diciamo “mi rimetto in gioco”, “cambio vita”, “riparto”: formule pulite, da brochure. Ristrutturare è più onesto, perché contiene la polvere. Dice che per rifare bisogna prima disfare, che c’è una fase di macerie che non puoi saltare, e che la casa nuova nascerà proprio da dove stava la vecchia: stesse fondamenta, stesso indirizzo, altra vita.

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Quella volta che il teatro bussò alla porta di casa

Teatro d'asporto

Ti è mai capitato che il teatro bussasse alla tua porta?

A me è capitato di stare dall’altra parte di quella porta: quello che bussava ero io. È un ricordo che non riesco a incasellare tra i “lavori” e nemmeno tra le “esperienze”. Ho recitato per qualcuno sulla soglia di casa sua: non in un teatro, non in una piazza, ma sul suo zerbino, lui appoggiato allo stipite e io a mezzo metro, senza quarta parete e senza la comoda scusa del palco che ti separa e ti protegge.

Era la primavera del 2021. La pandemia di Covid-19 andava avanti da un anno: i teatri erano stati tra i primi locali a chiudere e sarebbero stati tra gli ultimi a riaprire, e riunirsi restava vietato per non alimentare il contagio. Davanti a quel divieto, una parte del teatro non si è seduta ad aspettare. Ha fatto la cosa più semplice e più eversiva che ci fosse: è andata a bussare.

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