Pratica, attesa e silenzio nel mestiere dell'attore

Che fai quando nessuno ti risponde?
Mia nonna mi diceva sempre: che Dio ti apra tutte le porte. Ci ho messo una vita a capire cosa mi stava augurando davvero, e te lo dico alla fine. Intanto la risposta sta appoggiata a un muro, e ha a che fare con la pratica dell’attore.
Poi impari che quasi tutte le porte restano chiuse.
Non ci si capisce niente
Arriva un’età in cui ti accorgi che quello che credevi di sapere non lo sai. Non è una scoperta filosofica, è una caduta. Ti resta una certezza sola: le cose si mettono storte. Non lo dico per pessimismo. E nemmeno perché siamo cattivi programmatori della nostra vita, anche se spesso lo siamo. C’è una ragione più profonda, che non capisco e che non voglio fingere di capire.
Su questo punto ha litigato per lettera Anton Čechov, il medico russo diventato uno dei più grandi scrittori di racconti e di teatro di ogni tempo, l’autore del Gabbiano e del Giardino dei ciliegi. Era la primavera del 1888. Aveva appena pubblicato un racconto, Luci, che si chiudeva con una frase secca: a questo mondo non ci si capisce niente. Ivan Leont’ev, amico e commediografo di successo che firmava con lo pseudonimo di Ščeglov, glielo rinfacciò. Uno scrittore che conosce l’animo umano, diceva, deve capire, perché quello è il suo mestiere.
Prima di rispondergli, il 30 maggio, Čechov ne scrisse ad Aleksej Suvorin, l’editore del quotidiano su cui pubblicava e il suo confidente di quegli anni. Non tocca a chi scrive risolvere le questioni di Dio o del pessimismo. L’artista non è il giudice dei suoi personaggi e di quello che dicono, ma un testimone imparziale.
Ed era ora, aggiungeva, che chi scrive, e gli artisti più di tutti, confessasse che a questo mondo non si capisce niente. Lo aveva confessato Socrate, il filosofo ateniese che diceva di sapere di non sapere, e lo confessava Voltaire, l’illuminista francese che passò la vita a smontare le certezze altrui. La folla crede di sapere e di capire tutto, e più è stupida più le sembra largo il proprio orizzonte. Se un artista di cui la folla si fida trovasse il coraggio di dire che non capisce niente di quello che vede, già questo sarebbe un grande passo avanti per il pensiero.
Dieci giorni dopo, il 9 giugno, rispose a Leont’ev in poche righe. Non è compito di chi studia l’animo umano capire quello che non capisce, e tanto meno fingere di capire quello che non capisce nessuno. Non facciamo i ciarlatani, scriveva, e diciamolo chiaro: a questo mondo non ci si capisce niente. Tutto lo sanno e tutto lo capiscono soltanto gli sciocchi e i ciarlatani.
La muraglia
Quasi trent’anni dopo, in Liguria, un ragazzo di nome Eugenio Montale scriveva Meriggiare pallido e assorto, la poesia che tanti hanno imparato a scuola. Montale avrebbe vinto il Nobel nel 1975. La chiudeva con la stessa resa di Čechov, fatta immagine: la vita come un camminare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Non la scavalchi e non sai dove finisce.
Proviamo a mettere in fila qualche attesa, una alla volta, partendo da quella più comune di tutte: un provino mandato e mai tornato. Si guarda fin dove arriva la barra, e di che colore si ferma.
- Oggi, un provino qualunqueIl self-tape parteIl file va. Indietro non torna niente, nemmeno un no.
- 2000, SpagnaTerry Gilliam, Don ChisciotteLe riprese crollano dopo poche settimane. Per chiuderle servono diciassette anni.
- 1970, Stati UnitiOrson Welles, The Other Side of the WindPiù di mille rulli finiscono chiusi in un deposito di Parigi. Welles muore nel 1985.
- 1837, GermaniaGeorg Büchner, WoyzeckBüchner muore a ventitré anni e lascia il testo in frammenti. Il primo pubblico arriva a Monaco nel 1913.
Quarantotto, diciassette, settantasei
La scena te lo insegna prima di ogni altra cosa. La maggior parte del lavoro non arriva alla luce, e non succede solo agli sconosciuti.
Orson Welles, il regista e attore di Quarto potere, il film che molti considerano il più importante della storia del cinema, cominciò a girare The Other Side of the Wind nel 1970. I soldi mancavano e il copione cambiava di continuo. Lo girò a pezzi fino al 1976 e morì nel 1985 senza averlo finito. Più di mille rulli restarono chiusi in un deposito di Parigi. Il film è uscito nel 2018, quarantotto anni dopo il primo ciak.
Terry Gilliam, uno dei Monty Python e poi regista di Brazil, cominciò a girare il suo Don Chisciotte in Spagna nel 2000. Nelle prime settimane i caccia della NATO che sorvolavano il set rovinarono l’audio, un’alluvione si portò via l’attrezzatura e il protagonista, il grande attore francese Jean Rochefort, si ammalò. La lavorazione crollò. Gilliam chiuse le riprese diciassette anni dopo, con un altro cast, e il film arrivò al Festival di Cannes nel 2018.
A teatro va anche peggio. Georg Büchner, drammaturgo tedesco, studente di medicina e rivoluzionario ricercato dalla polizia, morì nel febbraio del 1837 a ventitré anni. Lasciò il Woyzeck, la storia di un povero soldato schiacciato da chi gli sta sopra, in frammenti. Il primo pubblico lo vide a Monaco l’8 novembre 1913, settantasei anni dopo. Oggi è uno dei testi più rappresentati del teatro tedesco.
Il silenzio
Se capita a loro, figurati a te. Film finiti restano nei cassetti. Spettacoli già in calendario si spengono a poche settimane dal debutto. Ruoli promessi a voce svaniscono con una telefonata che non arriva. E i provini, quasi tutti, non ti danno neppure il diritto a un no. Per un attore la risposta più frequente è il silenzio.
Usare le ferite
Lo scoramento arriva quando le cose storte diventano affilate. Cammini lungo la muraglia e ti tagli a ogni passo.
Ivana Chubbuck, l’insegnante di recitazione di Los Angeles sul cui metodo mi formo, parte da una domanda: cosa vuole il personaggio più di ogni altra cosa? Ogni scena è la lotta per ottenerlo. Il dolore dell’attore entra qui, ma non per piangere in scena. È il carburante per combattere più forte e vincere. Chi si crogiola nella propria ferita resta fermo. Chi la usa si muove.
Ma una ferita da sola non diventa niente. Per usarla serve una pratica, altrimenti sanguini e basta.
La pratica dell’attore davanti al muro
Allora pratica ogni giorno, a denti stretti. Anche se fa male, anche se dentro ti senti morto, anche se non ce la fai più, anche se urleresti contro il mondo e le sue ingiustizie. Non per produrre di più, non per avere la parte o l’Oscar.
Guarda le tue ferite e portale in scena, fosse pure sempre e solo nella tua stanza. Non da giudice ma da testimone, come voleva Čechov. Dimentica gli applausi, il pubblico, le recensioni dei grandi critici. E non recitare davanti allo specchio, perché è un’abitudine che ti rovina. Recita davanti a un muro di casa.
Ecco la risposta. È poca cosa, e non basta.
La porta
Il muro ti tiene vivo, ma non ti risponde. Il teatro si fa con qualcuno di fronte, e quel qualcuno spesso manca. Seth Godin, lo scrittore americano che da trent’anni ragiona su come si porta un’idea nel mondo, nel 2020 ha dedicato un libro proprio a questo, The Practice. Sostiene che il lavoro creativo esiste solo quando lo consegni a qualcun altro. Ha ragione, ed è proprio per questo che il muro non può essere l’ultima parola.
La pratica da solo ti salva dal dissanguamento. Non è la vita che cercavi quando hai cominciato.
Così ogni giorno torni davanti al muro e tieni socchiusa la porta per chi verrà a recitare con te. Non sai se andrà a buon fine. Non sai se ti diranno che sei bravo o se ti getteranno via. Non lo sai, e non devi fingere di saperlo.
Mia nonna pregava perché Dio mi aprisse le porte. Non poteva sapere che la porta che conta l’avrei aperta io, dall’altra parte, per qualcun altro. Montale camminava lungo una muraglia senza porte. Tu una porta ce l’hai. Il tuo lavoro è stare lì, tra la porta e il muro.
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