Quella volta che il teatro bussò alla porta di casa

Teatro d'asporto

Ti è mai capitato che il teatro bussasse alla tua porta?

A me è capitato di stare dall’altra parte di quella porta: quello che bussava ero io. È un ricordo che non riesco a incasellare tra i “lavori” e nemmeno tra le “esperienze”. Ho recitato per qualcuno sulla soglia di casa sua: non in un teatro, non in una piazza, ma sul suo zerbino, lui appoggiato allo stipite e io a mezzo metro, senza quarta parete e senza la comoda scusa del palco che ti separa e ti protegge.

Era la primavera del 2021. La pandemia di Covid-19 andava avanti da un anno: i teatri erano stati tra i primi locali a chiudere e sarebbero stati tra gli ultimi a riaprire, e riunirsi restava vietato per non alimentare il contagio. Davanti a quel divieto, una parte del teatro non si è seduta ad aspettare. Ha fatto la cosa più semplice e più eversiva che ci fosse: è andata a bussare.

Le unità speciali di un mestiere che non si arrende

L’attore salentino Ippolito Chiarello, quello del Barbonaggio Teatrale (il teatro che si “vende” per strada, a pezzi, come farebbe un mendicante di storie), inventò una formula che ancora oggi mi fa sorridere per la sua intelligenza: le USCA, Unità Speciali di Continuità Artistica, calco perfetto delle USCA sanitarie di quei mesi, quelle che portavano le cure a domicilio. Qui a domicilio arrivava un’altra medicina: qualcuno che bussa, entra e ti guarda negli occhi e ti racconta una storia.

Ci fu anche un festival. Nel marzo del 2021, per una settimana, dall’equinozio di primavera fino alla Giornata Mondiale del Teatro del 27 marzo, si poteva prenotare uno spettacolo e riceverlo a casa come una cosa da asporto: tre quarti d’ora di teatro consegnati sulla soglia, con attori che bussavano a porte in più regioni e persino oltre confine. Detto così sembra quasi una barzelletta; a viverlo era una cosa serissima.

Ci entrai anch’io, ma non partii per città lontane: rimasi a Oria, il mio paese. E forse è proprio lì che la vertigine era più forte, perché bussavo alle porte di gente che conoscevo, o che conosceva me. Recitare davanti a uno sconosciuto è un conto; recitare a un metro dal compaesano che ti ha visto crescere, sulla soglia di una casa del tuo stesso vicolo, è mettersi a nudo due volte.

La casa è il teatro più antico che esista

Tendiamo a immaginare che il teatro nasca nell’edificio con le poltrone e il sipario. È il contrario. Prima del teatro c’era il fuoco, e intorno al fuoco qualcuno che raccontava agli altri: la casa, la stanza, la soglia, la tavola, è il luogo teatrale più antico che abbiamo. La pandemia, togliendoci l’edificio, non ci ha tolto il teatro: ci ha rispedito alla sua sorgente.

Borges, nel prologo a Finzioni, liquidava come «follia laboriosa e impoverente» l’idea di comporre vasti libri per distendere in cinquecento pagine un pensiero la cui perfetta esposizione a voce sta in pochi minuti; meglio, diceva, fingere che quei libri esistano già e offrirne il nocciolo. Il teatro a domicilio aveva la stessa saggezza: niente struttura, niente apparato, niente biglietteria. Un attore, una storia, una porta. E proprio perché era spoglio, arrivava dritto.

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Quello che il disordine, a volte, regala

Nassim Nicholas Taleb ha una parola per le cose che non si limitano a sopravvivere agli urti ma migliorano grazie ad essi: antifragili. Il teatro chiuso nelle sale, in quei mesi, era fragile: bastava un decreto a spegnerlo. Il teatro che ha imparato a bussare alle porte, no: aveva trovato un modo di esistere proprio perché i luoghi consueti erano vietati. Nessuno rimpiange quel tempo, ma sarebbe da ciechi non vedere che certe forme nascono solo sotto pressione, e che alcune meritavano di restare anche dopo. Il problema non è la crisi: è la nostra fretta di dimenticare cosa ci ha insegnato appena torna la comodità.

Cosa resta, quando togli tutto il resto

Oggi i teatri sono riaperti e va benissimo così. Ma se guardo indietro a quelle soglie, quello che resta non sono le date di quel festival. È una domanda che continua a lavorarmi sotto pelle: di tutto il teatro, qual è la parte che non si può chiudere per decreto?

Non è l’edificio, non è la tecnica, non sono le luci. È l’atto elementare di una persona che va incontro a un’altra e le porta una storia. Quello non ha bisogno di permessi: è il residuo che rimane quando togli tutto il resto, ed è, guarda caso, l’unica cosa che conta. In fondo è la stessa cosa che mi ripeto sempre: l’artista sottrae, la macchina aggiunge. Un attore sulla tua porta non è “scalabile”, non è efficiente, non si moltiplica all’infinito, e vale proprio perché non si lascia automatizzare.

E allora la domanda la lascio a te: se domani bussassero alla tua porta per raccontarti una storia, apriresti?

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