Gandhi e il lavoro con le mani

Due mani che intrecciano fili di paglia su una stuoia, l’immagine di Gandhi e il lavoro che passa dalle mani
Due mani che intrecciano fili di paglia su una stuoia già tessuta, in luce naturale calda. Foto di Wei-Cheng Wu su Unsplash

Ti è mai capitato di finire la giornata con le mani pulite? Di guardarti indietro e non trovare niente che hai toccato davvero?

C’è un uomo che a quella sensazione rispose con un gesto quasi ridicolo, per un avvocato di successo: si sedette a filare il cotone, ogni giorno, con le sue mani.

Quell’uomo è Mohandas Karamchand Gandhi, quello che l’India chiamò Mahatma, grande anima. Lo conosciamo tutti come il padre della nonviolenza, il piccolo avvocato che si spogliò della toga e si avvolse in un telo bianco. Quello che sanno in pochi è che quel telo se lo filava da sé, e che dietro quel gesto ci sono un libro e una notte insonne.

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L’azzurra estate in paese

Domenica d’agosto in paese, in periferia. Tutto tace tranne la ventola a tutta forza del ventilatore che mi sta rosolando con aria calda e umida. Sotto le mie mani sento il ticchettio di una tastiera nera comprata dai cinesi, tanto grande quanto dura: su ogni tasto ci vuole una pressione di chili e chili perché vada giù. E a volte occorre pigiare più volte un tasto perché funzioni. Così faccio ginnastica per le mani. Sono solo in casa. Lo so che stai pensando: perché non vado al 🌊 mare come tutti, o quasi. C’è già stata per me una stagione, da bambino, in cui m’incantavo a vedere la distesa azzurra già da lontano. Ora sono una creatura che intanto non ama il caldo. Semmai me ne andrei in ⛰ montagna. E prima o poi lo farò. Credo che le cime delle Alpi ma anche degli Appennini abbiano molto da raccontarmi.

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Rubini e l’arte di rifarsi da dentro

Sergio Rubini e i Musica da Ripostiglio in scena con lo spettacolo Ristrutturazione

C’è un momento, in ogni ristrutturazione, in cui la casa è più brutta di quando hai cominciato. I muri scrostati, la polvere ovunque, i mobili accatastati sotto teli di plastica, un cavo che pende dal soffitto come una domanda senza risposta. Chi ci abita, in quei giorni, cammina in tondo tra le stanze semivuote e si chiede se ne è valsa la pena. È lì, non nel prima lucido né nel dopo perfetto ma in quel guado di calcinacci, che capisci cosa significa davvero ristrutturare.

Ho pensato a lungo a questa parola. La usiamo per le case, ma la teniamo a distanza quando riguarda noi. Diciamo “mi rimetto in gioco”, “cambio vita”, “riparto”: formule pulite, da brochure. Ristrutturare è più onesto, perché contiene la polvere. Dice che per rifare bisogna prima disfare, che c’è una fase di macerie che non puoi saltare, e che la casa nuova nascerà proprio da dove stava la vecchia: stesse fondamenta, stesso indirizzo, altra vita.

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La trappola del talento

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Photo by Khoa Võ on Pexels.com

Hai mai sentito dire che per diventare attori, scrittori, artisti in generale devi avere talento? Lascia che ti sveli un segreto: in realtà è una trappola. Quindi, evitiamo di perdere tempo a preoccuparci del talento, perché c’è di più sotto la superficie.

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Il triplo salto mortale e l’acqua del miracolo

Carone - Angelini - Vitale

C’è stata una sera, qualche anno fa, in cui io, Paolo Carone ed Elio Angelini abbiamo montato un palco in una piazza del Sud, davanti a una fila di sedie di plastica che non sapevamo se qualcuno avrebbe occupato. Eravamo tre artisti con le tasche vuote e un progetto più grande di noi: Paolo con la sua musica, Elio con la sua comicità, io con il mestiere dell’attore. Ci siamo detti che era una follia, ci siamo abbracciati, e poi ci siamo buttati. Lo chiamavamo, ridendo per non tremare, «il triplo salto mortale». Non ricordo quasi nulla delle battute di quella sera. Ricordo bene, invece, la sensazione precisa di essere sospeso su un vuoto, un attimo prima che le luci si accendessero.

Ho pensato a lungo che quella sensazione fosse un difetto della nostra povertà: se avessimo avuto un teatro vero, un cachet, un pubblico garantito, il vuoto sarebbe sparito. Mi sbagliavo. Il vuoto non è il segno che manca qualcosa. È il mestiere stesso.

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Il bizzarro mondo di Giuseppe Vitale

C’è un tipo che da tanto tempo a questa parte dice di essere me. Si spaccia proprio al mio posto e usa il mio nome e cognome: Giuseppe Vitale. Io a malapena lo conosco. Quel che so è che in realtà qui dentro siamo tanti, mica uno solo. Nella ma mente, nel mio cuore, nella mia anima ci sono tanti demoni. Questo so per certo.

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Il mondo delle coincidenze e della sincronicità

Ti capitano mai delle coincidenze? Per esempio ti è mai successo di pensare ad una persona, di volerla chiamare e di ricevere dopo pochi istanti la sua telefonata? Oppure di pensare ad un viaggio e vedere subito dopo un libro o una guida o un depliant sul posto che vui visitare? Una volta chiamai un mio amico che di solito è sempre lontano dal paese dove abito. Restiamo una buona oretta al telefono. Chiudo la telefonata e me lo ritrovo davanti. A te accadono mai episodi di questo genere?

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Lettera a un amico artista

Illustrazione generata da Dall-e 2 con input: “Illustration of an artist reading a letter in a funny style”.

Caro amico artista, hai mai avuto l’impressione che il mondo ti dia addosso solo perché sei un genio creativo? Beh, la buona notizia è che sei in compagnia di grandi artisti in questo club esclusivo delle pressioni creative. Ecco una cosa: a volte, dentro di noi c’è questa vocina critica che ci suggerisce di gettare la spugna sulle nostre ambizioni artistiche. E sai chi è il più bravo a darci consigli? Quelli che si lamentano perché non hanno mai avuto il coraggio di provare. Ignorali, proprio come ignoriamo un’etichetta di lavanderia che ci dice di non asciugare il gatto nel microonde.

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