Grazie 100 Dario anche se arrivo in ritardo

Quando è stata l’ultima volta che hai riso di qualcuno che conta davvero?

Non del tizio che inciampa in TV. Non dello sfigato di turno. Di qualcuno che ha potere. Di qualcuno che potrebbe farla pagare.

Se ci devi pensare troppo, forse è il momento giusto per parlare di Dario Fo.

Buffone vs giullare

C’era una volta il buffone che faceva ridere il re. Prendeva lo stipendio, i bonus, i buoni pasto. Stava al caldo.

E poi c’era Il giullare che faceva rideva del re. E prendeva le mazzate.

Stesso mestiere, sindacato molto meno efficiente.

Dario Fo era un giullare. E lo sapeva. Lo dimostrò in fretta: quando andò in RAI e fece ridere tutti — pubblico, dirigenti, i mobili — avrebbe dovuto insospettirsi. Se i potenti sono contenti di te, vuol dire che non stai esagerando abbastanza. Sei il termosifone ad agosto: presente, inutile.

Iniziò però a parlare di padroni con le tasche gonfie, di soldi pubblici che sparivano come conigli dal cappello di un mago. Solo che al posto del coniglio uscivano conti in Svizzera e la pensione di tuo nonno faceva ciao ciao con la manina.

La censura strisciava sotto i copioni. Tagli, revisioni, veti silenziosi. I dirigenti RAI gli offrivano la prima serata, i tramezzini al tonno gratis a vita: «Dario, ti prego, basta che stai zitto».

Restare significava accettare di essere ridimensionato pezzo per pezzo. Lui se ne andò.

Grazie 100, Dario, che non hai ceduto sul tonno e maionese.

Una lingua per dire la verità

Censurato in TV, Fo andò in piazza. E lì fece una cosa straordinaria: si inventò una lingua.

Il Grammelot. Un misto di dialetto stretto e suoni di chi ha appena pestato un Lego a piedi nudi. Eppure la gente capiva tutto. Perché il padrone ha la stessa faccia ovunque, in italiano, in dialetto, in qualsiasi lingua tu voglia usare per descriverlo.

Grazie 100, Dario, che hai inventato un modo per mandarli a quel paese senza farti denunciare.

Quella cosa mi ha preso. A forza di guardarlo mi sono ritrovato con una domanda in testa: se provo a parlare senza chiedere permesso, che succede?

È una di quelle domande che le persone sagge lasciano perdere.

Io ho fatto lo spettacolo.

Si chiama Mistero Salentino, il nome non punta alla discrezione. Dentro ci ho messo il mio dialetto, le storie che mi porto dietro, le facce che conosco. Quelle che raccontate nel modo giusto fanno ridere, e raccontate troppo bene iniziano a dare fastidio.

Ed è lì che diventa interessante. Ogni tanto qualcuno ride, ogni tanto si irrigidisce, ogni tanto c’è quella persona che ti guarda come a dire: «Questo non ha capito come funziona il mondo.»

Io penso: meno male.

Il Nobel e la cornice

Poi arrivò il Nobel. E lì la scena diventa quasi comica.

Le stesse persone che lo avevano denunciato, pedinato e fatto fuori dalla televisione si presentarono alla cerimonia con gli occhi lucidi: «Dario Fo? Un mito assoluto. L’abbiamo sempre amato.»

Come quel professore che ti dà tre per tutto l’anno e quando diventi famoso dice: «Si vedeva che era un genio.»

Volevano metterlo in una cornice dorata. Farlo stare fermo. Trasformarlo in un quadro da appendere e non toccare più.

Grazie 100, Dario, che dalla cornice sei uscito subito per andare a fare casino ovunque.

Il finale dice tutto. A cento anni dalla nascita, il Comune di Milano lo ha celebrato con una targa. Una targa. Perché dedicargli una piazza, un teatro, una via era troppo scomodo. Roma, alla Bufalotta, un largo ce l’ha trovato. Milano: una targa.

Grazie 100, Dario, che sei riuscito a essere un problema per il Comune anche dal cimitero.

La domanda che resta

Il potere ha paura di una cosa sola: che la gente gli rida in faccia.

Noi invece ridiamo di chi sta peggio. Del tizio che inciampa. Dello sfigato in TV. Quando c’è da ridere di chi comanda, diventiamo tutti seri: «Eh, ci vuole rispetto.»

Quello non sei tu.

È il buffone che hai dentro, quello che vuole lo stipendio e ha paura delle sberle.

I giullari si ringraziano tardi, quando non possono più rispondere. Perché se li ringrazi quando sono vivi, vuol dire che non stavano esagerando abbastanza.

Allora: iniziamo a ridere di qualcuno che conta…

o vuoi tenerti stretti i tramezzini?

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Taccuino Vitale

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