
Ma come è possibile che crolli una torre antica, così?
Una torre che ha attraversato otto secoli di guerre, scosse e restauri, e cade ora — in pieno centro di Roma, nel 2025.
La mattina del 3 novembre, un collega mi dice: «Hai visto che c’è stato un crollo qui vicino?» Più tardi, all’hotel in via Cavour, arrivano due turisti argentini. Hanno appena visto la polvere. «¿Se derrumbó algo?» — È crollato qualcosa? — mi chiedono. «Sí, una torre», rispondo.
Il giorno dopo scopro che non è solo una torre a essere caduta. È morto Octay Stroici, 66 anni, l’ultimo dei quattro operai coinvolti. Era lì dopo il primo cedimento. Poi è arrivato il secondo.
Oggi, 4 novembre, provo a capire. Non per trovare un colpevole — questo in Italia lo facciamo fin troppo bene — ma per capire dove si è interrotto il dialogo tra chi costruisce, chi vigila e chi decide. Perché il problema non è il singolo errore, ma il vuoto di coordinamento, la somma di frammenti che non si parlano. Eppure, a Roma, un tempo era proprio la collaborazione a tenere in piedi le pietre.
Ecco sette cose che ho imparato guardando la polvere di una torre medievale. Puoi leggerle in ordine o saltare. Ma se resti fino alla fine, ti chiederò una cosa semplice.
I. L’armonia tra i ruoli
Gli antichi romani progettavano sapendo che tutto poteva cedere. Non cercavano la perfezione, ma l’equilibrio tra gli errori. Ponti, acquedotti e templi erano frutto di un lavoro collettivo: architetti, muratori, ingegneri, artigiani, persino schiavi. Tutti seguivano un principio comune, tramandato e condiviso.
Oggi invece ogni settore lavora per sé. I tempi dei fondi, i bandi, le firme, le ditte: ognuno corre per conto proprio. La Torre dei Conti non è crollata per una crepa, ma per una disarmonia di ruoli. Durare non significa resistere, ma saper cooperare.
II. Aggiungiamo troppo
La via negativa insegna che migliorare significa togliere. Gli antichi costruivano per sottrazione, con materiali scelti per necessità, non per apparenza. Oggi invece aggiungiamo: rinforzi, impianti, sigle, burocrazia.
Ogni livello in più allunga la distanza tra chi decide e chi lavora. Nel cantiere della Torre, tra PNRR e appalti, si sono sommati troppi piani decisionali. E in quella catena lunga, la comunicazione si è spezzata. Il peso non è solo fisico: è anche organizzativo.
III. Sapere unico
Vitruvio, architetto e ingegnere romano vissuto al tempo di Cesare e Augusto, parlava di tre virtù indivisibili: solidità, utilità, bellezza. Nell’antica Roma, il sapere era unico: l’architetto discuteva con l’artigiano, il funzionario conosceva i materiali, il progettista sapeva cosa poteva fare la pietra.
Oggi abbiamo compartimenti stagni. L’ingegnere calcola, il funzionario approva, il restauratore interpreta, ma nessuno orchestra. Nel mondo antico, l’opera era un linguaggio collettivo, non un documento da firmare. Noi abbiamo perso la musica e tenuto solo le carte.
IV. Accettare i limiti
Gli antichi accettavano i limiti: della materia, del terreno, del tempo. Costruivano dove la natura lo consentiva, non dove conveniva. La Torre dei Conti sorge su un suolo complesso, fragile, sovrapposto a secoli di strutture. Sapevamo tutti che era un equilibrio precario. Ma chi avrebbe dovuto dire “fermi” non lo ha detto, o non è stato ascoltato.
In Roma antica, la figura del curator operum publicorum, il funzionario dei lavori pubblici, coordinava tutto: dai materiali ai ritmi di cantiere. Oggi, invece, ci sono dieci firme e nessuna voce autorevole.
V. Cure silenziose
Gli antichi non aspettavano i crolli per agire. La manutenzione era continua, distribuita, pubblica. Ogni ponte aveva un responsabile, ogni muro un controllo periodico. Era un dovere civico, non una formalità. La Torre dei Conti, chiusa dal 2006, è rimasta dimenticata finché non è arrivato il grande restauro — tardi, e forse troppo pesante.
Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.
La stabilità si difende con piccoli gesti regolari, non con interventi straordinari. Octay Stroici non doveva essere lì: dovevamo esserci noi, anni prima, quando ancora si poteva prevenire.
VI. Il crollo come informazione
Ogni disastro è un messaggio, non una punizione. Gli antichi studiavano le rovine per capire. Noi, invece, apriamo inchieste per trovare un colpevole e dimenticare più in fretta. Ma la polvere non mente. Due cedimenti in poche ore dicono che il problema era strutturale, non umano.
Non è la colpa di un tecnico o di un operaio, ma la frattura tra i livelli del sistema. Ogni volta che un muro cade, ci ricorda che senza coordinamento anche le pietre più antiche diventano fragili.
VII. Le rovine parlano
Le rovine non accusano. Testimoniano. Sono la memoria viva di ciò che succede quando l’intelligenza collettiva si spegne. Nell’antica Roma, dopo ogni crollo, le squadre di operai, tecnici e architetti si riunivano per analizzare insieme il danno: non per trovare un colpevole, ma per capire cosa non aveva funzionato.
Era un modo empirico e cooperativo di imparare dal reale. Oggi, invece, ci sono comitati, comunicati e scaricabarile. La Torre dei Conti ora è parte di una lunga storia di silenzi.
Il filosofo e saggista Nassim Nicholas Taleb, che ha elaborato il concetto di antifragilità, direbbe che questo crollo è “una prova empirica della nostra arroganza”: un evento che ci mostra quanto poco sappiamo gestire la complessità che pretendiamo di controllare. Taleb crede che ciò che sopravvive non è ciò che è perfetto, ma ciò che sa adattarsi agli urti.
Seneca, vissuto duemila anni prima, direbbe quasi la stessa cosa con parole più sobrie: “Non è colpa del fato, ma della fretta.” Per lui la saggezza consisteva nel sottrarre, nel vivere in misura, nel non sfidare il tempo.
Due uomini lontani per secoli — uno romano, uno libanese contemporaneo — ma uniti da un’idea semplice: le rovine non sono solo ciò che resta, sono ciò che insegna.
Ora tocca a te
Hai letto fino a qui. Significa che qualcosa ti ha toccato. Ti chiedo una cosa semplice: quale di questi sette punti ti ha colpito di più? Scrivimi. Anche solo il numero. Anche solo una riga.
Perché questa storia non finisce con la polvere di una torre: finisce con quello che decidiamo di imparare da essa. Rispondimi qui, adesso.
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