Lo sceneggiatore, o l’arte di scrivere il mondo e poi sparire

Foto di Ron Lach.

Ti è mai rimasto addosso un film per giorni, senza che tu sapessi dire di chi era il merito?

La persona che cerchi non l’hai mai vista in faccia. Alla fine di queste righe saprai il suo nome, o meglio, capirai perché non lo ricordi. Ci arrivo. Ma prima devo toglierti dalla testa due sospettati sbagliati.

Quando esci dal cinema e dici «che film», stai ringraziando qualcuno che non hai visto e di cui non ricorderai il nome. Non l’attore: quello lo hai visto fin troppo. Non il regista, che ormai firma i film come uno chef firma i piatti. Parlo di chi, mesi prima che la prima luce si accendesse sul set, sedeva a un tavolo con un foglio bianco e decideva che a un certo punto quel personaggio avrebbe taciuto invece di rispondere. Lo sceneggiatore.

Per anni ho creduto anch’io alla favola dell’attore che «dà vita» al personaggio. Poi ho iniziato a prendere appunti sul serio, la mia ossessione, e a smontare le scene che mi restavano addosso per capire dove mi avevano preso. Quasi sempre finivo lì: in una battuta scritta, in un silenzio piazzato al millimetro, in una virgola che qualcuno aveva deciso a freddo, con la pazienza di un artigiano e la freddezza di un chirurgo. Il momento in cui piangi non è dove l’attore recita meglio. È dove lo sceneggiatore ha smesso di scrivere.

Ecco perché una «classifica dei migliori di sempre», che è, lo confesso, ciò che questo articolo era quando l’ho scritto anni fa, mi è venuta a noia. Mettere in fila una manciata di nomi e fingere di sapere chi vince è un gioco da rivista d’aeroporto. Il tempo demolisce le classifiche. Non demolisce la domanda: cosa fa davvero chi scrive un film? Restiamo su quella. E lascia che i nomi che seguono ti facciano da lanterna, non da podio.

C’è chi sparisce dentro il personaggio

Woody Allen si è cucito addosso una maschera così precisa, il nevrotico che pensa troppo, che per decenni non abbiamo distinto l’uomo dalla pagina. Quentin Tarantino fa l’opposto e ottiene lo stesso effetto: scrive dialoghi in cui due persone parlano per dieci minuti di hamburger, e tu non respiri, perché sotto le parole c’è sempre una pistola che nessuno nomina. Neil Simon, sull’altra sponda, prendeva il dolore di una famiglia e lo faceva ridere senza mai tradirlo. Tre modi diversi di fare la stessa magia: mettere una persona vera dentro una macchina finta, e non farci sentire l’ingranaggio.

C’è chi scrive la mano di un altro

Francis Ford Coppola, prima di essere il regista che sappiamo, sistemava le sceneggiature altrui, e vinse un premio scrivendo la vita di un generale che non era lui. Oliver Stone e David Mamet hanno affilato la lingua americana fino a farla tagliare: in Mamet un personaggio non dice mai quello che pensa, e proprio per questo lo capisci meglio di quanto lui capisca sé stesso. Steven Spielberg ha imparato presto una cosa che i grandi sanno e i furbi ignorano: la meraviglia si scrive prima di girarla. Non sta nell’effetto speciale. Sta nella pagina in cui decidi quando mostrarla.

La stanza segreta: gli italiani che hanno scritto il Novecento

Qui mi fermo e abbasso la voce, perché è la parte che mi commuove. Cesare Zavattini ha convinto un intero Paese, uscito a pezzi dalla guerra, che la storia più importante da raccontare era quella di un uomo che cercava una bicicletta. Ennio Flaiano ha messo nella bocca dei personaggi di Fellini le battute che poi abbiamo scambiato per saggezza popolare. Suso Cecchi D’Amico, unica donna di questo racconto e non per gentile concessione, ha scritto per Visconti le architetture invisibili dei suoi affreschi, tenendo in piedi film enormi con la precisione di chi cuce. E Vincenzo Cerami ha fatto la cosa più difficile che conosca: ha scritto una favola dentro l’orrore, e ci ha insegnato che si può ridere per non morire.

L’artista sottrae, la macchina aggiunge

Perché insisto tanto su questa gente invisibile? Perché è il cuore di quello che chiamo l’umanoscritto. In un tempo che si è innamorato della scrittura automatica, che chiede alla macchina di generare storie a comando, questi artigiani ci ricordano da dove viene una scena che ti resta: da una persona che ha vissuto qualcosa, l’ha annotato, l’ha lasciato decantare e poi ha avuto il coraggio di toglierne nove decimi. Non c’è algoritmo che tolga. La macchina aggiunge. L’artista sottrae. È questa la firma del Nuovo Rinascimento che mi ostino a inseguire: non chi produce di più, ma chi ha imparato a scomparire con eleganza dietro ciò che ha fatto.

Se questo passaggio ti prende, gli ho dedicato un pezzo intero: dai manoscritti agli umanoscritti. Leggilo, poi torna qui.

L’operaio della leggerezza

Calvino, nelle sue lezioni, chiamava «leggerezza» proprio questo: togliere peso alla struttura senza togliere peso al senso. Lo sceneggiatore è l’operaio della leggerezza. Lima, sottrae, nasconde le impalcature. E quando ha finito, il pubblico giura che il film è nato così, da solo, come se nessuno l’avesse scritto. È la sua condanna e la sua gloria: il capolavoro riuscito cancella le tracce di chi l’ha reso possibile.

Conosci qualcuno convinto che un film lo faccia l’attore, o al massimo il regista? Giragli questo pezzo, e poi ditemi voi due chi ha ragione.

Lo sceneggiatore che non ringrazi mai

Allora eccolo il nome che ti avevo promesso all’inizio. Non è uno solo, e non lo ricordi, ed è giusto così: chi scrive bene il tuo film sparisce dentro di esso. Ti lascio con la domanda che mi porto dietro da quando ho iniziato a smontare le scene invece di limitarmi a subirle.

Nella tua vita, chi è lo sceneggiatore che non ringrazi mai? La mano che ti ha scritto il momento che credi di aver vissuto da solo.

Non esistono i migliori registi di sempre

Tavolo di lavoro con negativi sotto la lente e provini in fila sul monitor, lo sguardo che manca alle classifiche dei migliori registi
Negativi su un tavolo luminoso, una lente contafili su un solo fotogramma, e in alto i provini allineati sul monitor. Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash

Ti è mai capitato di litigare per un film? Di difendere un regista come se qualcuno avesse insultato un tuo parente?

C’è un numero, qui dentro, che era sbagliato. L’avevo scritto io, e la fonte che avevo linkato diceva un’altra cosa. Ci arrivo, ma prima ti dico perché non è stata una svista.

Questo pezzo era una lista dei dieci migliori registi di sempre, in una vita precedente. Oggi sono tornato a controllarne i numeri uno per uno, come si conta la cassa a fine serata. Uno non tornava. E non è caduto a caso: è caduto nell’unico punto in cui inseguivo un primato.

Se ti chiedessi la classifica dei migliori registi di sempre, i primi nomi ti verrebbero facili. Troppo facili. Ed è lì, in quella facilità, che si nasconde una trappola: la fila che stai per mettere in testa ti farà smettere di guardare proprio i registi che dici di amare. Per mostrartelo mi bastano due nomi, una causa in tribunale e quel numero sbagliato.

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Il migliore attore è quello che non vedi recitare

Attore solo e in ombra su un palcoscenico buio, un fascio di luce alle sue spalle
Un uomo solo su un palcoscenico buio, il fascio di luce cade dietro di lui nel fumo. Foto di Luis Morera su Unsplash

Ti è mai capitato di guardare un film e pensare, per un attimo: questo qui sta recitando?

Quel pensiero è già una condanna. I migliori attori di sempre non si riconoscono da quel pensiero: si riconoscono da quando quel pensiero non ti viene. Tienilo da parte, perché in fondo a questa pagina ti chiedo di rifare il tuo giudizio su un attore con una domanda sola, e non è quella che credi.

Ieri sera si è chiusa la settantanovesima edizione del Locarno Film Festival. Il Pardo per la migliore interpretazione lo consegnano in due copie uguali, senza dividere maschile e femminile: nel concorso internazionale sono andati a Kim Minhee, per «Nowhere to Lay My Eyes», e a Monica Bellucci, per «Ketticè» di Giovanni Tortorici. Nessun primo, nessun secondo. Non hanno incoronato due attrici: hanno indicato due prove.

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La classifica dei film più belli di sempre è una trappola

Una spettatrice sola in una sala cinematografica vuota, tra le poltrone rosse al buio
Una donna sola in una sala cinematografica vuota, il viso illuminato dallo schermo fuori campo. Foto di Karen Zhao su Unsplash

Qual è il film più bello che tu abbia mai visto?

Nessuna classifica dei migliori film di tutti i tempi pesa quanto quella tua risposta. Tienila a mente: tra poco proverò a mostrarti perché, e ti racconterò di un film che per mezzo secolo è stato il numero uno del mondo, salvo poi non esserlo più.

Stanotte Roma è vuota, e giù nel basso Salento c’è invece una piazza che resta sveglia fino all’alba. È la notte di San Rocco, quella tra il quindici e il sedici agosto, e a Torrepaduli si balla la pizzica scherma: due uomini entrano in un cerchio di tamburelli, si affrontano a dita tese come fossero lame, e quando la ronda si chiude nessuno dei due ha vinto. Non c’è un primo, non c’è un secondo, non resta nessuna graduatoria. Solo il giro dopo, con altri due dentro il cerchio.

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Un cinema senza storia

Alessandro Zizzo e Nadia Carbone durante L’occhio del regista dell’11 dicembre 2022, evento organizzato dal Generation Film Fest

Chi ha detto che un film deve avere una storia? O almeno una storia come siamo abituati a concepirla con un inizio, uno sviluppo e una conclusione e soprattutto un lieto fine, come certa cinematografia americana ci induce a pensare. A volte la storia non c’è o, meglio, essa fa dei giri su se stessa o quantomeno presenta uno spaccato di uno o più personaggi o di una situazione. È il caso questo, per esempio, de La Grande Bellezza, film del 2013 con il quale il regista Paolo Sorrentino ha vinto l’oscar come miglior film in lingua straniera.

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Il cuore del cuore della recitazione

Foto di Alessandra Pomarico.

«Oddio, mi ricorderò le parole? Mi sa che non ho ripassato abbastanza, spero che la memoria non mi faccia brutti scherzi». Questo pensano spesso o dicono certi attori, specie quando hanno avuto poco tempo e le battute da ricordare sono tante. L’altro pensiero che li preoccupa riguarda i movimenti che devono fare, in special modo quando la scena coinvolge un altro attore o, peggio, più attori. Ed allora nella fase di preparazione cercano di concordare ogni minimo dettaglio con gli altri: «Allora, tu ti sposti a sinistra, poi io ti prendo la mano e a quella battuta che dirai ci guarderemo, piano piano poi alziamo la testa verso l’alto torcendo il busto a destra e i piedi dall’altra parte…».

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Il regista: chi è e cosa fa?

Il ruolo del regista è importante nel processo di produzione cinematografica. Il regista è responsabile della supervisione di ogni aspetto di un film, dalla pre-produzione alla post-produzione. La visione e lo stile del regista devono essere coerenti durante tutto il processo, in modo che tutti gli aspetti di un film lavorino insieme verso un unico obiettivo finale: creare una storia coinvolgente che risuoni con il pubblico. Di seguito analizzeremo che cosa costituisce esattamente questa prestigiosa posizione, chi può essere qualificato come “regista” e quali competenze deve possedere per avere successo nella professione che ha scelto. Lo faccio come preparazione tra l’altro all’incontro che sto promuovendo con Alessandro Zizzo, regista pluripremiato che verrà a trovarci l’11 Dicembre ad Oria. Ho anche parlato di lui in un precedente articolo.

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7 eccellenti motivi per partecipare ad un incontro con un regista

Foto generata da DALL-E 2 con input ““Foto realistica di un incontro di un regista con il pubblico in una sala piena di persone.”

Il cinema ci affascina sempre e mai si smette di conoscerlo meglio. Al giorno d’oggi ci sono molti modi per essere coinvolti in questa meravigliosa arte. Uno di questi è partecipare a incontri con registi e altre persone che lavorano nel settore. E in questi giorni ho il piacere di promuovere attraverso questo blog l’evento organizzato dal Generation Film Fest con Alessandro Zizzo, cineasta del quale ho anche parlato nel mio ultimo articolo. Verrà a trovarci l’11 dicembre ad Oria (Br). Quindi oggi voglio condividere 7 eccellenti motivi per cui incontrare un regista ci aiuta a conoscere meglio questo mondo entusiasmante.

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Come l’attore vede il regista e come si rapporta con lui

Immagine gnerata da Text To Image in Canva su input “regista che dirige un attore in un set cinematografico”.

Il film è opera soprattutto del regista, della sua visione, oltre che delle sue competenze in svariati campi come la sceneggiatura, la direzione degli attori, la fotografia, ecc. È lui il narratore per eccellenza nel cinema attraverso i suoi vari linguaggi. L’occhio del regista è dunque di capitale importanza e sono ben contento del contributo organizzativo che sto dando, insieme a tutto lo staff del Generation Film Fest, ad un evento che ha proprio questo titolo e al quale parteciperà il regista emergente Alessandro Zizzo. Presenterà un suo cortometraggio e dialogherà in merito ad alcuni registi che hanno fatto la storia del cinema. Ho allora pensato di scrivere un post su come vedo io, da attore, il mio lavoro con un regista, quale rapporto si instaura tra di noi. Parliamo, insomma, della collaborazione tra attore e regista e su come essa può funzionare al meglio. Tra l’altro di questo argomento si è occupato Michael Caine in un suo libro che io consiglio per la preparazione ai casting.

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Come e quando si usa l’intelligenza artificiale nel cinema

Immagine creata dall’app Text To Image in Canva con l’input “intelligenza artificiale e cinema”.

L’intelligenza artificiale è uno degli argomenti di cui più si parla in giro per il mondo, un po’ ovunque. Persino al bar più di qualche avventore dice la sua, anche se un po’ a sproposito. Questo è il segno che ormai fa parte della nostra vita quotidiana in modi che aumentano di giorno in giorno. Poteva restare fuori dalla settima arte? Il cinema è stato uno dei primi campi in cui è stata utilizzata sin dal duemila circa per creare folle artificiali, ricostruzioni di luoghi e altre scene che avrebbero richiesto budget enormi, una infinità di comparse e figurazioni e condizioni difficili in cui girare. Film come Il Gladiatore e Il Signore degli Anelli sono stati tra i primi a beneficiarne. Anche se in realtà si trattava di software che ora giudichiamo rudimentali. Allora forse vale la pena di parlare dello stato dell’arte e cioè di come e quando si usa l’intelligenza artificiale nel cinema.

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