Il problema non è chi metti al primo posto. È la fila.

Ti è mai capitato di litigare per un film? Di difendere un regista come se qualcuno avesse insultato un tuo parente?
C’è un numero, qui dentro, che era sbagliato. L’avevo scritto io, e la fonte che avevo linkato diceva un’altra cosa. Ci arrivo, ma prima ti dico perché non è stata una svista.
Questo pezzo era una lista dei dieci migliori registi di sempre, in una vita precedente. Oggi sono tornato a controllarne i numeri uno per uno, come si conta la cassa a fine serata. Uno non tornava. E non è caduto a caso: è caduto nell’unico punto in cui inseguivo un primato.
Se ti chiedessi la classifica dei migliori registi di sempre, i primi nomi ti verrebbero facili. Troppo facili. Ed è lì, in quella facilità, che si nasconde una trappola: la fila che stai per mettere in testa ti farà smettere di guardare proprio i registi che dici di amare. Per mostrartelo mi bastano due nomi, una causa in tribunale e quel numero sbagliato.
La trappola della fila
Una classifica è un modo elegante per smettere di guardare. Non è la prima volta che me la prendo con le liste: l’ho fatto con i libri, spiegando perché non ha senso fare classifiche di stagione, e l’ho fatto contando undici Borges per dire che Borges non si conta, si moltiplica. Con i registi vale lo stesso. Metti dieci nomi in ordine, scrivi il numero uno, e ti pare di aver capito qualcosa. Invece hai solo chiuso la porta. Perché dieci, poi, e non sette o venti? È un numero tondo, non una misura. Il cinema non si lascia contare.
C’è una domanda migliore di “chi è il più grande”. È “cosa mi insegna a vedere, ciascuno di loro”. Cambi la domanda e la fila si scioglie. Al suo posto resta qualcosa che puoi usare.
Cosa resta, sotto i numeri
Torniamo ai due nomi e alla causa. In una classifica come quella vecchia, Sergio Leone e Akira Kurosawa finirebbero lontani, a distanza di posti. Sembrano due mondi. E invece Per un pugno di dollari, il film con cui Leone inventò il western all’italiana, è il rifacimento non autorizzato de La sfida del samurai di Kurosawa: la casa di produzione giapponese fece causa a quella italiana, e finì con un accordo, il quindici per cento degli incassi mondiali. Uno aveva ricalcato l’altro. La fila avrebbe nascosto la cosa più viva, il debito: come un gesto giapponese, spostato in un deserto spagnolo, diventi una lingua nuova. Un numero non te lo dice. Lo vedi solo quando i numeri li togli.
Vale per ognuno di loro, se smetti di pesarli. Kubrick, per una sola scena di Shining, Wendy che arretra su per le scale con la mazza da baseball, fece rifare centoventisette ciak: la stessa scala, la stessa mazza, la stessa paura, centoventisette volte. Non era capriccio: sapeva che la verità di un gesto arriva dopo, quando l’attore ha smesso di recitarlo.
Eccolo, il numero di cui ti parlavo. Nella prima versione di questo articolo ne avevo scritto un altro, centoquarantotto, e non perché avessi letto male. Centoquarantotto è un record del mondo, appartiene a un’altra scena dello stesso film, e un record sta bene dentro una classifica. Centoventisette non premia nessuno: dice soltanto quante volte un’attrice ha rifatto le stesse scale. La fila aveva scelto il numero al posto mio.
Nessuno di questi è un posto in graduatoria. Sono modi di stare davanti al mondo e di prenderne appunti, che poi è il mestiere di ogni artista: guardare la realtà con più cura degli altri, e restituirla.
Il nome che difendi
Torniamo al film per cui litighi. Al regista che difendi come un parente. Quel nome dice poco sul cinema. Dice quasi tutto su di te: su cosa hai avuto bisogno di vedere, e quando. La classifica dei migliori registi che vale davvero ha una sola voce, e cambia ogni volta che spengo la luce e ne guardo un altro. Tienitelo stretto, il tuo nome. Non perché è il migliore. Perché è il tuo.
E se il problema non fossero mai stati i tuoi appunti?
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