Papà e la macchina da scrivere

Hai mai dato a qualcuno un tuo vecchio oggetto, all’improvviso diventato importante? Io l’ho sognato. Avevo una macchina da scrivere Brother, una di quelle elettroniche che si usavano negli anni ’90. Mio padre me l’ha chiesta. L’ho presa dal mobile in cui l’avevo lasciata, l’ho messa a posto un pochino perché era semi-rotta e abbandonata, l’ho accesa e mio padre era pronto sul tavolo a usarla. Quel che voleva scrivere non so, perché a quel punto mi sono svegliato. Nella realtà, quando era vivo, non mi ha mai chiesto una cosa del genere e mi chiedo, ora, perché mai io abbia fatto questo sogno.

Tra gioco e significato

I sogni, si sa, combinano tra loro elementi spesso del vissuto in modo inaspettato e creativo. E a volte creano immagini forti associate a sensazioni che ti accompagnano per tutto il giorno. Come sta succedendo a me oggi. E sono tentato da una parte di dare chissà quale signiicato simbolico a questo evento mentre dall’altra mi dico che è solo un sogno, un giochetto, uno scherzetto del cervello. Ma se dovessi dar seguito alla prima impostazione il mio pensiero andrebbe a tutte le volte che in questo blog scrivo articoli su mio padre Leonardo. Gli ho dedicato persino un’intera sezione del sito.

La scrittura di famiglia

Lui non scriveva mai, almeno non negli ultimi anni. Mentre da ragazzo mi aiutava a scrivere i temi della scuola, dandomi idee, scrivendone persino alcuni passaggi, spesso in collaborazione anche con mia madre. Lei ne aveva scritti tanti a scuola e conservava i suoi quaderni: ho letto tutti i suoi temi di elementari e medie. Per la mia famiglia scrivere bene era importamte e forse per questo porto avanti ora, da cinquantenne, l’abitudine di leggere e scrivere ogni giorno, o quasi. Come avesse fatto mio padre a imparare a scrivere con una certa creatività, con un certo stile è un mistero, perché non amava leggere e non lo faceva mai, o quasi mai. Del resto anche nelle sue attività di aerografista e madonnaro non aveva seguito nessuna scuola e non utilizzava libri. Imparava tutto da autodidatta.

Messaggi e fatti

Perciò se volessi potrei attribuire un certo carattere di urgenza al sogno, potrei parlare di una sorta di messaggio che dovrei veicolare, ma questo lo ritengo riduttivo, automatico, persino banale. Potrei in modo più approfondito fare riferimento a figure archetipiche, di confronto con me stesso, con una parte parte di me che richiede di battere dei tasti oggi al computer, cosa che faccio. Ma in questo dovrei farmi aiutare da un esperto di inconscio junghiano. Una strada, questa, intrigante, interessante, in una sorta di apartenenza all’immaginario collettivo. Ma negli utlimi tempi sto sviluppando una maggiore attinenza ai fatti, con poca o pochissima teoria.

La Brother

Quella macchina da scrivere era diversa da quella sognata e mai avuta da mia madre, una Lettera 22, un capolvoro di design e tecnologia. Una volta ci ho messo le mani sopra grazie a un miio amico alla casa dello studente. La Brother, invece, era di plastica, più ingombrante e somigliava a una stampante degli anni ’90. Con mia madre comprammo quella perché il computer ancora non me lo potevo permettere, quello arrivò un po’ dopo, con un hard disk da due giga che sbalordiva i miei amici, ma questa è un’altra storia. La utilizzai per un po’, poi iniziai ad abbandonarla e quando arrivò il pc la misi in un mobile dove passò il resto della sua esistenza, nella polvere.

La lezione di stile

Ora a distanza di tanti anni un sogno la tira fuori da lì e me la fa consegnare a mio padre, che di strumenti invece usava gessi e aerografo. E a questo punto quel che mi viene in mente è una lezione di stile, di ritmi, di composizioni. In fondo è quel che ho inziato a fare quando ho parlato delle dieci lezioni madonnare o dell’ingegneria dello sfondo. E c’è anche un certo gusto per il colore, per le sue sfumature e per le sue velature, elemento che ha molto a che vedere con la scrittura.

La fratellanza

Il tutto all’insegna di quella marca che campeggiava sul mio “giocattolino”: Brother. Curioso che oggi ci sia l’andazzo, per me trash, di interpellare gli altri con “Hey Bro'”, vero? Ma ogni epoca ha i suoi usi e costumi. Quando ero adolescente, per esempio, per attirare l’attenzione di qualcuno si diceva “Hey, capo”. Ma c’è anche una “brotherood”, una comunanza, una fratellanza. Spesso mio padre ed io venivamo scambiati per fratelli. E a volte mi ci sentivo appunto fratello. E allora oggi in virtù di questo cameratismo, di questa fraternità mi ritrovo intanto a raccontare questo sogno, questo fatto, questa storia.

Ti sta piacendo? Questo è il blog. Le provocazioni vere te le mando con Taccuino Vitale.

Il primo tasto

Il sogno si è fermato proprio lì: mio padre che solleva il dito sopra la tastiera, pronto a battere il primo tasto, e io che mi sveglio. Nessuna parola scritta, nessun foglio riempito. Solo quell’attimo trattenuto, che da solo basta a colpire. È una sospensione che continua a vibrare dentro di me: più forte di mille discorsi, più vera di qualsiasi spiegazione. Forse è lì il cuore: la forza di ciò che resta incompiuto, l’attimo prima che può contenere tutte le possibilità.

La tua immagine

👉 E tu? Qual è l’immagine sospesa che non ti lascia più, il gesto che si è fermato e che continua a parlarti anche oggi? Raccontamelo nei commenti: voglio leggere le tue scene interrotte, perché in quel vuoto spesso si nasconde la parte più vera della nostra vita.

Taccuino Vitale

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Ogni settimana una provocazione, a volte scomoda. Non per darti risposte: per metterci in strada insieme, come due cavalieri erranti.

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