
C’è un genere di articolo che scrivevo con la coscienza a posto e la mano leggera: la lista dei saggi da leggere in estate. Sette titoli, un numero in copertina, un link per comprarli in un tocco. Funzionava. E proprio perché funzionava, ho cominciato a diffidarne.
Il problema di una lista di stagione è che nasce già con la data di scadenza stampata sopra. Sette imperdibili di quest’anno: e l’anno prossimo? Altri sette, immagino, altrettanto imperdibili, il che è un modo elegante per ammettere che nessuno lo era davvero. C’è qualcosa di comico in questa corsa: consigliare libri come se fossero gelati, buoni finché è caldo, dimenticati a settembre.
Allora ho fatto la cosa che mi riesce meglio quando un meccanismo gira troppo liscio: l’ho smontato. Non “quali libri leggere quest’estate”, ma “perché diavolo dovrei leggere un saggio, ad agosto, con quaranta gradi e il mare che chiama”.
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