I luoghi del cinema di Oria

La sera in cui le vecchie del vicolo sono uscite sull'uscio per guardare noi

Un manifesto del film L'ultimo gladiatore dentro l'ex cinema Massa, uno dei luoghi del cinema di Oria
Dentro l’ex cinema Massa di Oria, chiuso da anni: un manifesto de L’ultimo gladiatore appoggiato alla parete tra cornici e listelli di legno, e un uomo che lo fotografa con il telefono.

Quand’è l’ultima volta che è passato qualcuno a piedi sotto casa tua?

Il 1 luglio di tre anni fa, in una strada di Oria dove non passa più nessuno, undici persone hanno camminato in fila dietro di me. Le porte si sono aperte, ma non erano le nostre: ci arrivo, prima ti devo dire cosa andavamo cercando in quel vicolo, cioè i luoghi del cinema di Oria.

Fine agosto è il momento buono per parlarne. I paesi del Sud si svuotano in tre giorni, le auto ripartono, e nelle strade restano quelli che ci abitano tutto l’anno.

I luoghi del cinema di Oria non portano targhe

A Oria si è girato più di quanto il paese sappia. Nella chiesa di San Giovanni Battista c’è il comizio democristiano di Un giudice di rispetto, con Tony Sperandeo che fa il magistrato; in piazza c’è la protesta degli operai della cava. All’incrocio tra via Francesco Milizia e via Capitano De Tommaso, in L’uomo nero di Sergio Rubini, due bambini corrono e cadono. La cattedrale e la cripta delle mummie stanno dentro Spring, horror americano girato in Puglia nel 2014. La casa di via Muraglie Lama è quella de L’amara vita di Alessandro Zizzo. E piazza Manfredi, nel Contrabbandiere di Federico Rizzo, non fa Oria: fa una piazza albanese, e in quel film ci sono dentro pure io, nella parte che l’attore fa sempre a metà con il regista.

Nessuno di quei posti porta un cartello. Una strada non conserva memoria di essere stata guardata.

L’idea era togliere, non aggiungere

Da qui è venuta l’idea di una camminata. Non aggiungere targhe, insegne, totem con il codice da inquadrare. Portarci le persone e basta, di sera, e dire ad alta voce cos’era successo lì.

Le visite guidate al castello e alla cattedrale si fanno da sempre e le fa chi le sa fare. Volevo il resto: le vie che i turisti non imboccano perché non ci trovano niente da fotografare.

Le porte che si aprono

Ed è qui che è successa la cosa che ancora mi porto dietro.

Appena usciti dai due o tre posti che tutti conoscono, mentre camminavamo in una di quelle strade strette dove le case stanno appiccicate, hanno cominciato ad aprirsi le porte. Vecchie signore, in vestaglia da casa, sull’uscio. Ci guardavano passare. Poi qualcuna ha chiesto chi eravamo e cosa stessimo facendo, e non era diffidenza: era meraviglia. Erano stupite che qualcuno stesse passando da lì.

Non ho pensato al pubblico che avevo dietro. Ho pensato a loro, che stanno in quella strada da cinquant’anni e hanno smesso di aspettarsi che ci passi qualcuno.

Il paese muore dove non passa nessuno

Il pericolo non è che un luogo venga dimenticato dai visitatori. È che smetta di essere attraversato da chiunque, e allora si spegne pure per chi ci vive.

Le troupe quelle strade le avevano scelte. Rubini ha mandato i bambini a correre proprio lì, gli americani di Spring sono scesi nella cripta, il contrabbandiere è passato per la piazza. Il cinema aveva già capito che quei muri reggono un’inquadratura. Poi ha smontato le luci e se n’è andato, come è giusto che faccia, e le vie sono tornate vuote.

Un attimo, esco dal pezzo. Quello che stai leggendo è nato da un appunto: poche righe prese chissà quando, e una mappa per tenerle insieme. Funziona così per tutto quello che scrivo, e come si fa l’ho messo nel libro sugli appunti geniali. Ma torniamo al nostro articolo.

Diciannove in due sere

Ce l’ho ancora, la nota con i conti a mano. Il 1 luglio undici. Il 2 luglio otto.

Sono numeri piccoli e non provo a farli sembrare grandi. Ma undici persone che camminano in fila alle sette e mezza di sera, in un vicolo che sta zitto da anni, fanno un rumore che si sente dalle finestre. Il valore non stava in quanti eravamo, stava nel fatto che ci fossimo.

Il mestiere qui non c’entra col palco

In teatro tra te e chi guarda ci sono il buio e un dislivello. Per strada no. Il gruppo ti sta a un metro, ti vede anche quando non parli, e attorno il paese continua per conto suo: i motorini, i saluti da un balcone, le signore sull’uscio che a un certo punto diventano parte della scena senza aver firmato niente.

Se ti irrigidisci, quella roba ti sembra disturbo. Se la lasci entrare, è la sola cosa che nessun teatro ti può dare.

Ci sono tornato vestito da Pierrot

Da più di un anno vivo a Roma, e in quelle strade ci sono ripassato lo stesso. Non con un gruppo dietro: con una troupe. Un film nuovo di Alessandro Zizzo, in uscita, lo stesso regista della casa di via Muraglie Lama.

Stavolta ero in costume da Pierrot. Faccia bianca, gorgiera, la divisa della malinconia che va in giro per il paese in cui sono cresciuto.

E si è ribaltato tutto. Gli stupiti stavolta erano i miei compaesani, che mi vedevano passare conciato così davanti alle stesse porte da cui, tre anni prima, erano uscite le vecchie a guardare noi. Chi mi conosce da quando ero ragazzo mi guardava come si guarda una cosa che non ti aspetti in quel punto della strada.

Poi le strade tornano strade

Le sere del tour erano due, e sono finite. Il gruppo si è sciolto, io sono tornato a casa con il copione in mano. Anche il set smonta, e il Pierrot si lava la faccia.

Quella domanda dell’inizio, quella su chi passa a piedi sotto casa tua, adesso te la rigiro come me la sono ritrovata addosso io: se sotto casa tua non passa più nessuno, non è la casa che si è consumata. In quel vicolo le porte si sono aperte per undici persone in fila indiana, e si sono riaperte per un uomo con la faccia dipinta di bianco. Bastava passare.

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