Primo piano di un giovane uomo dal viso senza espressione. Foto di Alyona Grishina su Unsplash
Che fine fa la tua camminata quando ti accorgi che qualcuno ti sta guardando?
Cosa si studia a scuola di recitazione? Meno di quanto immagini. Le braccia che diventano di troppo, il passo che non torna più: tieni a mente quella goffaggine, perché è il punto da cui parte tutto il lavoro. La prima cosa che ti chiedono di fare lì dentro non è aggiungere niente a quello che sai già. È l’opposto, e ci arriviamo.
Un gruppo di attori al lavoro in una sala prove dalle pareti chiare: al centro una donna con le braccia spalancate a metà di un movimento, gli altri intorno a lei. Foto di Javad Esmaeili su Unsplash
E questa cosa del teatro, alla fine, a cosa ti serve?
«A cosa serve la recitazione» me lo sono sentito chiedere decine di volte, quasi sempre da qualcuno che mi vuole bene. Per anni ho risposto sul serio, con argomenti buoni da portare in tribunale: la disciplina, la memoria, il lavoro sulle emozioni. Sbagliavo indirizzo. Quella domanda ha un difetto nascosto, e per vederlo mi è servito guardare un bambino di sei anni. Ci arrivo, ma prima passiamo da settembre.
Perché è fine agosto, e settembre è il mese in cui i corsi di teatro riaprono. Le scuole pubblicano i calendari, i laboratori raccolgono le iscrizioni, e chi si era ripromesso di provare si ritrova davanti alla stessa frase da giustificare a tavola. Nel post precedente avevo spiegato cos’è quest’arte. Qui toccava dirne l’utilità. Ma più cercavo l’utilità, più quella parola suonava stonata.
Prima di tutto è una brutta parola! Se vogliamo capire che cos’è la recitazione rendiamoci conto che di fronte a una persona falsa si è soliti dire che sta recitando una parte, che si vede che mente. Lo sapeva bene Thomas Milian, noto al pubblico italiano soprattutto per “Er Monnezza”. Pare che abbia affermato
Vengo dall’Actors Studio: io non recito, non inganno il pubblico. Mi identifico nei personaggi. Oggi come allora vivo come loro, sono loro. Per questo Tor Marancia è ancora il mio quartiere preferito.
Uno spettacolo teatrale è come un match di 🥊 boxe. Il tuo coach-allenatore può prepararti a qualunque risvolto e può assisterti a bordo ring per correggere il tiro ma sei tu che le prendi e le dai. Allo stesso modo è l’attore che va sul palco e affronta il pubblico. È lui l’interprete di una sfida che non ammette un solo tempo morto, nessun calo di tensione, anche quando tutto è fermo. È sempre lui che se la deve giocare e che deve fare delle scelte. Queste ultime possono essere studiate a tavolino tutto il tempo che si vuole e possono essere meglio adeguate durante delle prove più o meno lunghe.
Come si può trasformare la semplice recitazione in pura magia sul palco o davanti alla camera? In questo articolo esploriamo tre libri imprescindibili per ogni attore, che rispondono proprio a questa domanda. Dal potere trasformativo dell’insegnamento di Ivana Chubbuck al metodo giocoso e profondo di Marta Gervasutti, fino ai consigli pratici e saggi di Michael Caine, queste letture sono vere e proprie chiavi per sbloccare il pieno potenziale artistico di ogni attore.